Storia

 

Il professore di matematica

 di Beppe Segre

 

Trovo per caso tramite Internet un documento che ci rivela un aspetto che non conoscevamo ancora della vita del prof. Ugo Levi di Saluzzo. Sulla base dei Rendiconti dei Seminari Matematici dell’Università di Padova degli anni ’30, veniamo a sapere che il professore partecipò nel 1933 al Seminario presso l’Ateneo patavino, presentando un lavoro dal titolo, incomprensibile a chi non sia uno specialista della materia, “Intorno alle varietà a tre dimensioni che rappresentano un sistema di equazioni differenziali lineari alle derivate parziali del 2° e 3° ordine”, e che l’anno dopo ritornò al Seminario, presentando un approfondimento.

Nato a Pisa nel 1903, il professore aveva conseguito il diploma di Maturità ad Asti, per laurearsi a 23 anni in Matematica all’Università di Torino. All’inizio degli anni ’30, dunque, aveva già insegnato due anni presso l’Istituto Tecnico “Omar” di Novara, conseguito l’abilitazione all’insegnamento sia per le Scuole Medie Inferiori sia per le Superiori, vinto il concorso, e al 1° ottobre 1931 era stato nominato docente di Matematica e Fisica presso il Ginnasio - Liceo di Saluzzo.

I documenti reperiti oggi tramite Internet ci rivelano dunque che, pur già docente in ruolo nel Regio Ginnasio - Liceo, il prof. Levi continuava a coltivare ricerche in un settore, la Geometria Differenziale, cui era stato introdotto dal suo maestro Guido Fubini e nel quale operavano in Italia matematici importanti come Alessandro Terracini ed Enrico Bompiani. Forse il suo era solo piacere personale, ma non è da escludere la speranza di poter intraprendere, con un po’ di fortuna, la carriera accademica. Certo la sua attività ci fa pensare a un giovane appassionato di matematica, brillante e ambizioso.

Viveva con la moglie Bianca a Saluzzo, nella centrale via Piave, mentre un fratello, Aldo, ingegnere, sposato, viveva a Milano con la moglie e i due bambini, e due sorelle, Tirsa e Alma, entrambe nubili, entrambe maestre, abitavano con la mamma a Torino e insegnavano alla Scuola Ebraica “Colonna e Finzi”: molti ebrei torinesi di una certa età ben ricordano ancora il loro impegno nell’insegnamento.

Non c’era allora antisemitismo a Saluzzo, dove un ebreo, l’avvocato Israele Benvenuto Lattes, godeva di un notevole prestigio: era stato ufficiale nella prima guerra mondiale, per cui aveva conseguito due croci al merito, consigliere comunale, Presidente dell’Ospedale, Presidente della Commissione Mandamentale Imposte Dirette, vicepodestà, vicesegretario della sezione locale del partito fascista. Era ebreo una delle glorie della città, il matematico professor Corrado Segre, uno dei fondatori della scuola italiana di Geometria Algebrica.

Tra gli amici di Ugo e Bianca c’era la famiglia di Giuseppe Parrà, titolare di un negozio per la vendita e la riparazione di biciclette, socialista e antifascista. Il giovane professore, arrivato a Saluzzo e non ancora sposato, aveva affittato presso la famiglia una stanza ammobiliata, e poi, dopo il matrimonio, tra la giovane coppia e i Parrà si era sviluppata un’affettuosa amicizia, con scambi tra le lezioni di matematica del professore e le torte preparate dalla signora Parrà e gite in bicicletta nelle tranquille stradine di campagna.

“Saluzzo era così bella e tutti volevano bene agli Ebrei”, scriveva Sion Segre Amar nel suo splendido libro di ricordi Il mio ghetto, ma la frase si rivela beffarda e atroce per chi sa cosa successe dopo.

La carriera del prof. Levi, come quella di tutti gli insegnanti ebrei in Italia, fu bruscamente interrotta dalle Leggi Razziali. Laura Sacerdote Perrini, ebrea, docente di Latino e Greco, raccontava che lei e il collega Ugo Levi si erano regolarmente presentati al Liceo giovedì 1° settembre 1938 per gli esami di riparazione, ma il preside aveva impedito loro addirittura l’ingresso nell’edificio, un preside particolarmente zelante perché il Regio Decreto Legge di espulsione dei docenti dalla scuola sarà pubblicato il 5 settembre e disposizioni ministeriali non erano ancora pervenute.

Leggiamo sullo Stato di Servizio del prof. Levi: “Sospeso dall’insegnamento e quindi allontanato dall’ufficio in seguito alle misure contro gli appartenenti alla razza ebraica R.D.L. !728 del 17 novembre 1938”. Rileggendo oggi questo testo burocratico, mi sembra particolarmente offensivo il termine “allontanato”: le persone sono licenziate, sono i cani che vengono allontanati dagli uffici perché non disturbino.

Adriana Muncinelli, storica impegnata da anni nello studio della Shoah nel suo “Even: Pietruzza della memoria, Ebrei 1938-1945” (a cui sono debitore per molte informazioni riportate in questo articolo), anche lei come me allieva del Liceo di Saluzzo nei primi anni 60, descrive così il professore: “Le Leggi Razziali lo avevano privato del lavoro a soli 36 anni di età, senza un’anzianità di servizio sufficiente ad assicurare una pensione decorosa: così, con rabbia e frustrazione, si era gettato nelle lezioni private, aveva cercato lavoro a Torino presso la scuola ebraica tentando di reagire all’ingiustizia subita e all’amarezza per i suoi giovani progetti di vita annullati”. Non abbiamo trovato segni di solidarietà, anzi nell’aprile ‘39contro il Prof. Ugo Levi di Saluzzo appartenente alla razza ebraica” viene presentato un esposto, anonimo..

