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L’antisemitismo dei poveri

Dialogo tra Manuel Disegni ed Emilio Jona

 

Ciao, Emilio, ho letto in questi giorni L'antisemitismo dei poveri, il saggio scritto da Guido Fubini all'indomani dell'attentato al tempio di Roma del 1982 e ripubblicato ora da Silvio Zamorani. Ti va di chiacchierarne un po'?

Caro Manuel, discuto volentieri il libro di Guido con te. Ci separano due generazioni e sarà divertente confrontare le impressioni che ne abbiamo ricavato - e più in generale le nostre esperienze dell'antisemitismo - alla luce della nostra differenza d'età.

Ho letto il libro molti anni fa nella sua prima edizione presso La Giuntina (nel 1984) e l'ho ripreso in mano ora, 32 anni dopo. Potrei cominciare col dire che è un libro vecchio, ma per nulla invecchiato. Guido affronta un tema immenso, drammatico e universale, a tutto campo, su ogni possibile rifiuto dell'ebreo, lo racchiude negli ultimi 150 anni e lo propone con un titolo provocatorio ed emblematico attorno a cui tutto il libro gira; ma aspetta... è meglio che sia tu che hai 60 anni meno di me e lo leggi per la prima volta a dirmi che te n'è parso. Anzitutto esiste davvero solo un antisemitismo dei poveri?

 

Beh, io l'ho trovato molto convincente. Mi sembra che l'argomentazione fili. Si parte da alcune riflessioni di Gramsci sulla questione ebraica, in cui l'assenza di una tradizione antisemita italiana viene posta in relazione con i caratteri specifici del processo di formazione della coscienza nazionale. Vista l'assenza di antisemitismo tradizionale - riflette Fubini - se noi conoscessimo i motivi dell'antisemitismo (di Stato e di popolo) sviluppatosi in Italia nell'epoca fascista saremmo in grado di gettare una nuova luce sul problema di cosa scatena l'antisemitismo in generale. Vale anche l'indicazione metodologica gramsciana: le ragioni dell'assenza o della presenza di antisemitismo sono da ricercarsi nel processo di formazione della coscienza di gruppo. Di gruppo, dice Fubini, e non nazionale, perché il suo interesse non è rivolto come quello di Gramsci alla coscienza italiana, bensì all'antisemitismo. L'antisemitismo è un fenomeno di natura collettiva - nel libro si cita Sartre: “Questa frase: 'Io odio gli ebrei', è di quelle frasi che si pronunciano in gruppo; pronunciandola, ci si ricollega a una tradizione e a una collettività” - e non coinvolge solo nazioni, ma in generale popoli, paesi, comunità religiose, classi sociali e movimenti politici... A questo punto Fubini si chiede: Che cosa hanno in comune tutte le nazioni, i paesi, i popoli, le comunità religiose, le classi sociali e i movimenti politici che manifestano antisemitismo? Per cercare una risposta - e trovare una risposta vorrebbe dire dire qualche cosa sulla genesi dell'antisemitismo - la sua ricerca analizza i caratteri della formazione della coscienza di gruppo di alcuni gruppi umani che nella storia recente hanno manifestato rifiuto nei confronti dell'ebraismo: i neri, gli europei, gli arabi e gli islamici, gli ebrei medesimi, i fascisti, i sovietici, i socialisti e gli israeliani. Il minimo comun denominatore che Fubini ricava dall'analisi di questi casi di rifiuto è la formazione di una coscienza di gruppo legata “a una condizione di soggezione, di umiliazione e di alienazione e all'aspirazione a liberarsi da una oppressione politica, o economica o culturale, a diventare soggetto e non più oggetto di storia”. Fubini scopre che all'origine del rifiuto degli ebrei sta sempre un'esperienza di un dominio subito e di emancipazione fallita. Il nome di questo concetto è: Antisemitismo dei poveri.

Mi fa piacere che ti sia piaciuto. E trovo azzeccata la scelta editoriale di ripubblicare oggi L'antisemitismo dei poveri. Se è come dici tu, Guido muoveva dall'analisi dell'antisemitismo nell'Italia fascista per capire l'origine dell'antisemitismo in generale, è vero anche il contrario: se si conoscono le cause remote dell'antisemitismo e del rifiuto della diversità, è più facile capire la novità specifica di quello dell'Italia fascista. E forse allora ci si potrebbe aiutare anche nella comprensione della novità dei giorni nostri: il rifiuto dilagante del diverso che sta segnando l'Italia del Salvini.

