Israele

 

Non pervenuti

di Alessandro Treves

 

In Uomini sotto il Sole (del 1962), Abu Qais, Assad ed il giovane Marwan non muoiono su un barcone con cui cercano di entrare in Europa, ma nascosti nel serbatoio dell’acqua di un camion, involontaria allegoria di un mar Mediterraneo ridotto ad una scatola in cui nessuno può sopravvivere, per il caldo infernale, chiuso più di qualche minuto. E nel racconto di Ghassan Kanafani i tre palestinesi, che stanno cercando di rifarsi una vita in Kuwait, vengono ritrovati cadaveri all’ultimo posto di blocco quando il loro guidatore, l’ex-soldato Abul Khaizuran, reso impotente dalle ferite in passato riportate, indugia ben più di qualche minuto, preso in giro dalla guardia di frontiera irachena, che lo pungola e lo spinge ad inventarsi imprese galanti ormai possibili solo nell’immaginazione. Viene da leggerci una premonizione dell’impotenza della società civile europea, che lascia morire i migranti mentre indugia in interminabili discussioni sul come e sul chi e sul perché della sconfitta, delle tante sconfitte subite in molti paesi del continente da parte della destra montante.

Un’associazione, quella fra il racconto di Kanafani e la vicenda dei migranti nell’estate 2018, impensabile nel 1978, quando il fisico israeliano Daniel Amit scelse di far tradurre in ebraico il racconto, come prima pubblicazione della sua improvvisata casa editrice Mifras, con l’idea di stimolare nei lettori in Israele la consapevolezza dell’umanità del “nemico”. Kanafani, scrittore e giornalista ma soprattutto militante e direttore del settimanale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habash, era già stato assassinato nel 1972, in un’operazione attribuita al Mossad come rappresaglia per il massacro all’aereoporto di Lod qualche settimana prima. Come ha ricordato Raya Cohen in un messaggio al simposio in memoria di Daniel Amit, lo scorso 30 giugno a Trieste, Mifras pubblicò diversi altri libri, incluse le traduzioni di quelli di Abu Iyad, Edward Said, Saḥar Ḫalīfa, Emil Habibi, il cui Pessottimista fu l’unico ripubblicato in più edizioni; un’attività editoriale dal successo molto limitato, che però testimonia dell’impegno appassionato di Amit, oltre a quello scientifico, perseguito con pari passione. È al suo contributo fondamentale, prima nella fisica statistica e delle transizioni di fase, e poi nell’affrontare con gli strumenti matematici dell’analisi dei sistemi complessi i misteri del cervello e della memoria, con la formulazione della teoria delle reti ad attrattore, che era dedicata la maggior parte del simposio. Con ricordi fra lo scientifico ed il personale, mescolati a relazioni sui progressi più recenti della loro ricerca, si sono succeduti fra gli altri il figlio di Daniel, Yali, professore a Chicago; il francese Nicolas Brunel, ora alla Duke; l’italiano Stefano Fusi, che insegna alla Columbia; il russo Misha Tsodyks, del Weizmann; il fisico Giorgio Parisi, neo-presidente dell’Accademia dei Lincei. Fra la quarantina di partecipanti più giovani, Hala e Shafa, due studentesse dell’università di Al Quds in Palestina.

Ed era proprio sul tema del dialogo e dell’empatia con i colleghi palestinesi, e più in generale col nemico, che si è conclusa la serata, al Caffè San Marco, con Cristiana Baldazzi che ha parlato del libro di Kanafani, mentre il matematico iraniano Hossein Abbasian ha raccontato dell’influenza che il libro sulle reti neurali dello stesso Dani Amit ha esercitato sull’auto-organizzarsi a Tehran, alla fine degli anni novanta, di un gruppo di giovani appassionati di neuroscienze. I suoi veterani sono ora professori sparsi per il mondo, mentre nuove leve vengono avviate alla ricerca con l’aiuto assiduo e informale di Abbasian. Ma se la scienza sfonda con relativa facilità i muri dell’esclusione dell’altro, per la militanza politica è molto più difficile. Negli anni Settanta Dani Amit aveva partecipato, col generale Mati Peled, Uri Avnery e altri pacifisti israeliani, ai primi incontri, ancora clandestini, con esponenti dell’OLP, promossi dall’ebreo comunista egiziano Henri Curiel e con la benedizione di Pierre Mendès-France. Il ricercare una soluzione di convivenza al conflitto Israelo-palestinese portò due interlocutori chiave, Lova Eliav da parte israeliana ed il cardiologo Issam Sartawi da parte palestinese, a condividere il premio Kreisky nel 1979. Nel 1983 Sartawi venne assassinato in un’operazione rivendicata dalla fazione di Abu Nidal. Henri Curiel era già stato assassinato nel 1978, a Parigi, in un delitto ancora irrisolto, attribuito da alcuni ad un’organizzazione dell’estrema destra francese, da altri ad Abu Nidal, oppure ai servizi segreti sudafricani. Daniel Amit si è tolto la vita a Gerusalemme nel 2007, un gesto su cui hanno indubbiamento influito il conflitto ancora irrisolto, ed il senso dell’inanità dei propri sforzi.

Alessandro Treves

Trieste e Tel Aviv

Campus dell'Università di Tel Aviv, studio Zur Wolf