IV Congresso UCEI
Un Congresso sbiadito
di Anna Segre
Comunità ebraiche, la sinistra vince a sorpresa titolava con tono evidentemente compiaciuto lUnità del 26 giugno. E chi si fosse trovato a passare per latrio dellhotel Villa Pamphili di Roma nel tardo pomeriggio del 25 avrebbe potuto assistere a grandi scene di gioia: gente con i bagagli che si salutava allegramente dicendo "È andata bene!", quelli del gruppo Martin Buber che componevano un numero dietro laltro sul cellulare per comunicare un entusiastico "nove a sei!", Tullio Levi che offriva da bere a tutti.È giustificato tutto questo trionfalismo? Se consideriamo le previsioni della vigilia, latteggiamento combattivo mostrato inizialmente dalla "destra" fin dalla nomina della presidenza del congresso, ed il tenore di alcune affermazioni sentite nel corso dei tre giorni, non possiamo che essere lieti per una conclusione del tutto diversa, tanto per le mozioni votate quanto per la composizione del Consiglio. Tuttavia i motivi di insoddisfazione e preoccupazione non sono pochi, e meritano una riflessione.
Innanzi tutto, lentità della vittoria. Giustamente i quotidiani nazionali che si sono occupati di noi non parlano di "nove a sei", ma, più correttamente, di "sette a sei": infatti Amos Luzzatto e Dario Tedeschi sono considerati, e si considerano, figure super partes.
Inoltre, considerando i voti ricevuti da ciascun candidato, si può rilevare che, a parte Luzzatto e Tedeschi, cè uno scarto molto lieve tra i consiglieri eletti (soprattutto quelli delle liste Keillah) e i primi dei non eletti: insomma, una sostanziale parità, in cui qualche "franco tiratore" in unelezione complessivamente "bulgara" è bastato per fare la differenza; in particolare, mi pare che le liste Per Israele siano state penalizzate dalla decisione di non appoggiare ufficialmente Luzzatto senza proporre con chiarezza un altro candidato alla presidenza. Dallaltra parte le liste Keillah, se fossero state più compatte, avrebbero potuto far eleggere anche il decimo candidato (Victor Magiar), e questo è un rimpianto non da poco: insomma, abbiamo vinto perché gli "altri" hanno fatto qualche pasticcio più di noi e si sono litigati un po più di noi.
Sarà un rinnovato interesse per lUnione, o sarà merito dellotto per mille? Mentre in precedenza quasi si faceva fatica a trovare i candidati per il Consiglio, questa volta si è dovuti ricorrere a vere e proprie elezioni primarie; non è un male, e le elezioni primarie sono più democratiche e trasparenti di altri sistemi (convincere qualcuno a ritirarsi, affidare le scelte ad una commissione elettorale ristretta, ecc.), tuttavia resta la spiacevole sensazione che tutto questo abbia sottratto attenzione ai contenuti. Inoltre, come accade anche nella politica italiana in generale, quando le cariche diventano più visibili e ambite tendono a sparire le donne; siamo passati infatti dalle quattro del consiglio precedente alle due attuali, una sola per schieramento. Stiamo perdendo una caratteristica originale (e positiva) dellebraismo italiano?
E, in tutto questo, dove stanno i contenuti? Non potevano che uscire sacrificati da un Congresso in cui è mancata, tutto sommato, una discussione approfondita, in cui sono stati ripetuti fin troppo gli appelli allunità a scapito del dialogo e del libero confronto delle opinioni, in cui il Consiglio è stato votato prima delle mozioni, con la conseguenza di dare più peso ai nomi che alle idee, e con lo spettacolo indecoroso dei delegati che non partecipavano alla votazione delle mozioni per ascoltare lo spoglio delle schede (al punto da far naufragare per mancanza del quorum una modifica di statuto largamente condivisa, quella che aumentava i componenti della Giunta).
