Roth

 

Philip Roth, il pellerossa visopallido

di Giorgio Berruto

 

Pochi mesi prima della scomparsa di Philip Roth, a detta di molti il più importante scrittore americano degli ultimi decenni, la casa editrice Mondadori ha pubblicato il primo di tre Meridiani dedicati alle opere del narratore d’oltreoceano. La pubblicazione nei Meridiani, in Italia, significa la consacrazione nel canone dei classici, è perciò un fatto significativo per la fortuna di Roth nel nostro Paese. Il primo volume, a cura e con un lungo e interessante saggio introduttivo di Elèna Mortara, contiene una scelta di romanzi pubblicati tra 1959 e 1986: Goodbye, Columbus, Lamento di Portnoy, La mia vita di uomo, Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia, L’orgia di Praga, La controvita, tutti già dati alle stampe da Einaudi.

Fin dall’inizio del cammino da narratore Roth si è occupato di riflessioni sulla scrittura, nel tentativo di mappare il proprio orizzonte di pensiero. Un’attività che per decenni non si è interrotta e che, secondo Elèna Mortara, risponde al bisogno intimo di ordinare un percorso che Roth stesso ha definito “zigzagante”. È infatti lo stesso Roth ad aver diviso i trentuno libri scritti in oltre cinquant’anni in categorie, di cui l’edizione nei Meridiani cerca di dare conto. Dall’esordio fulminante di Goodbye Columbus al libro della consacrazione, quel Lamento di Portnoy che è espressione e simbolo di un’epoca, dalle variazioni sui temi di personaggi che tornano in molti romanzi, come Nathan Zuckerman e David Kepesh, fino alla trilogia aperta da Pastorale Americana e ai libri più autobiografici - anche se tutti, in qualche modo, lo sono. Nel 2010, a 77 anni, Roth ha deciso di smettere di scrivere e così, a quanto pare, ha fatto, anche se neppure questo è riuscito a interrompere la serie impressionante di premi e riconoscimenti.

Gli scrittori americani - sosteneva Philip Rahv nel 1939 - si possono dividere in due gruppi: da una parte i palefaces, i visopallidi come Hawthorne, Melville, James, T.S. Eliot “con la loro arte high-brow patrizia e raffinata, le scene d’interno borghesi, la solennità e la solitudine, il simbolismo, l’aspirazione a un mondo di norme, la squisita atmosfera morale, la concezione della vita come disciplina”; dall’altra i redskins, i pellerossa come Whitman, Twain, Faulkner, Hemingway “con la loro letteratura low-brow e plebea, il pulsare spontaneo dell’esperienza selvaggia all’aperto, l’estetica del naturalismo, la concezione della vita come opportunità, l’ostilità per la vita intellettuale e il mondo delle idee”. Roth, esponente di primo piano con Saul Bellow e Bernard Malamud della generazione di scrittori ebrei che si affermano negli anni cinquanta, cerca di essere fedele a entrambi i modelli e di ridurre la frattura denunciata a suo tempo da Rahv. Come? Vivendo a disagio in entrambi i mondi.

Philip Roth nasce il 19 marzo 1933 nel quartiere di Weequahic a Newark, New Jersey. I vicini di casa, i compagni di scuola, gli amici sono quasi tutti ebrei. Il primo allontanamento avviene nel 1950, quando il futuro scrittore si iscrive prima alla Rudgers e poi alla Bucknell University. Qui comincia il percorso alla ricerca della Newark ebraica, che porterà a Goodbye Columbus and Five Short Stories e tornerà ininterrottamente nei libri successivi. “Non aveva certo immaginato, mentre solo pochi anni prima leggeva il meglio della prosa e poesia inglese al college, che la letteratura del tipo di quella lodata da T.S. Eliot potesse essere radicata in qualcosa di vicino a lui. La noiosa tensione tra genitori e figli nella Newark ebraica della piccola borghesia: le discussioni sulle shikse [termine yiddish per indicare in modo dispregiativo le ragazze non ebree] e sul cocktail di scampi, sull’andare in sinagoga ed essere bravi”. Da principio, dopo i primi successi, continua Roth in terza persona, “si meravigliò del fatto che un qualche pubblico davvero colto potesse seriamente interessarsi alla [sua] scorta di segreti tribali”.

L’uscita dalla tribù dei redskins di Weequahic, portatore della cultura popolare di una minoranza, insieme alla conoscenza della più raffinata civiltà letteraria genera un processo ricco di incontri, scontri, contaminazioni e trasformazioni. Roth - il personaggio e lo scrittore - è radicato nella dimensione temporale ebraica, ma sa bene che “non potrà mai più essere il redskin che era da ragazzo, dopo l’incontro con l’affascinante mondo della letteratura high-brow”. Il problema sarà allora trovare il modo di essere fedele a entrambe le esperienze, anche con una continua ricerca di nuovi percorsi espressivi.

