Israele

 

 

Cucina, gatti, deserto

 

di Emanuele Azzità

 

 

Ecco due testi di una scrittrice esordiente italo-israeliana: Le pentole e i testi e Lola e i gatti di Mavi Citti (Lulu edizioni 7,50€ e 12 €, rispettivamente). Il primo non è solo un libro di cucina, mentre il secondo non è soltanto di gatti. Cucinare è tra le più antiche attività culturali, al pari della musica e del canto. La necessità quotidiana del cibo ha scandito per secoli e millenni lo sviluppo dei popoli. Guerre, carestie, migrazioni hanno modificato e arricchito le abitudini alimentari. A differenza dell'architettura che, nelle sue realizzazioni più imponenti e vistose, tende quasi sempre a celebrare un'autorità o almeno un istituto di potere, l'arte del cucinare si è arricchita e diffusa anche sulla base dei più modesti contributi quotidiani delle persone e delle famiglie anonime. Non sapremo mai chi sono stati gli autori (praticamente solo donne) di quei piatti che periodicamente coronano la liturgia delle feste tradizionali. Non c'entrano le religioni, le lingue o i popoli, le cucine restano simili se non le stesse e la paternità degli autori viene rimandata a delle leggende. E troppo spesso sono storie tristi.

È possibile immaginare una cucina senza un gatto? Nel secondo libro la protagonista trova in alcuni gatti il conforto alla sua solitudine. Lola vive in una piccola città nel deserto del Negev: “Il Negev - ci spiega l'autrice Mavi Citti, italiana di Livorno - non è un deserto qualsiasi! Questo è chiuso. Non è il Sahara che attraversa i paesi e i popoli. Qui non possiamo andare da nessuna parte. Probabilmente i beduini il deserto lo vivono diversamente. Loro possono spostarsi, noi no. I beduini possono dal deserto andare in Egitto e in Giordania. Anche noi potremmo farlo, ma sarebbe troppo pericoloso perché gli israeliani sono percepiti come nemici. I condizionamenti sono tanti. Persino dove al posto del deserto ci sono i campi coltivati, lo spazio è ristretto! Oltre un certo limite non puoi andare se non vuoi rischiare la vita”.

 

Lola si sente sola nella città, non nel deserto. I gatti sono animali liberi, ma la libertà a loro non appartiene. Vedono la libertà in un altro modo: come una “sistemazione”. Vivono, randagi, affamati al confine col deserto, organizzati in bande, funestati dalle incursioni notturne di volpi, lupi e sciacalli assetati d'acqua e di cibo. In quella che a noi sembra una vita libera cercano solo una “terra promessa” che consenta loro di vivere, mangiare, riposare, giocare e allevare figli.

 

“Anche per chi gatto non è, la terra promessa potrebbe essere solo il posto dove poter vivere in pace - continua l'autrice - e io non credo alle "terre promesse". La terra o le terre non sono state promesse a nessuno. Sarebbero a disposizione per chi volesse viverci in pace, ma non è così. Il deserto dà l'impressione di quella libertà di sguardo che altrimenti non esiste. Israele è piccolo, ovunque ci sono case e strade, case vuote o abitate o in costruzione. Nel deserto non c'è nulla! È l'illusione della libertà, però sai che lì non c'è posto per te. Manifesta quel senso di grandezza che ti fa sentire piccolo, ma tu non ci puoi stare! Chi vive nel deserto sono i beduini e ci vivono cercando di "dare nell'occhio" il meno possibile. A prima vista spesso non distingui nemmeno i loro insediamenti. Sono amalgamati con le rocce, le caverne o con i wadi. Capisco benissimo chi tra loro si è rifiutato di lasciare il deserto per andare a vivere in città, anche se sarebbe stata una città a maggioranza (se non in totalità) beduina. I motivi sono tanti, tra i quali anche il non essere sotto gli occhi di tutti e poter gestire il proprio spazio. E magari, per qualcuno, poter continuare a guadagnarsi la vita in modo illecito”. La scrittrice comprende l'attaccamento dei nomadi al deserto, malgrado le difficoltà d'ogni genere, come la mancanza d'acqua o di legna per cucinare che li costringe a percorrere a piedi lunghi tragitti sotto il sole perché sulla sabbia le auto non ci vanno. “Noi che non siamo beduini, siamo come i gatti. Ci stringiamo gli uni agli altri senza volerci bene. Ci azzanniamo per un pezzetto di pane e impariamo a essere più furbi o più cattivi per sopravvivere. Ma un gatto ha delle chance, anche se rare, di trovare qualcuno che si prenda cura di lui. Noi no, dobbiamo fare da soli!