Guido ci mostra il meccanismo per cui da una condizione di frustrazione collettiva possa nascere il rifiuto collettivo del diverso. Qui mi sembrano risiedere il merito e l'attualità della sua ricerca. Secondo lui “l'antisemitismo trova la sua fonte nella coscienza dello scontro contro un ostacolo apparentemente insormontabile: e l'ebreo rappresenta un nemico “che si può facilmente battere” sul quale pertanto si trasferisce il disprezzo e si proietta la coscienza della propria condizione di inferiorità e di impotenza. Per questo un passo del libro qualifica l'antisemitismo come “ideologia della disperazione”.

La settimana scorsa il Ministro Salvini ha fatto respingere una barca di rifugiati, proprio oggi ha ipotizzato un minaccioso, razzista, censimento della popolazione Rom e a quanto risulta il suo consenso cresce di giorno in giorno. E, poiché il passo non è poi così lungo, potrebbe un giorno diventare anche il rifiuto dell'ebreo. Non credi che il leghismo sia anch'esso, in questo senso, un “antisemitismo dei poveri”?

 

Sì, mi sembra che sia così. L'Italia è in una posizione di subordinazione nel contesto dei rapporti interni all'Unione Europea, e le sue classi popolari hanno pochissimo potere politico. Si trova più comodo e più soddisfacente prendersela con i rifugiati e con i Rom. Un capitolo sulla formazione della coscienza leghista non sarebbe fuori luogo nel libro di Fubini.

Bene, confermi la mia ipotesi: il libro di Guido è elementare nella sue argomentazioni e allo stesso tempo profondo, ed è vecchio ma non invecchiato; ha ancora molto da dirci. Eppure, caro Manuel, devo confessarti che io l'ho trovato... come dire... un po' avventuroso. Si pone delle domande molto grandi e fornisce in poche pagine delle risposte che mi sembrano riduttive. Guido era un grande semplificatore. L'arte della semplicità e della semplificazione, quella cioè di esporre i problemi con chiarezza ed evidenza cartesiana andando direttamente al loro nocciolo e alla loro soluzione, era un tratto della sua personalità intellettuale - e non uno dei meno affascinanti. Ma in questo caso non riesco a togliermi la sensazione che la semplificazione sia semplicistica, che manchi qualcosa. Non riesco a ritenermi del tutto soddisfatto nella mia curiosità. Un limite di questo libro mi sembra risiedere, per esempio, nell'aver Guido limitato l'orizzonte storico della sua ricerca agli ultimi 150 anni. Non sono sicuro che si possa capire l'antisemitismo senza considerare i millenni di antigiudaismo teologico che l'hanno preceduto. Credo senz'altro che la spiegazione di Guido sia fondamentalmente corretta, ma non mi pare sufficiente. Proprio non mi riesce di togliermi la sensazione che nell'antisemitismo via sia qualcosa di più complesso, irrazionale, oscuro, antico... Capisci? La storia dell'odio verso gli ebrei è troppo stranamente millenaria. A me pare di percepirvi qualcosa di incommensurabile, qualcosa che sta certamente nella storia ma sfugge ancora alle nostre capacità d'indagine storica, che ha infinite facce ed è qualcosa che periodicamente ritorna, sempre diverso e sempre uguale a se stesso, legato a tempi critici e oscuri ed è suscettibile di infinite possibili interpretazioni.

 

All'inizio mi chiedevi se esiste solo un antisemitismo dei poveri. Che ci siano anche degli antisemiti ricchi mi sembra che non sia in questione. C'è forse, dunque, una forma specifica che l'antisemitismo assume quando si manifesta nei poveri? Io non credo che secondo Fubini ci siano molteplici antisemitismi. Mi pare invece che non ne supponga che uno solo, e l'obiettivo della sua ricerca è tanto semplice quanto ambizioso: rispondere alla domanda: “Che cosa è l'antisemitismo e perché c'è?”. Vuole conoscerne l'essenza. Potremmo dirlo un progetto speculativo.

Sì, potremmo. Non concordo infatti con Fabio Levi, che nella presentazione al volume scrive che “i tentativi di generalizzare, ispirati forse ad un modello ricorrente nella cultura d'oltralpe alla quale Fubini era molto legato, dicono di meno di quanto invece non aiutino a comprendere le analisi assai più penetranti condotte sui casi concreti”. La generalizzazione mi pare essere la vera intenzione del lavoro di Guido, e che sia non così rilevante l' influsso della cultura francese.

 

Su questo punto concordiamo. Concordo con te anche nel giudicare questa ricerca avventurosa - avventurosa sì, ma non temeraria. Penso che arrestarsi di fronte all'opacità impenetrabile del mistero dell'antisemitismo, e accontentarsi di spiegazioni mistiche che ne fanno un male eterno, o una patologia universale, equivarrebbe a una capitolazione della ragione di fronte alle forze irrazionali di cui l'antisemitismo stesso si alimenta.