Più ancora di Malamud, con cui Roth intrattiene un rapporto complesso e non privo di conflitti, il modello riconosciuto dallo scrittore di Newark è Saul Bellow. È quest’ultimo, con il proprio esempio, che nel dopoguerra apre ai pellerossa la strada verso la libertà e a colmare lo spazio vuoto tra redskin e paleface. Bellow, Malamud e Roth sono figli o nipoti di ebrei immigrati dall’Europa orientale, americanizzati nelle strade e nelle scuole delle rispettive città: “Eravamo qui, americani di prima generazione [dei tre, il solo Roth ha genitori nati negli Stati Uniti], la nostra lingua era l’inglese e una lingua è una dimora spirituale da cui nessuno ci può sfrattare”, osserva Bellow. La lingua parlata in casa da genitori o, nel caso di Roth, nonni - o meglio, nonne - è però lo yiddish, presente nei dialoghi dei romanzi in una costellazione di espressioni sfacciate e modi di dire che raggiungono il culmine nel Lamento di Portnoy. L’oralità di un mondo registrato in presa diretta penetra nella letteratura: ancora una volta, unione di redskin e paleface. Il doppio riferimento linguistico e identitario, d’altra parte, apre all’identità segnata con il trattino, come quella ebraico-americana.

Il rapporto di Roth con l’ebraismo americano - con la tribù di appartenenza - è indubbiamente profondo e conflittuale. Nel 1959 la pubblicazione di Goodbye, Columbus and Five Short Stories, accolta in generale molto positivamente, scatena le proteste di numerosi lettori ebrei e anche di noti rabbini, che vedono nel libro un pericoloso veicolo di stereotipi antisemiti e nel suo autore un “ebreo che odia se stesso”. Con il successivo Lamento di Portnoy Roth porta a compimento una rivoluzione letteraria. L’esperienza psicanalitica entra potentemente nel racconto, la sfida alle convenzioni e al decoro non risparmia alcuna dimensione, a partire da quella della lingua, emerge lo spirito ribelle della New York anni sessanta insieme a una proliferazione di imitazioni grottesche, forme parodistiche e ironiche. E come dimenticare la figura affettuosa e decisamente oppressiva della yiddishe mame, entrata grazie a questo libro e ai film di Woody Allen, di pochi anni successivi, nell’immaginario collettivo non solo americano? Il successo è travolgente.

“I personaggi di Roth - scrive Elèna Mortara - vivono quasi sempre al centro di abissali conflitti ‘insolubili’, intimamente scissi e in atteggiamento di sfida nei confronti del mondo circostante”. “Un ebreo tra i gentili e un gentile tra gli ebrei”: così definisce la propria condizione Nathan Zuckerman nell’ultima pagina della Controvita, “un ebreo senza ebrei, senza giudaismo, senza sionismo, senza ebraicità, senza un tempio, un esercito o anche una pistola, un ebreo chiaramente senza casa, un semplice oggetto, come un bicchiere o una mela”.

“Altri si vantino delle pagine che han scritto; io vado fiero di quelle che ho letto”, notava Jorge Luis Borges. Parole che si applicano alla perfezione a Roth e alla sua vita all’insegna della passione per i libri, fin da quando, ventenne, ne divorava “a dozzine, a dozzine”. A testimoniare il valore altissimo che lo scrittore di Newark dà alla letteratura e ai libri degli altri, i numerosi saggi dedicati ad altri autori, le interviste e gli incontri. Tra questi ultimi anche quello, a Torino nel 1986, con Primo Levi, determinante per la diffusione e l’affermazione delle opere di Levi negli Stati Uniti. Fondamentale anche il primo soggiorno a Praga nel 1972 per la conoscenza di Kafka, decisiva per l’elaborazione di più di un romanzo, ma anche per la promozione delle opere di scrittori d’oltrecortina in America, di cui Roth si occupa a lungo personalmente, e per l’impegno in difesa degli scrittori esteuropei perseguitati, terminato soltanto con lo scioglimento del Patto di Varsavia e il crollo dell’Unione Sovietica.

Essere allo stesso tempo presente e assente, se stesso e qualcun altro, passando per ciò che non si è e recitando la parte di uno e di molti personaggi. Roth riflette sul tema dell’identità, tentando di camuffarsi per non essere incasellato, è il pellerossa che torna alla tenda dei genitori dopo il lungo viaggio per il mondo. Va in giro mascherato, vive nascosto da simulatore di professione quale è. Echeggia i versi terribili di Fernando Pessoa: “Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”.

Giorgio Berruto

Philip Roth

 

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