Roth

 

Il traduttore e lo storico

di Anna Segre

 

Uno scrittore americano ma profondamente influenzato dalla letteratura europea, tanto che a tradurlo ci si sente a casa; uno scrittore diasporico, anzi, “diasporista”, secondo una definizione da lui stesso usata, ma cresciuto in un quartiere dove tutti erano ebrei, una sorta di terra di Israele nel New Jersey. Uno scrittore che spesso e volentieri ha scandalizzato il mondo ebraico ma che pure a quel mondo ha dichiarato un amore sconfinato. E così via, si potrebbe andare avanti per ore ad accumulare paradossi nel tentativo di rinchiudere un personaggio così complesso e affascinante in definizioni che inevitabilmente gli stanno strette.

Il 21 giugno alla libreria Bardotto di Torino si è voluto ricordare Philip Roth per mezzo di un interessante dialogo tra lo storico Alberto Cavaglion e Norman Gobetti, che ne ha tradotto per Einaudi dal 2011 (da Indignazione  in poi) una decina di libri. Un’operazione molto significativa quella di Einaudi, ricorderà poi Gobetti alla fine della conversazione, anche perché tutte le traduzioni erano state supervisionate dallo stesso Roth.

Il dialogo ha offerto una serie di interessanti suggestioni di cui vorrei provare a dar conto, anche se in modo inevitabilmente incompleto e frammentario. Si parte dalla fine, dalla scelta di Roth di smettere di scrivere e dalla grande risonanza mediatica che tale scelta ha avuto proprio perché veniva da una sorta di monumento, uno “scrittore fino in fondo” (così definito poco tempo fa da un articolo sul New Yorker). Roth era anche uno scrittore a tempo pieno: diceva che una sua autobiografia non sarebbe stata interessante perché nella vita non aveva fatto altro che scrivere; dunque, dice Gobetti, la scelta di smettere deriva anche dal desiderio di dedicare i suoi ultimi anni ad altro; oppure al timore di scendere al di sotto di un certo livello di qualità, come riteneva fosse accaduto nel caso di altri scrittori a lui contemporanei.

A proposito del rapporto con l’America Gobetti ha citato parole dello stesso Roth: “Ciò che la farina è per il fornaio, il rubinetto per l’idraulico, il motore per il meccanico, questo è l’America per me”. Eppure è innegabile l’influenza europea, anzi, si può forse affermare che tramite Roth la letteratura europea sia divenuta parte di quella americana.

Cavaglion ha poi sottolineato la capacità di Roth di non fermarsi davanti a niente, neanche a un mito come Anna Frank, a cui (in Lo scrittore fantasma) ha osato immaginare una vita successiva alla Shoah, suscitando grande scandalo. Questo gioco su una possibile storia alternativa - come immaginare che negli Stati Uniti nel 1940 fosse stato eletto un Presidente con simpatie per il nazismo - si ripete anche nel Complotto contro l’America, in cui alcuni hanno visto quasi una sorta di premonizione su Trump e che, a detta di Norman Gobetti, fa venire i brividi anche per le somiglianze con l’Italia di oggi.

 


Tronco di Ficus Religiosa
all'Istituto Weizmann di Rehovot

Introducendo il tema del rapporto tra Roth e la psicanalisi Cavaglion ha ricordato Svevo (non potrebbe Roth aver appreso la lezione di Zeno attraverso Joyce?) e Woody Allen, che peraltro Roth odiava, come odiava il cinema in generale, ricorda Gobetti; la sua scrittura, a differenza di quella di altri autori americani, è infatti poco cinematografica (e anche questo forse è un motivo per cui è più “europea”) e forse non è un caso se i film tratti dai suoi libri sono generalmente poco riusciti. Gobetti spiega che Roth a un certo punto smise di amare la psicanalisi e scrisse che non era stata utile per lui come uomo ma per lui come scrittore; questo conferma in parte l’intuizione di Cavaglion, dato che anche Svevo in una lettera aveva scritto: "Grande uomo quel nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati".