Capisco quel che vuoi dire. C'è una disciplina che si occupa di indagare scientificamente le parti oscure di noi stessi, che prova a comprendere e condurre alla razionalità gli elementi di irrazionalità attivi nella nostra psiche individuale e collettiva. Penso che per tentare di spiegare l'antisemitismo sia necessario ricorrere anche agli strumenti della psicanalisi. Ma non credo che Guido amasse molto la psicanalisi...

 

Davvero? Purtroppo non l'ho conosciuto che dai suoi scritti, e mi sorprende quanto mi dici. Cosa c'è di più psicanalitico che un'indagine (in questo caso comparata) delle condizioni del processo di formazione della coscienza (in questo caso collettiva)?

Anche questo è vero. Ma avrai notato che Guido, che era un giurista e un pensatore politico, tende a ricondurre ogni insorgenza di antisemitismo a processi storici caratterizzati da relazioni di dominio e subalternità, da lotte per il riconoscimento e da tentativi frustrati di emancipazione collettiva. Il problema per lui sta sempre nel rapporto fra dominante e dominato. Io la sento come una risposta corretta, ma non sufficiente. Ma davvero la frustrazione collettiva e la sua presa di coscienza devono sempre e ovunque produrre odio antiebraico?

 

Ovviamente no. Ma penso che la strada giusta per l'indagine dell'essenza dell'antisemitismo sia quella che la collega alla dialettica di dominio ed emancipazione. Fubini lo fa in maniera non dogmatica, perché considera forme molto diverse dell'oppressione: di classe, razziale, nazionale, culturale, burocratica... Questo ci pone di fronte alla necessità di elaborare un criterio per l'emancipazione. Se si negasse la possibilità di un'emancipazione che non finisce per essere antisemita, si finirebbe per assumere una posizione molto conservatrice e intesa a perpetuare ogni relazione di dominio. Questo mi sembra quanto di più lontano dalle intenzioni di ogni sincero nemico dell'antisemitismo e anche di Fubini. A me sembra piuttosto che nelle sue conclusioni sia implicito il compito di pensare la forma di un movimento di emancipazione e presa di coscienza collettiva che sia immune dal rischio di ribaltarsi nel suo contrario reazionario. Devo aggiungere che questo progetto non è dissimile da quello abbozzato da Marx nel suo famoso scritto Sulla questione ebraica.

Ma allora sei in polemica con Guido! Lui non solo denuncia una tradizione antisemita presente nella sinistra e nel movimento operaio, ma addirittura sposa l'affermazione di Albert Memmi secondo cui “esiste nella tradizione marxista, riguardo al problema ebraico, un peccato originale: che sta nello stesso Marx”. Guido ritrova anche in Marx il rifiuto per gli ebrei e cita la famosa frase del saggio Sulla questione ebraica: “Nel suo ultimo significato, l'emancipazione degli ebrei consiste nell'emancipare la società dall'ebraismo”. Inoltre lo accusa di aver tracciato “una caricatura dell'ebraismo che si iscrive pacificamente nella tradizione culturale germanica”, di aver “posto l'identificazione dell'ebraismo con la borghesia” e addirittura di aver voluto “esibire un biglietto da visita antisemita che gli consentisse, malgrado il suo cognome ebraico, di essere ricevuto negli ambienti socialisti parigini”.

 

Sulla presenza di una tradizione antisemita nella sinistra ci sono pochi dubbi, e accolgo anche la critica che Fubini fa al pensiero post-coloniale e terzomondista, basata sull'assunto, a mio parere corretto, che “la presa di coscienza nazionale si esprime in una volontà di conservazione di strutture tradizionali o di un ritorno alle strutture tradizionali laddove il paese dominato si trova nel complesso a un livello di sviluppo meno avanzato del paese dominante”. Su Marx invece mi sento in disaccordo. Credo che la lettura di Fubini del saggio Sulla questione ebraica sia inficiata da un pregiudizio assai diffuso e fondato su una lettura acritica del testo isolato dal suo contesto pubblicistico. A Marx non si può rimproverare alcuna forma di rifiuto degli ebrei, al massimo un po' di ingenuità nell'uso dell'ironia e delle virgolette (aveva 26 anni). Un titolo più appropriato e fedele al contenuto di quell'articolo sarebbe stato: Sulla cosiddetta questione ebraica. Lo scritto in realtà è una recensione molto critica e negativa di alcuni saggi di Bruno Bauer, nei quali questo professore ateo si esprimeva contro l'emancipazione politica e giuridica degli ebrei. Marx invece è a favore. Ma quel che conta è che di là dall'obiettivo diretto della recensione, Marx formula una critica all'intero dibattito intorno alla cosiddetta questione ebraica. La sua risposta alla domanda è - assai ebraicamente - una critica della domanda. Non propone alcuna “soluzione” della “questione ebraica”, fa invece una cosa più profonda: cerca - proprio come Fubini - di mostrare qual è il vero problema alla base della questione ebraica, e nel far ciò elabora un metodo per l'indagine delle condizioni in cui si origina il rifiuto degli ebrei, o come direbbe Fubini l'antisemitismo dei poveri.

