Lettere

 

I problemi mai risolti

Cari amici di Ha Keillah,

io non sono ebrea (né di nessun’altra confessione religiosa), ma ho tantissimi amici ebrei, con cui sono sempre andata molto d’accordo sia politicamente sia come sensibilità e impostazione di vita, ma da un po’ di tempo con alcuni di loro – solo alcuni, una decina, praticamente tutti lettori del vostro giornale, che in molti casi l’hanno conosciuto proprio attraverso di me –, e anche con alcuni loro amici non ebrei, non riesco più a parlare, perché non appena nomino il problema mediorientale (e come si fa oggi a non parlarne?) si mettono sulla difensiva, se non peggio: troncano la conversazione o addirittura arrivano ad accusarmi – magari solo velatamente – di antisemitismo. Questa è una lettera aperta rivolta a loro e al vostro giornale che seguo da tanti anni. Vorrei fare alcune considerazioni e chiedervi che cosa ne pensate.

A) Prima di tutto sull’antisemitismo. Mi sembra molto giusta la precisazione puntuale fatta da Anna Segre nel numero di aprile. Non è antisemitismo essere contro un governo di Israele, anche se è stato regolarmente eletto. Riferito a un altro paese, sarebbe un’ovvietà: non si è anti-italiani se si critica Berlusconi. Ma riferito a Israele ha un senso, perché controbatte uno degli slogan funesti che avvelenano la discussione politica. Si insinua che chi critica Sharon è dalla parte dei nemici di Israele, e quindi vuole la sua distruzione, e quindi vuole "buttare a mare" tutti gli Israeliani; e quindi – in realtà è qui che si vuole arrivare – non si può parlare, né trattare, con costoro. L’etichetta di nemico di Israele viene estesa praticamente a tutti i palestinesi, senza fare le dovute distinzioni e precisazioni; il risultato è inculcare la diffidenza, l’odio, la paura e allontanare sempre più ogni soluzione di pace.

Ma siamo sicuri che ci sia una concatenazione logica in quella sequenza di affermazioni? Io credo che chi tiene davvero a Israele non può accettare acriticamente gli slogan che il governo diffonde per portare avanti la sua politica. I soldati che rifiutano di compiere azioni che sono in contrasto con i principi a cui il loro paese li ha educati tengono a Israele più di Sharon che ha ordinato quelle azioni. Vogliono un Israele che non debba vergognarsi dei suoi comportamenti, ma possa essere apprezzato dai suoi cittadini e da tutto il mondo come un paese giusto e degno di rispetto e ammirazione.

Alcuni miei amici purtroppo non sanno distinguere fra i veri interessi di Israele e gli slogan propagandistici diffusi dai suoi governanti: dicono a parole di non approvare la politica di Sharon, ma se io, incoraggiata da questa loro "apertura", critico la distruzione indiscriminata di case, le "uccisioni mirate" senza processo e i massacri di popolazione civile (aver impedito a osservatori dell’Onu un sopralluogo a Jenin è praticamente un’ammissione di colpevolezza, se ce n’era bisogno), mi rispondono che, se gli israeliani fanno queste cose, sicuramente quelle persone e quelle popolazioni erano colpevoli, si trattava di terroristi o di parenti e amici di terroristi; non servono prove e processi. Non li sfiora il dubbio che per fare propaganda non ci si ferma neanche davanti alle più grossolane bugie, e che sotto quei comportamenti possano esserci altre ragioni, spesso politicamente e moralmente sbagliate, che danneggiano in primo luogo Israele stesso: boicottare la pace. Ma entriamo più nel merito del problema.