E la comune diffidenza verso la psicanalisi porta a questo punto a ricordare l’incontro tra Roth e Primo Levi. In particolare Gobetti ricorda un interessante scambio di opinioni su Se non ora, quando?: Roth, cercando gentilmente di far capire che quel libro gli era piaciuto meno degli altri, chiede a Levi se dopo questo “ritorno all’ovile”, dopo aver “fatto il suo dovere” con un libro più convenzionale, sarebbe tornato a scrivere come prima,  avrebbe riconquistato la dimensione più libera e ludica degli altri suoi libri; Levi risponde che per lui proprio Se non ora, quando? era stato il testo più ludico, rasserenante, liberatorio: non si era mai divertito così tanto a scrivere un libro. Questo dialogo, a parere di Gobetti, dimostra come i due scrittori avessero un’idea molto diversa di libertà: per Roth la libertà era sempre una libertà “contro” qualcosa o qualcuno. Non così per Levi.

Secondo Cavaglion Roth è un tipico ebreo diasporico nel senso che è portatore di quei valori dell’ebraismo ottocentesco che prescinde completamente dal sionismo, cosa ormai impossibile nella letteratura ebraica europea. Su questo punto Gobetti è più sfumato, e invita a distinguere Roth dai suoi personaggi perché nella letteratura facciamo dire ai personaggi cose di cui non siamo sicuri, o cose che magari pensiamo ma su cui pensiamo anche il contrario; dunque non è detto che il personaggio più autobiografico (cioè che ha più caratteristiche in comune con l’autore) sia necessariamente il portavoce dello scrittore, anzi, Roth ha raccontato che dapprima scriveva i dialoghi mettendo in bocca le proprie opinioni al proprio alter ego nel libro, poi sistematicamente le scambiava e il suo portavoce diventava il personaggio da lui più lontano: solo così a suo parere i dialoghi acquistavano forza.

Gobetti è cauto nella definizione di Roth come ebreo diasporico anche perché ricorda che lo scrittore era cresciuto in una realtà uniformemente ebraica e molti suoi testi, in particolare Nemesi, costituiscono una dichiarazione d’amore sconfinato per quel mondo. Alla festa per i suoi ottant’anni ad Edna O’ Brien che aveva ipotizzato che l’influenza più grande per lui fossero stati i suoi genitori Roth aveva risposto “Questa è la cosa più vera che sia mai stata detta sulla mia scrittura”.

La domanda conclusiva di Cavaglion a Gobetti era quella che probabilmente tutti si aspettavano fin dall’inizio: quali difficoltà si incontrano a tradurre Roth? Gobetti risponde che per lui non sarebbe corretto parlare di difficoltà, perché Roth è uno scrittore a cui si può stare molto vicino, a differenza di altri autori americani con cui è necessario “rigirare tutto”, e ci si sente a disagio per essersi allontanati dal testo; la scrittura di Roth è invece più classica, forse proprio perché maggiormente influenzata dalla letteratura europea. “Lo sentivo - dice Gobetti - come uno scrittore che mi prendeva per mano, con cui ci si sente a casa”. A questo proposito ricorda che una volta gli erano venute le lacrime agli occhi vedendo una cartina di Newark (peraltro credo che questo capiterebbe anche a noi comuni lettori di Roth).

Rispondendo a una domanda dal pubblico, in cui si ipotizzava che la differenza tra la letteratura ebraica americana e quella israeliana stia nel rapporto con la Shoah, Gobetti ha rilevato che in realtà Roth ha sempre parlato di Shoah, che in tutti i suoi scritti emerge una sorta di “senso di colpa del sopravvissuto” in senso lato.

A un certo punto avrei voluto chiedere a Norman Gobetti come si sia trovato a tradurre termini tipici della cultura ebraica; poi mi sono resa conto che sarebbe stata una domanda banale: non c’è bisogno di essere Roth o di tradurlo per porsi questo genere di problemi, basta scrivere su un qualunque giornale ebraico, a cominciare da questo. In effetti una domanda simile sarebbe servita solo per marcare psicologicamente una vicinanza, piantare una piccola bandierina all’ombra di quella del traduttore e di quella dello storico. Ma non occorrono bandierine: è ovvio che tra le pagine di Roth, come sempre accade con i grandi scrittori, ciascuno trova qualcosa di se stesso.

Anna Segre

 

Share |