IV Congresso UCEI

Una vocazione

di Daniele Garrone

Intervento di Daniele Garrone, invitato al Congresso dell’UCEI, 24 giugno 2002

 

Vi porto innanzitutto il caloroso saluto della Chiesa valdese – unione delle chiese valdesi e metodiste, ma sono certo di poterlo fare anche a nome di tutte le comunità evangeliche d’Italia.

Mi sento a casa, perché le modalità del vostro Congresso tanto assomigliano a quelle dei nostri sinodi: l’unità viene ricercata nella discussione fraterna, anche aspra, le linee di marcia per i prossimi anni vengono cercate e decise insieme, democraticamente, senza che nessuna autorità le imponga. Gli interrogativi sull’identità non sono disgiunti da un senso di profondo radicamento nella vita civile, alla quale si vuole contribuire attivamente come una componente che ha qualcosa da dire, a partire dalla sua storia e dai suoi valori.

Ma c’è anche un sentimento più personale, direi una certa commozione. Venire qui in mezzo a voi è un po’ come tornare a casa, per me che – come altri valdesi di Torino – ho avuto la benedizione, non uso a caso questa parola, di vivere la mia infanzia e adolescenza come allievo delle scuole ebraiche di Torino. Devo alle esperienze di quegli anni il mio legame con Israele, dalla partecipazione alla preghiera quotidiana alla raccolta di fondi per il Keren Kaiemet Leisrael, dalla memoria della Shoah alla lezione di antifascismo, dalla raccolta di figurine della collezione "Degania il mio kibbutz" alla diffusione di cartoline di protesta per le vessazioni di cui erano oggetto gli ebrei sovietici, dallo studio della lingua ebraica alla condivisione della vostra angoscia per l’ennesimo tentativo di cancellare Israele con la guerra del 67.

Su molti temi, e non da oggi, anche la nostra componente ha sensibilità e intenti del tutto consonanti con i vostri. Penso al comune impegno per la laicità dello stato, intesa come il quadro in cui tutti possano, senza privilegi o limitazione, concorrere alla costruzione della democrazia. Penso all’impegno contro il razzismo. Penso al tema della libertà religiosa, dove proprio la memoria del passato che ci ha visti, ebrei e valdesi, discriminati quando non perseguitati, è vissuta come impegno ad impegnarsi attivamente per gli altri: fu questo il senso della celebrazione comune del 150esimo anniversario dell’emancipazione del 1848 che non a caso organizzammo in Parlamento, ospiti del Presidente della Camera, e che non a caso centrammo sui temi del pluralismo, della cittadinanza, della democrazia, in una prospettiva europea. Penso al dialogo interreligioso, anche con l’Islam, più difficile oggi che anni addietro, al quale però non vogliamo rinunciare anche e proprio perché la santità di Dio impedisce che si utilizzi il suo nome per costruire barriere.

Con voi siamo allarmati non soltanto per la recrudescenza dell’antisemitismo manifesto e aggressivo, dal cuore dell’Europa ai paesi arabi, ma anche per il ripresentarsi – spesso in maniera apparentemente "per bene" – di stereotipi o atteggiamenti ostili tipici del tradizionale antigiudaismo cristiano e traghettati anche nella società secolarizzata. Le infamie di Durban, e non solo, hanno inquietato anche noi.

Come cristiani, il problema dell’antigiudaismo ci interpella in prima persona. È vero che in pochi decenni la visione cristiana dell’ebraismo è radicalmente mutata, ma il radicamento e la profondità dei mutamenti devono mostrarsi non soltanto nelle dichiarazioni ufficiali, negli ambiti ristretti del dialogo, o solo a proposito delle questioni "spirituali", ma nella quotidianità del rapporto con tutti gli aspetti della vita e del pensiero ebraico, compreso lo Stato di Israele. Come per secoli l’antigiudaismo ha fatto parte della formazione del cristiano "normale", così il cammino che abbiamo intrapreso non potrà avere sosta finché ogni cristiano avrà un rapporto sereno, né polemico né sovraeccitato, nei confronti degli ebrei e di Israele. Spesso si ha l’impressione che molti cristiani non sappiano rapportarsi agli ebrei in carne ed ossa, con l’identità che essi rivendicano e non con quella che noi attribuiamo loro, ma solo con immagini dell’ebraismo, costruite a tavolino anche se benevole. Nel nostro piccolo, vi assicuriamo che non allenteremo un solo attimo la guardia.

Due settimane or sono, una delegazione di dirigenti delle nostre chiese, ha compiuto un viaggio in Israele e Palestina, per portare solidarietà alle vittime, per sostenere le forze di pace, per invocare la fine delle azioni terroristiche e delle azioni militari, per esprimere solidarietà alla minoranza cristiana. Abbiamo anche visto come Israele sia più minacciato, ferito, angosciato di quanto non si voglia normalmente ammettere qui da noi in Europa.

Personalmente, sono stato colpito, più di altre volte, dal travaglio che la situazione, drammatica e minacciosa, comporta per la "idea di Israele". Perché, come mi è stato insegnato fin da piccolo, la realtà di Israele implica , direi statutariamente, fin dai tempi di Mosè, una tensione morale. Essere Israele non è solo un dato di fatto o un diritto – che va ribadito a gran voce, tanto più oggi – ma una vocazione. Voi vivete il travaglio di questa vocazione e delle scelte che essa implica davanti a tutti, col rischio di essere strumentalizzati, messi gli uni contro gli altri, giudicati, osteggiati. Non abbiate timore di continuare a interrogarvi su ciò che siete chiamati ad essere, non abbiate paura, neanche in questi tempi duri, delle vostre domande. L’ora è grave, il cammino arduo, ma esso ha un segreto, che è la promessa di Dio, che io vorrei evocare con le parole del Salmo 121, 2-4.

Il mio aiuto viene dal SIGNORE, che ha fatto il cielo e la terra.

Egli non permetterà che il tuo piede vacilli; colui che ti custodisce non sonnecchierà.

Ecco, non sonnecchierà né dormirà colui che custodisce Israele.

Grazie per questo invito e i più sentiti auguri per la conclusione dei vostri lavori.

Am Israel Chai

Daniele Garrone