B) Israele sì, la politica che conduce da molti anni no: questa è la mia posizione. Israele è nata male, lo sappiamo anche per quanto ci hanno detto molti israeliani: Uri Avnery, i nuovi storici (anche se qualcuno di loro ha fatto un passo indietro, mentre altri che hanno resistito alle pressioni rischiano di perdere il posto di lavoro se non peggio, come Ilan Pappe), e anche studiosi italiani che hanno vissuto in Israele come Guido Valabrega, ecc. Ma oggi Israele è una realtà, e ha in sé tanti elementi apprezzabili e preziosi: ha permesso la nascita di una comunità che riunisce un popolo disperso ma che nei millenni ha saputo mantenere la propria identità senza arrendersi anche di fronte a difficoltà grandissime, ha ricostruito la sua lingua, le sue tradizioni abbinandole a quanto di positivo ha trovato nei paesi che ha abitato nei secoli; e d’altra parte nei suoi cinquant’anni di vita si è sviluppata nel campo scientifico, culturale, economico e si è rafforzata dal punto di vista militare e dei rapporti internazionali, per cui nessuno oggi può seriamente minacciarla né mettere in dubbio la sua esistenza, se non alcuni movimenti estremisti o terroristi islamici nati e sviluppatisi negli ultimi 20-30 anni. Ma anche per questi ultimi ci si dovrebbe chiedere se persisterebbero nel loro odio distruttivo e autodistruttivo qualora Israele riuscisse a correggere le politiche sbagliate – e inaccettabili per ogni coscienza democratica – che si porta dietro, in modo più o meno accentuato, fin dalla sua nascita, condizionata dalle violenze e dalle guerre subite e provocate, in un periodo dominato ancora dal colonialismo, dal nazionalismo e dai movimenti di liberazione nazionale. Queste politiche sbagliate, da cui Israele non riesce ancora a liberarsi, oggi sono essenzialmente due: 1) l’occupazione e lo sfruttamento coloniale di territori che in base alle risoluzioni dell’Onu sono assegnati ai Palestinesi e 2) all’interno d’Israele, la democrazia a senso unico, riservata a una sola categoria di persone individuate in base alla religione o all’"etnia" (parola e concetto molto ambigui e pericolosi). Per approfondire questo secondo punto, si potrebbe fare semplicemente uno studio delle leggi che discriminano gli arabi all’interno della cosiddetta "unica democrazia" del M.O., ma non è il caso di farlo qui. E il vostro giornale, nel numero di aprile, ha dedicato ben 4 pagine al problema di questa contraddizione (Gavriel Segre, Tullio Levi).

I due temi sono comunque intrecciati se si cerca di delineare un assetto futuro dello stato: o si prospetta una Grande Israele, in cui in qualche modo devono trovar posto i palestinesi, e allora si deve risolvere il problema della democrazia e dell’uguaglianza di tutti i suoi cittadini, rinunciando a un’impostazione strettamente sionista; o si vuole la separazione fra ebrei e palestinesi, e allora si deve accettare che i palestinesi abbiano il loro stato separato e indipendente, su un territorio adeguato, anche se si possono auspicare rapporti stretti di collaborazione. Al di fuori di queste due ipotesi, ci sono possibilità che, per il rispetto che ho per Israele e il suo popolo, non voglio neanche prendere in considerazione come soluzioni definitive del problema: a) uno stato che al suo interno discrimina una parte importante della sua popolazione (apartheid più o meno rigido o soft), oppure b) uno stato che sfrutta un altro popolo coi metodi del vecchio colonialismo. Purtroppo oggi tutte e due queste possibilità sono pratica corrente in Israele. Ma forse è chiaro a tutti che bisogna uscirne. E non è una via d’uscita praticabile quella proposta da Sharon: tenersi la maggior parte del territorio con il minor numero di palestinesi (i quali rimarrebbero chiusi come in grandi prigioni, con città formalmente autonome ma isolate e circondate dalla presenza armata di Israele). c) Qualche ministro di Sharon prospettava anche una soluzione più drastica: eliminare tutti i palestinesi dal territorio: cioè deportazione, pulizia etnica. Dopo tutto, i palestinesi non esistono: in un articolo di S. Adani del "Corsera" (27 luglio 1982), citato in Israele e i palestinesi, Roma 1987, si dice: "Buona parte di coloro che oggi si dicono palestinesi non sono altro che figli e nipoti di immigrati recenti". Il mito della "terra senza popolo" è duro a morire.

C) Il "processo di pace". I miei amici, come me, sono per la pace in Medio Oriente, e questo mi stimola a parlarne con loro. Ma dopo poche parole mi accorgo che il concetto di pace che abbiamo non coincide.