Le liste Keillah, a mio parere, hanno sofferto di una contraddizione di fondo: da un lato hanno condotto da molti mesi una campagna terrorizzata, parlando di una destra violenta e antidemocratica e prospettando una sua eventuale vittoria come una calamità da evitare, dallaltro hanno ricercato ad ogni costo lunità e hanno anche tentato un accordo preelettorale con le liste Per Israele. Ora, secondo me i casi sono due: o cè una reale incompatibilità ideologica, e allora non si può pensare di gestire insieme lUnione (ed è meglio stare allopposizione che risultare corresponsabili in scelte che non si condividono), oppure le differenze tra i due schieramenti non erano poi così accentuate, e allora la campagna elettorale avrebbe dovuto essere condotta diversamente, e inoltre non era necessario evitare ad ogni costo la sconfitta. Qualcuno potrebbe affermare che nelle liste Keillah ci fossero due modi di pensare, uno (facente capo ad Amos Luzzatto) più teso allunità e più ottimista sulla possibilità di una gestione condivisa, ed uno (emerso sopratutto nelle riunioni preparatorie di Bologna) più pessimista ed intransigente; ma nella realtà non mi pare che la contrapposizione fosse così chiara, anche perché erano proprio i "pessimisti" a cercare lunità a tutti i costi per timore di una sconfitta. In generale ho avuto quindi limpressione che si stessero ripetendo alcuni errori di fondo (cercare il compromesso ad ogni costo, lasciandosi coinvolgere in scelte non accettabili per il proprio elettorato) che hanno portato la sinistra italiana alla sconfitta dellanno scorso. Alla fine si è giunti alle votazioni con due schieramenti nettamente contrapposti, ma nel corso dei tre giorni, in conversazioni informali, si è sentito di tutto: chi proponeva di cercare un accordo preelettorale su quindici nomi (sette di Keillah, sette di Per Israele e il Presidente), chi consigliava di appoggiare una parte di Per Israele contro unaltra; quasi tutti sostenevano la necessità di scendere a compromessi su qualche idea per salvaguardare i principi di fondo, senza peraltro che fosse chiaro e condiviso da tutti quali fossero. Inoltre, cerano valutazioni differenti anche sullopportunità o meno che alcune persone entrassero a far parte del Consiglio: per esempio, molti temevano leventuale elezione di Riccardo Pacifici, che invece Gad Lerner ha caldeggiato, per superare il mito di una leadership "di popolo" contrapposta a quella istituzionale. In effetti è molto forte il rischio che questo mito sia riproposto nel corso del prossimo quadriennio, magari associato allidea che nellUcei abbiano troppo potere le piccole comunità (chiaramente le artefici della nostra vittoria).
Il problema di fondo è stato comunque, secondo me, la mancanza di chiarezza su quali fossero le idee da difendere a tutti i costi e quali quelle su cui invece si poteva cercare un compromesso. In questo senso non si può fare a meno di notare lo scollamento su alcuni punti (il pluralismo, Israele, alcuni temi di politica italiana) tra il programma discusso a Bologna e le mozioni proposte nel Congresso. È vero che le liste Keillah rappresentavano uno schieramento più ampio rispetto agli incontri di Bologna, ma è anche vero che i nostri delegati sono stati presentati (e, si suppone, votati) sulla base di quel programma: in un certo senso, perciò, si può affermare che le liste Keillah hanno in parte tradito i propri elettori.
In particolare, nelle riunioni di Bologna e sulle colonne di questo giornale abbiamo posto per mesi come problema fondamentale il rapporto con la destra italiana attuale; la nostra preoccupazione principale era infatti di evitare che lebraismo italiano cadesse nellerrore di cedere su alcuni valori di fondo (lantifascismo, il rispetto per tutte le minoranze, la laicità dello stato), in cambio della solidarietà a Israele. Quanto di questo è emerso nel Congresso? Il tema dellantifascismo e del rapporto con Alleanza Nazionale è venuto fuori in modo molto chiaro nella relazione del Presidente, ma non è stato affrontato con una mozione ad hoc. A mio giudizio sarebbe stato utile che il Congresso si pronunciasse con chiarezza, per esempio, sui ripetuti tentativi di rivalutare personaggi del regime fascista e della Repubblica di Salò, e su questo credo che non sarebbe stato difficile trovare lunità. È vero che alcune affermazioni mostravano una preoccupante tendenza nella direzione da noi temuta (per esempio, il paragone tra Vittorio Feltri e Emile Zola, in quanto entrambi difensori degli ebrei contro lantisemitismo), ma non tutta la lista Per Israele si ritrovava su questa strada. Anzi, è importante rilevare che la mozione, elaborata dalla Commissione Politica e presentata da Gad Lerner, contro la legge Bossi-Fini (a mio giudizio la più importante e meno scontata di questo Congresso) è passata a larghissima maggioranza, con solo due voti contrari; in proposito Riccardo Pacifici ha rilevato che la proposta di andare tutti a consegnare le nostre impronte digitali potrebbe apparire retorica, ma nel 1938 gli ebrei avrebbero gradito gesti di questo genere da parte della restante popolazione italiana.
