Storie di ebrei torinesi

 

Le voci del coro

 

Un gruppo di 16 persone che svolge attività con cadenza settimanale è un elemento tutt’altro che irrilevante nella vita di una Comunità come quella di Torino. Nato nel 2009, il Coro Zemer, dell’AS.S.E.T. (Associazione Ex Allievi ed Amici della Scuola Ebraica di Torino) è attivo ormai da quasi un decennio; inizialmente diretto da Maria Teresa Milano, con gli arrangiamenti musicali di Roberto Beccaria, da due anni è sotto la guida di Roberto Duretti, che ne cura anche gli arrangiamenti. Diplomato in musica corale e direzione di coro al conservatorio G. Verdi di Torino, Roberto Duretti ha diretto varie formazioni corali piemontesi: I coristi torinesi, I cantori di S. Rocco, il Laboratorio corale San Paolo, La corale di S. Lorenzo. Ha svolto attività musicale nelle scuole elementari e medie di Piemonte e Valle D'Aosta.

Tra i partecipanti al coro Zemer ci sono persone di varie età, iscritte e non iscritte alla Comunità, più o meno osservanti, più o meno attive in altri gruppi e organizzazioni comunitari. Il coro Zemer è quindi anche un grande elemento di coesione nell’ebraismo torinese.

A novembre il coro si esibirà al teatro Baretti (21 - 22 novembre 2018 “Destinatario sconosciuto” di K. Kressmann-Taylor, regia di Rosario Tedesco)

Quanto è presente il canto corale nella tradizione ebraica? È un tema che si prevede di approfondire nei prossimi mesi per mezzo di una serata o di un convegno. È c’è anche un altro elemento su cui forse varrebbe la pena di riflettere: per quanto nel contesto torinese non sembri avere molto peso la tradizionale diffidenza nei confronti della voce femminile, Torino è pur sempre una Comunità ortodossa, in cui le donne sono del tutto escluse dal canto sinagogale. La grande prevalenza femminile nel coro Zemer (soprattutto ai suoi inizi) potrebbe essere forse in parte anche una reazione, più o meno consapevole, a questa esclusione?

Intanto presentiamo qui il frutto di una conversazione con il direttore e con alcuni coristi che ha avuto luogo il 26 giugno alla fine delle prove (con qualche successivo scambio di mail).

 

Come è nato il coro? L’iniziativa è stata di Lidia, vero?

Lidia Krieger: Sì. Dopo due o tre anni che l’Associazione ex Allievi e Amici della Scuola Ebraica aveva già iniziato i suoi programmi mi è venuta l’idea di creare un coro perché Torino era l’unica Comunità ebraica che non lo aveva. Avevo proposto al Consiglio precedente di fare due cose: un coro e un gruppo di teatro (progetto che invece è naufragato). Abbiamo preso contatti con Maria Teresa Milano, credo attraverso Sarah Kaminski. La prima uscita pubblica è stata sette anni fa in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica.

Rita Artuffo: ci eravamo tutte innamorate della performance teatrale e musicale di Maria Teresa Milano, che aveva fatto una sorta di storia dell’ebraismo attraverso il caffè e le donne. Lidia, che è molto decisa, aveva subito chiesto: ci sarebbe qualcuno che vuole cantare? E subito alcune di noi hanno detto di sì.

Lidia: Combinazione inizialmente eravamo tutte donne, forse un po’ per caso, forse perché gli uomini sono un po’ più timidi, specialmente quelli della comunità, anche se tra loro ci sono bellissime voci. Abbiamo rispettato lo statuto dell’Asset che prevede attività centrate sull’ebraismo (dunque abbiamo cantato canzoni ebraiche, sefardite, in yiddish e anche qualcuna in italiano), ma non riservate esclusivamente agli ebrei; quindi il gruppo è molto eterogeneo ma si è creato un buon amalgama. Poi alcuni se ne sono andati, alcuni sono arrivati, ecc., in seguito Maria Teresa ha avuto problemi logistici e abbiamo chiesto a Roberto, che ha accettato molto volentieri; ci siamo evoluti poco per volta.

