Israele

 

Uno, nessuno, centomila

di Beatrice Hirsch

 

Sono tornata. A differenza però dei tanti italkim, che ho conosciuto in Israele, che tornano solo per un breve saluto, io sono tornata per restare, per ora. Son tornata e non mi sembra quasi di essere partita. Son tornata e mi sembra di essermi appena svegliata da un lungo sogno di cui solo io facevo parte. Mi rendo conto, infatti, solo ora dell'importanza e della differenza che questa esperienza avrebbe, fosse vissuta con la tua kvutzà (gruppo) di coetanei italiani o almeno europei con cui proseguire poi, rientrati, il lavoro all'interno del Movimento Hashomer  Hatzair. In Shnat [l’anno, ndr], e comunque durante tutto il percorso shomristico, si parla molto dell'importanza della vita collettiva, del condividere beni fisici e spirituali; l'ideale della forza della collettività che si oppone all'individualismo moderno, che caratterizza la società liquida in cui viviamo, è un attributo fondamentale del Movimento Socialista di cui facciamo parte oggi, è forse tutto quello che ci rimane del rosso di una volta. Ma questa collettività, magari un po' forzata, funziona ancora?

 Probabilmente no, perché io sono partita da sola. Credo che vivere un'esperienza, come quella che ho vissuto, da sola, obblighi a crescere e ad affrontare ostacoli un po' più alti del previsto, ma permetta di arrivare più lontano. Purtroppo soprattutto questo si deve combattere nell'era moderna, l'idea e la realtà che «chi fa per se fa per tre», e a volte sembra far anche meglio. Durante questi mesi ho pensato che, ci fossero stati altri miei compagni italiani, non mi sarei buttata così facilmente, forse sarei rimasta nella mia comfort zone al sicuro, senza dover rischiare di aprirmi, di essere rifiutata, di vivere esperienze di cui mi sarei pentita, e non avrei vissuto spensierata, sapendo di poter fare e dire tutto quello che volevo, senza dover pensare alle ripercussioni sul ritorno. Ora, che sono tornata, però, forse per motivi utilitaristici, di cui un po' mi vergogno, sento la mancanza profonda di compagni con cui condividere anche questa parte dell'esperienza, il ritorno. In Israele eravamo centinaia di ragazzi della stessa età con esperienze decennali in movimenti giovanili disparati, che avevano deciso di lasciarsi alle spalle le proprie vite passate per otto mesi e vivere quella presente insieme, forse un po' come i nostri eroi chalutzistici, ma loro, i chalutzim [pionieri, ndr], non hanno mai dovuto poi affrontare questa di esperienza, il tornare alla vecchia casa. Agivano e pensavano sempre e solo al futuro prossimo o lontano che fosse. Pensavano alle piante che dovevano germogliare, alle paludi che dovevano prosciugare, ai figli che dovevano nascere e poi ai villaggi arabi che non dovevano più esistere. Mai si sarebbero abbassati a pensare al passato e a quello che si erano lasciati alle spalle, era da vili, da codardi, il nuovo "Ebreo tutto d'un pezzo" avrebbe vissuto nel domani e io voglio continuare a provarci, ma non condividendo più niente di fisico con i miei amici di là e non avendo qui nessuno con cui ho condiviso l'esperienza, spesso mi aggrappo ai ricordi e faccio videochiamate.

Lo Shnat Hachshara (anno di preparazione) di oggi a cosa ci prepara? Una volta preparava il garin, il gruppo, a fare l'Aliyà, ma adesso? Per alcuni movimenti giovanili, come quello dei miei amici sudafricani, Habonim Dror (simile per ideali all'Hashomer), l'Hagshama (l'autorealizzazione) ideale è ancora quella di compiere l'Aliyà chaluzistica, ma cosa significa? Per l'Hashomer, sì, esiste ancora l'idea di autorealizzarsi con l'Aliyà, ma non è più l'ideale massimo, si è compreso che non è più necessario o sufficiente andare a vivere in Israele per determinarsi come individui. Vedo, però, forte il contrasto tra noi e i vecchi chalutzim, fondatori dei kibbutzim, e questo contrasto si lega anche alla collettività di cui scrivevo prima. Essi giungevano sulle coste della Terra Promessa, abbandonavano tutte le loro caratteristiche individuali per integrarsi e confondersi, volenti o nolenti, nella collettività idealistica dei primi kibbutzim. Si dice che l'uomo sia un animale politico, ma pur sempre un animale dunque, e si sa che gli animali vivono bene in branco, ma questa volta secondo me con la creazione di questa eccessiva collettività, si sono lasciati alle spalle anche gli aspetti più umani su cui avevamo imparato a basare la società. Tra gli anni '30 e il '48 credo che i nostri futuri israeliani siano stati accecati dall'idea, dall'utopia, dal Progetto, come tutti i patrioti che hanno lottato per la fondazione di uno Stato. E oggi molti lo sono ancora, accecati, o volontariamente cechi, di fronte alle difficoltà del presente, aggrappati alla grandezza del passato, si rifiutano di accettare i propri limiti e continuano ad andare avanti sperando che scompaiano, mentre questi, invece, si ingigantiscono. Dall'altra invece abbiamo quelli che non vedono altro se non i problemi della loro società e combattono, e combattono; ogni settimana scendono in piazza e urlano oppure si sigillano la bocca con il nastro adesivo per protestare in modo alternativo, ma niente cambia. Il fattore speciale di un Paese come Israele credo che si trovi proprio in questa bilancia, troppo in equilibrio, che non permette di cambiare la realtà. Un continuo contrasto tra la produttività dell'individualità moderna e la forza dirompente della collettività secolare e religiosa. Mi viene da pensare al detto «tra due ebrei trovi tre opinioni», perché l'ebreo non è mai considerato da solo e ha sempre un'opinione sua e un'opinione che condivide con qualcun altro, che magari è in contrasto con quello che singolarmente penserebbe. Io mi sento un po' così, piena di idee ormai ancorate, ma in continuo contrasto e continuo cambiamento per stimoli intrinseci o estrinseci, che mi portano a dubitare sempre di tutte le opinioni che formulo, e spesso questo mi infastidisce: perché non riesco a formulare un'opinione mia, a cui attenermi? Ma poi penso che sia giusto così, bisogna dare tempo ai pensieri di stabilizzarsi, ma preferisco contraddirmi mantenendo comunque saldi i miei ideali, perché questo mi differenzia dagli estremisti che non metterebbero mai in discussione la propria opinione,  credono che siano sempre e solo gli altri nel torto, e sono la rovina di molte realtà di oggi.

 

Beatrice Hirsch

 

 


Rehovot, Istituto Weizmann, studio Zur Wolf

 

 

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