Per quanto riguarda laltro tema "caldo", cioè Israele, non si può davvero dire che sia emersa con evidenza una differenza di opinioni; casomai erano diversi i toni, lo stile dei discorsi. Alcuni delegati hanno lamentato unazione troppo tiepida da parte del Consiglio uscente in favore di Israele; emblematico in questo senso è stato lintervento di Fiamma Nirenstein, che ha dichiarato: è il momento della durezza. Le due risposte più interessanti sono state a mio parere quelle di Gad Lerner (che si è detto preoccupato da un ebraismo da confessionale, in cui ognuno è tenuto a dichiarare pubblicamente il proprio attaccamento per Israele) e di Victor Magiar (che ha contrapposto alla durezza la forza e allorgoglio di essere ebrei la contentezza). Interessante anche la sua osservazione in risposta a chi aveva menzionato latteggiamento troppo filopalestinese della sinistra italiana per criticare il passo della relazione in cui Amos Luzzatto dichiarava la propria collocazione politica: La sinistra labbiamo inventata noi: se dovessi smettere di essere di sinistra vorrebbe dire che la sinistra non sarebbe più di sinistra.
Si può anche pensare che a sfatare il mito di una sinistra italiana contraria ad Israele e di una destra benevola abbia contribuito il Presidente della Camera Casini, con un discorso inutilmente polemico per la veste istituzionale della sua presenza al Congresso. Occorre notare che, diversamente da quanto è stato riportato da molti quotidiani, lintervento di Casini è stato polemico più nella forma che nei contenuti: ha passato dieci minuti a fare premesse sulla necessità di parlarsi con franchezza prima di dichiarare che anche i palestinesi hanno diritto ad un proprio stato (che scoperta! Lo dice anche la mozione approvata dal Congresso allunanimità); inoltre non ha dichiarato solo, come riportato dai giornali, che talvolta si confondono le critiche ad Israele con lantisemitismo (questo sarebbe stato ancora, tutto sommato, condivisibile), ma ha negato con decisione che in Italia ci sia antisemitismo, soprattutto da parte cattolica, criticando specificamente la relazione di Luzzatto. A questo proposito mi è parso davvero spiacevole che quotidiani di sinistra come la Repubblica e soprattutto il manifesto siano arrivati a difendere un personaggio come Casini pur di dare addosso a Israele.
Lapplauso di circostanza ricevuto dal Presidente della Camera era in contrasto stridente con quello, ben più caloroso, che ha seguito il discorso del Pastore valdese Daniele Garrone (che pubblichiamo per intero in altra parte di questo giornale). Eppure il discorso di Garrone conteneva alcune affermazioni tuttaltro che indolori (la simmetria tra Israele e Palestina, e tra le azioni terroristiche e le azioni militari, la necessità di esprimere solidarietà alla minoranza cristiana), temperate però da una reale volontà di comprensione e di dialogo.
Nella sostanza, comunque, le posizioni su Israele non erano poi così distanti, e infatti la mozione relativa è stata approvata allunanimità (con qualche voto contrario sugli strumenti operativi). Personalmente ho trovato spiacevole che un emendamento ampiamente condivisibile, secondo il quale avremmo dovuto impegnarci ad approfondire gli elementi positivi della cultura islamica, sia stato bocciato da alcuni nostri delegati solo perché presentato da un delegato dello schieramento opposto.
Naturalmente il congresso non ha fatto mancare la propria solidarietà a Yasha Reibman, picchiato a Milano il giorno prima nel corso del Gay Pride. Ricordiamo anche il minuto di silenzio per le vittime del terrorismo in Israele. Su questi temi lunità e la compattezza dellebraismo italiano sono indiscusse e doverose. Su altri, forse, un po di dibattito e di approfondimento in più sarebbero stati un bene per tutti.
Anna Segre