Libri

 

Storia dei sionismi

di Anna Segre

 

Giocando su una serie di anniversari “tondi” più o meno noti (1897, primo congresso sionista; 1917, dichiarazione Balfour; 1947, risoluzione ONU 181 che sancisce la nascita di uno stato ebraico; 1967, guerra dei sei giorni; 1977, prima vittoria elettorale del Likud; 1987, prima Intifada; 2017, conferenza di Annapolis che fu una sorta di “ultima opportunità” per il processo di pace iniziato a Oslo), Arturo Marzano ricostruisce in questo libro la storia delle diverse anime del sionismo, dai precursori ad oggi, senza trascurare le principali voci (soprattutto laiche) degli ebrei contrari al sionismo, fino al postsionismo.

La scelta di trattare separatamente i diversi sionismi prevale sull’ordine cronologico, dando luogo a numerosi flashback, perché ciascun sionismo è presentato nel momento in cui assume un ruolo di primo piano nella vita politica e culturale di Israele: il sionismo religioso entra così in scena dopo il 1967, quello revisionista dopo il 1977. Dunque non spaventatevi se vi sembra di trovare lacune perché vedrete che nel giro di poche pagine o decine di pagine saranno colmate (tranne una di cui parlerò più avanti). Certo, la necessità della sintesi porta inevitabilmente a operare scelte, e, dato che il libro vuole raccontare la storia dei sionismi e non quella dello Stato di Israele, il testo dà più spazio alle idee e alle elaborazioni teoriche rispetto alle scelte pratiche. Allo stesso modo, dato che l’intento è di raccontare la storia del sionismo e non quella del nazionalismo palestinese, questo entra in scena solo nella misura in cui le sue scelte e le sue azioni determinano il prevalere di un sionismo sull’altro. Scopriamo comunque che, contro la vulgata diffusa nel mondo ebraico che nega che ci fosse una coscienza nazionale palestinese prima del 1967, già nel 1921 il quarto congresso arabo palestinese parlò di “popolo arabo della Palestina” senza alcun riferimento alla Siria, a dimostrazione che i palestinesi avevano ormai scelto la rivendicazione nazionale per la loro terra senza più inseguire o sognare l’unità con la Siria.

Queste sono, probabilmente, le ragioni per cui l’autore ha scelto di non dare troppo spazio agli anni della seconda guerra mondiale e in particolare alla Brigata Ebraica e alla scelta della leadership palestinese di schierarsi invece a favore dell’Asse. È vero che nessuna di queste due cose riguarda strettamente il sionismo, eppure è convinzione comune che la scelta di campo degli ebrei a favore dei vincitori e quella degli arabi a favore degli sconfitti abbia avuto un peso determinante nell’arrivare alla fatidica votazione all’ONU del 29 novembre 1947. Per gli ebrei italiani, poi,  questo è un elemento simbolico molto forte, una ferita che si riapre ad ogni 25 aprile: perché si portano in piazza le bandiere di chi stava dalla parte di Hitler e si fischiano quelle di chi lo combatteva? Se questa convinzione comune è scorretta e se l’immagine di una leadership palestinese allineata compattamente con il nazismo è semplificata o distorta forse questa avrebbe potuto essere una buona occasione per spiegarlo.

In generale la scelta di parlare solo di sionismo porta ovviamente a non tener conto del contesto. Giustamente (e l’autore ha dichiarato apertamente di aver scritto il libro spinto dalla volontà di andare a cercare cosa nel sionismo sia “andato storto” e da quando) si fanno le pulci alle ideologie sioniste socialiste, giustamente si osserva come non fosse corretto, per esempio, da parte di Borochov sognare che gli arabi, che erano in quel momento maggioranza, si assimilassero ad una minoranza; ma parliamo di un’epoca in cui l’idea che gli Occidentali portassero la civiltà era parte della mentalità comune. Giustamente si rileva come gli arabi israeliani non siano mai stati cittadini con gli stessi diritti e doveri degli ebrei; ma parliamo di un contesto geografico in cui negli stessi anni quasi tutti i paesi islamici sono diventati sostanzialmente judenrein e i pochi ebrei rimasti (per esempio in Iran) non sono certo trattati meglio degli arabi in Israele. Ovviamente questi non sono difetti del libro (è chiaro che una storia dei sionismi non può diventare una storia del colonialismo o una storia delle minoranze nei paesi islamici), però mi sembrano elementi di cui tener conto per capire come il libro debba essere letto: non per decidere chi sono i buoni e chi i cattivi tra gli israeliani e i palestinesi, non per distribuire pagelle. Indagare sulle varie anime del sionismo mettendo in luce i nodi irrisolti e le contraddizioni di ciascuna è utile, invece, per capire quale potrebbe essere il futuro dello stato di Israele e come si potrà preservare e perfezionare la sua democrazia.

Concludo con una riflessione personale: sul numero scorso di Ha Keillah ho scritto che rifiuterò di brindare alla fine della socialdemocrazia finché avrò il fondato timore che al suo posto possa arrivare qualcosa di infinitamente peggiore. Allo stesso modo, e per le stesse ragioni, temo che sia estremamente rischioso prospettare un superamento del sionismo. Piuttosto mi associo a Marzano nell’auspicare che la sua anima democratica prevalga sulle altre che purtroppo negli ultimi anni stanno acquistando sempre più peso e consenso.

Anna Segre

 

Arturo Marzano, Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Carocci, 2017, pp.254, € 21

Deserto del Negev, Sde Boker, nei pressi della tomba dei coniugi Ben Gurion

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