Ugo Levi trovò lavoro presso le Scuole Ebraiche di Torino e iniziò a fare il pendolare tra Saluzzo e Torino. Nell’autunno 1943 si trova a Saluzzo, e il Commissario di Polizia dottor Bicchi, fedele esecutore delle disposizioni della Repubblica di Salò, il 28 settembre invia a lui, e ad alcuni altri ebrei saluzzesi, un foglio di convocazione: “D’ordine le autorità germaniche preposte all’esecuzione dei lavori, siete invitati a presentarvi in via Donaudi presso questo ufficio di collocamento per le ore 15 di domani 29 corrente per essere occupato in questo comune. L’inosservanza costituisce reato”.

Il professor Levi e la moglie risultano irreperibili. Il verbale di polizia registra che “da ieri nessuno del vicinato sa dove si trovi”. In una prima fase il signor Parrà offre la sua stesa casa ai Levi, con gravi rischi per tutti, dal momento che proprio lì di fronte, nell’ex caserma degli alpini, aveva sede il comando delle SS. Poi, quando la situazione diventa sempre più critica, da Saluzzo il professore e la moglie si devono trasferire di nascosto in montagna, in alta Val Varaita, prima a Bellino, poi a Brossasco, e infine in una baita a Gilba, dove risiederanno nascosti per molti mesi, soffrendo la fame e il freddo. Lì vicino stazionano bande partigiane, che, quando possono, portano loro aiuti e provviste. Nella giornata del 5 gennaio 1944 ebbero modo di osservare con i loro occhi nuvole di fumo salire dall’inizio della vallata: non lontano dal loro nascondiglio: a Ceretto di Busca, i nazifascisti hanno ucciso 27 civili e incendiato 22 cascine, per spargere il terrore tra le popolazioni.

E dopo, come si riprende a vivere, dopo la Shoah?

Lo Stato di Servizio registra ora: “Riassunto in servizio ed assegnato al Liceo Classico di Cuneo con ordinanza 7 maggio 1945 Giunta Regionale di Governo”.

Dopo un anno a San Remo ed un altro a Cuneo, riprende infine definitivamente il posto che aveva lasciato al Ginnasio - Liceo di Saluzzo, ad insegnare l’amata matematica e la fisica.

Il Liceo è lo stesso, ma nulla può essere come prima. Il suo amico Giuseppe Parrà, insieme con gli altri esponenti socialisti della cittadina, è stato deportato ed ucciso a Mauthausen.

Io lo conobbi quando lo ebbi come insegnante di Matematica e Fisica per i cinque anni del ginnasio - liceo.

Era nota la sua severità, che molti ritenevano eccessiva. Sembrava sempre in lotta contro il mondo intero.

Quello che si sapeva di lui era semplicemente che era stato costretto a nascondersi e che si era salvato, al contrario di altri 30 ebrei arrestati a Saluzzo e deportati ad Auschwitz.

Erano anni in cui non esisteva ancora il Giorno della Memoria, e nella scuola non si amava parlare del passato; nel nostro piccolo Liceo di provincia - per quanto mi possa ricordare - di Resistenza e di Shoà si parlava poco o niente, non si chiese a questo nostro professore di raccontare la sua storia, così come del resto mai fu invitato a riferire le sue esperienze di partigiano Enrico Rossi, per trent’anni segretario della scuola. Il professore stesso non amava parlare delle sue vicende. Lo ricordo concentrato a studiare un problema ed a formulare una domanda difficile, con la pipa perennemente accesa. Solo a volte emergeva qualche ricordo sofferente. Una volta la lezione su equazioni di 2° grado e “discriminante” lo spinse ad accennare brevemente, con rabbia e disprezzo, a “discriminati”. Poi ritornò all’algebra e a fumare la pipa.

Noi, i suoi allievi, non capivamo, non sapevamo l’umiliazione di essere stato licenziato, noi non avevamo la minima idea di cosa significasse vivere per un anno e mezzo braccati come bestie dalle SS, con la paura continua di essere catturati e uccisi.

Della strage della sua famiglia venni a conoscenza solo anni dopo, con la lettura di Even: Pietruzza della memoria: erano stati deportati ad Auschwitz e assassinati il fratello ingegner Aldo, con la moglie Elena, e i figli Italo ed Emilia, la piccola Emilia, che Primo Levi, nelle pagine iniziali di Se questo è un uomo descrive come una bambina “curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente”.

Di tutto questo, che allora ignoravamo, noi allievi avevamo avvertito soltanto, confusamente, che c’erano nel suo cuore fantasmi che non trovavano pace.

Non so se ci sia mai stato qualche collega di Liceo o qualche suo studente che, stringendogli la mano, gli abbia detto: “Caro Professor Levi, ci dispiace. Ci dispiace molto”. Lo vorrei fare io adesso, con questo articolo, a 80 anni dalla promulgazione delle Leggi Razziali e dal conseguente suo “allontanamento dall’ufficio”.

Beppe Segre

 

 
L'ingresso del Ghetto di Saluzzo   Ugo Levi, dai Rendiconti del Seminario di Matematica dell'Università di Padova,
Tomo 4 (1933), pag. 27

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