Le piccole cose che io riesco a creare sono una grande soddisfazione perché ci metto l’anima, com’è nel mio carattere. Vedere che questo coro sta aumentando, e comincia anche ad avere delle nuove sonorità, mi rende felice. E poi c’è la soddisfazione di avere creato un gruppo molto unito, che va avanti, finalmente con dei progetti all’esterno.

 

Da quanto tempo siete nel coro? Come siete entrati?

Rita: Io sono entrata con Lidia, da quando lei ha avuto l’idea del coro. Quindi ne faccio parte fin dall’inizio.

Ori Sierra: Per me cantare è sempre stata una cosa liberatoria e che mi è sempre piaciuta tantissimo fin dalla più tenera infanzia, anche se purtroppo sul lavoro mi sono rovinata le corde vocali (è un grande rimpianto: penso che si dovrebbe insegnare agli insegnanti come impostare la voce; adesso avrei potuto avere molta più voce se avessi avuto un’impostazione corretta fin dall’inizio; ma è una cosa che viene proprio trascurata). Devo dire che quando ho sentito una volta un coro di adulti creato nell’ambito della scuola (ma ero già grande, insegnavo da molti anni) ho subito cercato di farne parte, ma poi non siamo riusciti a portarlo avanti perché ci è stato spiegato che occorre un numero minimo di persone per creare un coro che abbia un senso. Per cui quando poi è stato costituito questo coro dell’Asset io ne sono stata subito entusiasta. Devo dire che per me il fatto che all’inizio fossimo tutte donne era del tutto irrilevante: è capitato così.

Max (Massimiliano Governale): Io vivo a Torino da due anni. (Coordino una catena di negozi che vende capsule per il caffè). Sono siciliano di origine ma sono vissuto per dieci anni a Genova. Non sono ebreo ma sono sempre stato attirato dalla cultura ebraica, mi sento sempre in famiglia. A Genova prendevo lezioni di ebraico e l’insegnante mi ha detto: guarda che c’è un coro, perché non vai a cantare? Così sono entrato a far parte del coro della Comunità diretto da Eyal Lerner, composto da una trentina di persone circa. A Torino un po’ di tempo fa avevo cercato di prendere contatti con il coro tramite Facebook ma non avevo avuto risposta, poi recentemente ho letto un loro post che diceva che cercavano una voce e così ho scritto. Forse è la terza o quarta volta che vengo alle prove. Mi trovo molto bene, è un ambiente molto bello. Sulle differenze tra i due cori non posso dire moltissimo, perché è poco che vengo; ho notato comunque che Eyal ti buttava subito nella mischia a cantare, Roberto è più tecnico.

 

Cosa significa per voi cantare nel coro?

Nadia Yedid: Ci divertiamo moltissimo ed è un bel gruppo di amici. Roberto è un maestro meraviglioso: anche a settant’anni ho imparato molto.

Roberta Terracini: Concordo con Nadia. Il maestro è molto bravo, e ultimamente la qualità del canto è molto migliorata. Abbiamo bisogno però di altri coristi, specialmente di uomini, che sono troppo pochi. Personalmente canto anche nel Coro dell’Accademia di Musica di Pinerolo, ma seguo il coro Zemer non solo perché mi piace cantare ma perché, stando lontano da Torino, è l’unica occasione piacevole che ho di frequentare la Comunità Ebraica.

Lidia: Per me personalmente è uno sfogo: cantare ti rende libera, vai in un altro mondo (come succede con tutta l’arte, che è far uscire la propria sensibilità). Nei momenti difficili è una boccata d’aria.

Rita: Per me è una cosa molto bella e terapeutica perché mi dà, se il coro funziona (come per esempio anche stasera), la sensazione che l’umanità possa essere armonica e che possa essere anche creativa. Spesso è un’illusione, ma io vengo lo stesso per questa illusione, perché comunque cercare di seguire il noi del coro e non l’io individuale mi trasmette molto. E il coro ebraico mi aiuta a vivere questa identità in una maniera più serena.