 

 

In certe notti ci sono le incursioni degli sciacalli...

 

Gli sciacalli soffrono più dei gatti perché non possono fare i "carini" con le vecchie russe, non hanno benefattrici che portano loro da mangiare. Sono i banditi che si muovono in branco, irrompono di notte nelle città, mangiano qualunque cosa trovano, anche i piccoli gatti, e tornano nel deserto. Non saprei dire che cos'è la libertà, non in quanto essere umano. Non so se sarebbe vivere come i coyote o come i gatti o come i beduini. Non lo so. Si paga comunque un prezzo, qualunque sia la libertà alla quale si aspira”.

 

 

Lei, signora Citti, è italiana di Livorno.

 

Sì, sono nata in una città di mare. Il mare è stato lo sfondo di tutta la mia infanzia e adolescenza. Ho sempre pensato che tra il deserto e il mare ci sia profonda somiglianza. Anche il mare sembra "vuoto" e non lo è mai. Così il deserto. Quando sono arrivata in Israele, per contingenze varie, mi sono ritrovata a Gerusalemme. Ci sono rimasta un anno e non mi è dispiaciuta. Ma sapevo che non era il posto dove avrei voluto stare. Troppe tensioni si respiravano nell'aria. Avevo già dato un'occhiata a nord, a Haifa per esempio. Quando ero ancora in Francia, Haifa mi sembrava la città adatta a me. Mi ricordava la mia città natale. Anche lì c'è un porto ed è una città multietnica. Ma mi deluse. Forse fu per il mio stato d'animo del momento, mi sembrò triste, sporca e trascurata. Tel Aviv era fuori dalla mia portata, come lo è per della maggior parte degli israeliani. Visitai le città limitrofe e poi cominciai a scendere: Rehovot, Be'er Sheva... Finché non vidi l'annuncio di una casa in affitto a Arad. Ovviamente non sapevo nulla della città. Ci arrivai una mattina di dicembre, c'erano trenta gradi e la prima cosa che mi colpì fu l'odore di mare, di alghe e di pesce che sentii uscendo dalla macchina e che mi lasciò più che meravigliata. Poi seppi che a seconda di come tira il vento l'odore del Mar Morto arriva fino qui”.

 

 

Prima era vissuta in Francia?

 

Sì, a Biarritz. Risposi a un annuncio per l'apertura di un ristorante italiano. Fu una svolta, per me e per chi aveva avuto l'idea. Andò benissimo! Biarritz è bella. Bello è l'oceano soprattutto. Ma il clima atlantico è terribile: può capitare che ci sia caldo la mattina e che il pomeriggio si accendano i termosifon. Biarritz vive di turismo, ma i turisti sono la categoria più odiata. Li vogliono e li disprezzano. È una città ricca, ma null'altro. La sua ricchezza è costituita soprattutto dal patrimonio immobiliare e dai prezzi folli di tutti i servizi offerti ai turisti, ma che per forza pagano anche i residenti. È una città borghese, razzista. La gente è diffidente. Tutti gli "stranieri" (che in Francia equivale quasi sempre a maghrebini) sono stati progressivamente cacciati, sia con le buone che con le cattive, e sono andati a stabilirsi nella vicinissima Bayonne. Poi c'è la "questione basca". Tra le città basche, Biarritz è chiamata "la puttana" perché bada più al soldo che non alla "causa". I baschi che ci vivono in generale sono agiati commercianti o liberi professionisti, ma covano un astio nei confronti dei francesi che si manifesta soprattutto quando si sbronzano. Biarritz è stata, nell'800, la città nella quale erano spediti i rampolli delle buone famiglie parigine che davano segni di "pazzia". L'aria dell'oceano era ritenuta salutare per i loro cervelli. In realtà era un modo per liberarsene confinandoli lontano. Di ciò è rimasto qualcosa: a Biarritz ho conosciuto gente ricchissima, proprietaria di storici immobili del centro, che faceva la vita del barbone alcolizzato. Quelle persone passavano la vita a vagare, esponendosi ad ogni pericolo!”.