E come giustifichi la caratterizzazione che Marx fa “dell'ebreo” come egoista, visceralmente attaccato al denaro e nemico del progresso sociale? Quale sarebbe poi il metodo scientifico per studiare l'antisemitismo? Vedi Sulla questione ebraica la si legge ormai decontestualizzata dalla polemica di Marx con Bauer, e le parole usate e scritte hanno un peso elementare semanticamente forte in sé per sé; voglio dire che non si può impunemente caricare la parola ebreo di segni qualificanti negativi senza che essi gli restino poi appiccicati indipendentemente dalle intenzioni dell'autore.

 

Ma la “caricatura dell'ebraismo” che vede Fubini non è in realtà che una descrizione sarcasticamente critica del fantasma dell'ebraismo che infesta l'immaginazione collettiva della società che si pone “la questione ebraica”: la società borghese. Il vero nucleo teorico del saggio di Marx è il problema di come mai la rivoluzione borghese non ha rappresentato un'emancipazione sociale completamente realizzata. Secondo lui è questo problema il vero contenuto della cosiddetta questione ebraica. Mi sembra interessante che anche l'antisemitismo dei poveri analizzato da Fubini affondi le radici nella frustrazione collettiva per un’emancipazione mutilata.

Ho capito, eppure io sento che c'è qualcosa di più. Posso ben credere che il senso di umiliazione collettiva possa spingere una massa oppressa a cercarsi un nemico più debole su cui rivalersi. Ma questo non chiarisce un aspetto fondamentale dell'antisemitismo e della sua storia incredibilmente lunga. Rimane una domanda, che è una domanda di interesse prettamente ebraico e che infatti Guido si è posto: Perché proprio gli ebrei, perché sempre gli ebrei?

Se tutto il libro si occupa della malattia degli antisemiti e delle cause della sua insorgenza, il nono capitolo invece, intitolato La responsabilità ebraica, è dedicato al bersaglio specifico e costante dell'antisemitismo dei poveri. Sono poche ma bellissime le pagine che esprimono l'amore di Guido per l'ebraismo. Lui si chiede: “Che cosa nell'ebraismo suscita l'antisemitismo?”. A partire dall'idea illuminista di Moses Mendelssohn per cui “l'ebraismo è vincolo nell'azione e libertà nei princìpi”, Guido traccia un ritratto innamorato dell'ebraismo nelle sue quattro costanti che gli paiono più significative. La libertà: “Il momento di partenza della storia ebraica - scrive - è un atto di liberazione: 'Io sono il Signore tuo Dio che ti trasse dalla terra d'Egitto, da una condizione di schiavitù' … Qualunque movimento politico, qualunque regime che neghi la libertà … è o diventa necessariamente antisemita”. La legge: “non è meno importante della libertà. Di fronte alla totale, assoluta libertà di pensiero, c'è il rigore della legge … Qualunque movimento politico che voglia fondare una società sul rifiuto della legge sente l'ebraismo come un nemico”. Il patto: “Il patto (quello che i laici chiamano il contratto sociale) è l'anello di congiunzione fra la libertà e la legge … Tutti coloro che vogliono fondare una società sull'imposizione e sulla autorità … sentono l'ebraismo come un nemico”. Il messianismo: “La quarta costante è il movimento. Un cammino che va, ma in una precisa direzione: la terra promessa, dove scorrono latte e miele … la direzione del regno della giustizia e della pace, una direzione che è al contempo un impegno ... Tutti coloro che rifiutano il progresso e guardano al Medioevo come a un paradiso perduto … sentono l'ebraismo come un nemico e prima o poi si qualificano come antisemiti”.

Guido finisce addirittura per dar ragione, compiaciuto, perfino a Mussolini, che nella Dichiarazione della razza del 1938 scrisse: “L'ebraismo italiano non può sinceramente accettare il regime fascista, perché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l'internazionalismo di Israele”. Ma non manca di aggiungere un ultimo capitoletto, un'amara postilla dedicata alla società israeliana contemporanea (“nella quale non mancano i Giusti, ma nella quale gli ultimi Giusti sentono venire meno i valori tradizionali dell'Ebraismo”) con l'accenno alla quale - visto che si è fatta una certa ora, caro Manuel - concluderei anche la nostra conversazione, se sei d'accordo.

 

D'accordo.

18 giugno 2018

 

Guido Fubini

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