Ori: Per me è un momento ludico nella mia settimana, anche se cerco di affrontarlo con molta serietà dal punto di vista dell’impegno, ma è ludico nel senso che per me è puro piacere: ci sono tante cose che mi piacciono nella mia settimana, nella mia vita, però devo dire che il coro è per me quella che rappresenta il piacere a prescindere da altre considerazioni. Mi piace cantare anche da sola, ma - soprattutto adesso che ho meno voce - mi piace moltissimo il coro. Mi piacciono persino gli esercizi, nel senso che mi piace molto vedere come si combinano le diverse parti: vengono cose piacevoli anche quando sono solo esercizi; mi piace molto questo potenziamento della voce, delle possibilità, che emerge in un coro.

Max: Il Coro per me è staccare la mente dalla routine quotidiana, lasciare tutti i pensieri e le preoccupazioni chiusi nella mia 24 ore. Significa anche condividere, con i miei compagni e compagne, sfide e soddisfazioni. Ci muoviamo tutti insieme per un unico fine che è la musica. 

Questo per me è Il Coro Zemer, essere in tanti ma sentirsi una cosa sola. 

Roberto Duretti: È scientificamente dimostrato che cantare, e cantare in un coro, stimola alcune parti del nostro cervello che danno una certa rilassatezza, che ritemprano, che danno un grande benessere; ho visto delle persone che dopo aver cantato un brano armonicamente interessante sembravano quasi sotto gli effetti di qualche sostanza stupefacente tanto erano galvanizzate per essere riuscite. E infatti, quando si prova un brano le prime volte, anche i coristi che ascoltano le armonie provano una sorta di benessere nel sentire il pezzo; poi, certo, subentra una forma di assuefazione. Il compito del direttore è quello di riuscire a mantenere sempre vivo questo benessere: deve essere una sorta di motivatore, deve trovare gli ingredienti sui quali concentrarsi perché possano dare carica al brano. E poi, riprendendo quello che diceva Rita, vorrei osservare che il coro è una società ideale: ci sono ruoli differenti, ma ciascun ruolo ha la sua funzione ed è importante. E questa società ideale è governata dalla sua costituzione, che è la partitura, che mette tutti d’accordo e che tutti si impegnano a realizzare.

 

Voce di donna

Ori, per te che sei osservante sono un problema le diffidenze del mondo ebraico ortodosso verso il canto femminile?

Ori: Devo dire che io personalmente non ho nessuna reticenza. Mi dispiace che ci sia questa cosa, che io credo sia superabile; e per la verità qualche voce diversa riguardo a questo esiste anche nell’ambito dell’ebraismo ortodosso. Mi sembra che sia una di quelle cose che si possono superare, anche rimanendo nell’ambito dell’alakhà, nel quale io mi sento inserita. Devo dire che io non lo faccio tanto ai fini dell’esibizione: quando c’è l’esibizione è bello, ma a me piace proprio, come dicevo, l’attività in sé di cantare, e di cantare in coro. Mi sono piaciute anche altre canzoni che abbiamo cantato, per esempio quella occitana, ma devo dire che cantare il repertorio ebraico (in senso lato: anche yiddish, ladino, ecc.) mi dà una motivazione in più, mi dà un senso di partecipazione, un senso di immedesimazione molto più profondo.

A differenza di me (che fin da piccola imparavo a memoria i brani della Torà che i ragazzini venivano a imparare da mio padre per il bar mitzvà e un po’ soffrivo di non poterli cantare come avrebbero fatto loro anche se magari li sapevo meglio), tu non patisci il fatto di essere esclusa dal canto in ambito liturgico, vero?

Ori: A parte che ci sono possibilità in contesti di sole donne, comunque penso che se esistesse la normale possibilità mi piacerebbe farlo, ma non essendoci mi sta bene anche così: mi piace anche ascoltare.

Ho una teoria su cui chiedo la tua opinione: forse la vostra maggiore difficoltà a trovare voci maschili per il coro potrebbe in parte dipendere anche dal fatto che alcuni maschi che cantano molto bene, per esempio i tuoi figli [Shemuel e Baruch Lampronti], hanno già occasione di esprimersi in contesti liturgici.