 

 

Un mondo molto diverso da quello ebraico livornese.

 

L'ebraismo di Livorno lo conosco poco, non ho mai frequentato la comunità, ma gli ebrei di Livorno li ricordo. Molti erano compagni d'infanzia o parenti di mia madre. Erano quasi tutti comunisti, di un comunismo "morbido" e popolare. Vendevano al mercato come piccoli commercianti o ambulanti. Quasi tutti erano sefarditi, mizrahi, venuti dalla Tunisia principalmente, dalla Libia, dall'Egitto e anche dalla Spagna e dal Portogallo. Suppongo che anche i miei antenati abbiano avuto la stessa provenienza. Nelle mie ricerche sono arrivata fino agli inizi dell'800. Di sicuro non siamo ashkenaziti, né russi.

 

 

La storia dell'ebraismo livornese è particolare.

 

A Livorno non c'è mai stato un ghetto e nemmeno uno schiacciante senso di minoranza perché gli ebrei erano (e sono, penso) tantissimi. Livorno è stata in pratica eretta come città dagli ebrei. Con le leggi Livornine i Medici aprirono senza restrizioni a chiunque, ebrei compresi, si volesse stabilire in quella che sarebbe diventata una città. Ciò avvenne in concomitanza con le ultime ondate di espulsioni dalla Spagna. Molti ebrei che erano fuggiti nei paesi arabi da Spagna e Portogallo, approdarono a Livorno anche per la facilità degli spostamenti commerciali con i paesi arabi. Livorno è sempre stata una città particolare da questo punto di vista. Era aperta a tutti i culti e aveva i cimiteri per ogni religione. A Livorno fra il XVIII e il XIX secolo si parlava latino, italiano, livornese, napoletano e siciliano (parlati dai pescatori), dialetti lombardi, corso, francese, portoghese (parlato sia da cattolici che da ebrei), ebraico (lingua rituale della comunità), giudeo-portoghese e giudeo-spagnolo, ladino, bagitto (giudeo-livornese). E anche greco, arabo, siriaco, armeno, russo, inglese, tedesco, olandese, turco e rumeno. A Livorno sono nati Moises Montefiore, Modigliani, Fattori, Mascagni, il cabbalista Elia Benamozegh e altri. Insomma, è stata una città colta e nello stesso tempo estremamente popolare. Lì è nato anche il primo Partito Comunista. Gli ebrei di Livorno sono sempre stati liberi.

 

 

Ricorda il primo gatto che ha incontrato?

 

Sono sempre vissuta con animali! Ho delle foto in culla con il cane di casa accanto. Ho avuto gatti, cani, cornacchie, capre, pecore, cavalli... E poi gli uccelli che trovavo, gabbiani, allocchi... Ho sempre avuto gatti, alcuni importanti, altri di passaggio, e cani. Mi fa anche strano dire "ho avuto". Diciamo che ho convissuto con loro.

Quello della sopravvivenza è un tema universale. È la continuazione della Creazione e come tale vivere è una fatica per tutti i viventi. Innumerevoli sono gli ostacoli, ma lo scopo richiede anche il cibo e il riposo. Questo si chiama cultura. È dalle cucine che si afferma la poesia nomade del popolo ebraico come degli altri popoli. La fuga dal deserto della persecuzione conduce alla perenne ricerca di una pace “promessa” mai raggiunta. Questo vale anche per i gatti o per gli sciacalli spietati a cui comunque Lola lascia sempre un po' d'acqua. La notte, mentre i gatti dormono con lei, li sente respirare e sa di essere viva.

Nessun deserto è deserto

Nessun gatto dovrebbe restare senza un tetto

Nessuna Lola dovrebbe sentirsi sola

Che tu sia bianco, nero o blu

Ricordati di questa storia e non scordarla più.

 

I due volumi di Mavi Citti sono escusivamente in e-book.

Ecco il link: http://www.lulu.com/shop/search.ep?contributorId=1542955

 

Emanuele Azzità

 

 
Deserto del Negev, Sde Boker,
strada di accesso alla tomba dei coniugi Ben Gurion,
studio Zur Wolf
  Nitzana (deserto del Negev), Parco delle Scienze del Sole,
studio Zur Wolf, sculture di Hanan De-Lange

Share |