Ori: Io posso rispondere solo per loro; hanno altre occupazioni per cui sono meno interessati. Può darsi che forse, in maniera inconsapevole, il loro piacere di cantare sia già soddisfatto, ma penso che sia anche un po’ casuale, non credo che ci sia una scelta; forse contava anche un po’ la differenza di età. Per altri maschi non posso parlare. Forse ci sono anche persone, tra quelle che conosco io, che pur amando cantare hanno meno piacere di me di cantare in un coro.

 

Il coro, società ideale

E tu, Roberto? Come sei arrivato a dirigere questo coro?

Roberto: Due anni fa Lidia mi ha detto che Maria Teresa avrebbe lasciato la conduzione del coro per motivi personali, mi ha chiesto se ero disponibile, e io ho detto sì, ma prima voglio parlare con i coristi, cioè voglio capire cosa interessa; a me cantare per cantare non interessava molto; se è per realizzare qualcosa che abbia anche un contenuto artistico, una sua gradevolezza nell’esecuzione, è meglio; che sia fatta con gusto, che non sia solo un’occasione per stare insieme ma che abbia una certa qualità.

Mi piacerebbe che la Comunità si accorgesse che c’è un coro, e non soltanto in prossimità di eventi importanti: vorrei che permettesse al coro di prepararsi in maniera adeguata e che non accada più (come era successo in occasione del falò delle libertà il 17 febbraio) di essere avvertiti solo tre settimane prima. Essere inseriti in maniera preventiva, programmata, in questo genere di eventi aiuterebbe il coro anche a migliorare le sue prestazioni, le sue performance.

Attraverso la musica i popoli veicolano la loro storia, la musica è intrisa di tutta la passione, e anche di tutto il dolore, di un popolo. Questo è quello che mi piacerebbe: far vivere il modo di guardare il mondo che l’ebraismo della diaspora esprime attraverso le canzoni.

Per molti dei partecipanti il coro è anche la loro forma di partecipazione alla vita della Comunità ebraica, il loro punto di contatto.

In effetti un impegno a cadenza settimanale è una cosa seria: non sono molti quelli che hanno occasione di recarsi in Comunità più di una volta alla settimana.

R: È bello che ci sia anche questo aspetto, anche se ovviamente non è l’unico: fare in modo che le persone, anche attraverso questo canale, tengano i contatti con la Comunità. E sarebbe bello se il Consiglio della Comunità si rendesse conto anche di questa funzione del coro.

Torniamo alla tua similitudine, che ho trovato molto interessante: il coro è una società ideale, ma forse un po’ elitaria, per farne parte bisogna essere intonati…

R: Gli stonati veri e propri sono pochissimi (e anche loro potrebbero trovare in un coro la propria funzione, per esempio utilizzando strumenti a percussione, strumenti musicali, oppure interpretare brani solo recitati ritmicamente). Molte di più sono le persone che non hanno mai esercitato la propria capacità di cantare: o non hanno mai avuto interesse o sono bloccati dal fatto di essere stati bollati fin da piccoli come stonati; ma ci sono molti modi per superare questa insicurezza, per esempio si può iniziare cantando piano.

Una società per tutti, dunque, a condizione che tutti accettino la costituzione-partitura e non pretendano di interpretarla a modo loro.

R: Prima di tutto in un coro bisogna saper ascoltare gli altri. In greco antico la parola con cui si designava una persona muta o una persona sorda era la stessa: chi non sa ascoltare non sa neanche parlare. Quindi per saper cantare bisogna saper ascoltare. È tutto un concatenarsi di vocalità.

Il coro richiede impegno, dedizione, fatica, costanza, anche sacrifici. In effetti non tutti amano le vie difficili. C’è chi è convinto di fare bene, non accetta correzioni, non vuole fare la fatica di esercitarsi.

E se gli stonati ignoranti e convinti di cantare alla perfezione prendessero il potere?

R: Allora non sarebbe più un coro, ma una caricatura.

Intervista di Anna Segre

 

   
Roberto Duretti   Massimiliano Governale   Lidia Krieger

 

Le altre persone intervistate sono in prima fila nella foto grande

 

 

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