L’idea iniziale per la pace avanzata a Oslo, "terra contro sicurezza" – che è poi la stessa idea riproposta attualmente dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, rafforzata perché accettata da tutti i 22 membri della Lega araba – sembrava, e a me sembra ancora, convincente; ma la realizzazione è stata resa impossibile da mille ostacoli: la trattativa è stata impostata (volutamente?) su tempi troppo lunghi, estenuanti, mai rispettati; e soprattutto Rabin è stato ucciso (da un terrorista, certo, ma israeliano: questo dovrebbe almeno far capire che i terroristi non si fermano facilmente, anche quando si dispone dei mezzi più raffinati e moderni. Lo si deve ricordare quando si pretende che Arafat, impedito nei movimenti e comunque senza più strutture di sicurezza funzionanti, senza prospettive o alternative da offrire al suo popolo, fermi da solo il terrorismo).

Arafat aveva accettato che la Palestina fosse divisa non a metà, come era stato stabilito nel ’47 dall’Onu, ma assegnando il 78% a Israele e solo il 22% ai palestinesi. Tuttavia quel 22% di terra non era libero: nel ’93 vi risultavano insediati 200.000 coloni. L’ostacolo principale alla pace era proprio la presenza di questi insediamenti. Yehoshua scrisse una bellissima lettera aperta ai coloni perché "tornassero indietro", Peace Now chiedeva "due stati per due popoli", ma la realtà quale è stata? Gli insediamenti dopo la morte di Rabin cominciarono ad aumentare a ritmo serrato: i coloni erano raddoppiati nel 2000 e oggi sono arrivati a 400.000; in particolare sono cresciuti nel periodo di Barak.

Ecco, è proprio su Barak e sulla sua "generosa offerta" fatta nella trattativa di Camp David nel 2000, che passa uno spartiacque fra due concezioni della pace possibile, su cui si dividono gli israeliani, e quindi anche noi, ebrei e non ebrei, italiani e cittadini del mondo, che da lontano seguiamo con partecipazione e passione il dramma mediorientale (io ricordo di aver passato notti intere davanti al televideo che ogni mezz’ora aggiornava sull’andamento dei colloqui di Camp David).

Bisogna assolutamente fare chiarezza sulla leggenda che tutti continuano ad avallare, da Grossman a Lerner alla TV italiana, e anche voi, nella risposta firmata dalla redazione HK alla lettera dalla lettrice C. Toffanin: Arafat si è meritato Sharon perché ha rifiutato la "generosa offerta" di Barak. Ma è quello lo stato che gli israeliani pensano di poter offrire ai palestinesi, pretendendo che poi nessuno si ribelli? E voi, come potete essere d’accordo?

L’offerta di Barak, il massimo che Israele sembra potesse offrire – almeno nel dicembre 2000 (nel gennaio 2001, a Taba, furono fatti passi avanti notevoli, ma ormai non c’era più tempo di trattare, con le elezioni alle porte e Sharon che passeggiava nella spianata delle moschee) – consisteva in un territorio eroso da un gran numero di insediamenti che erano stati raggruppati insieme in grandi blocchi lunghi e frastagliati, di cui era prevista l’annessione a Israele, previo risarcimento: annetto il 10% della Cisgiordania e lo risarcisco con l’1% di territorio israeliano, fu l’offerta di Barak. I blocchi si insinuavano in profondità nella Cisgiordania determinandone la divisione in tre zone quasi incomunicabili fra loro (e senza comunicazione con Gaza), attraversate da strade di collegamento fra le colonie controllate dai soldati e con numerosi posti di blocco; non c’erano confini netti con Israele; i coloni naturalmente disponevano della maggior parte dell’acqua e delle altre risorse. Solo gli insediamenti più lontani e scomodi da difendere sarebbero stati eliminati. E ancora – proposta veramente indecente – era previsto un controllo israeliano su tutti i confini (con Egitto e Giordania) e quindi nessuna vera autonomia e indipendenza né politica né economica del futuro "stato" palestinese. Inoltre c’era un altro 10% di territorio (abitato da coloni religiosi, difficili da riportare in patria) che Barak voleva prendere "in prestito", cioè "provvisoriamente", ma "a tempo indeterminato", così da erodere ancora terra da quel che rimaneva di quel 22% pattuito. Qui è forse il caso di parlare di terra "rubata". Mi sembra fuori luogo discutere se ha più diritto a occupare una terra chi c’era prima, 2000 anni fa, o chi ci si è stabilito dopo, per secoli. Io dico "rubata" rispetto a una trattativa partita lealmente sulla base quantitativa del 78% contro il 22%, che si è prolungata evidentemente all’unico scopo di dare il tempo per ampliare gli insediamenti e mettere il più debole di fronte al fatto compiuto. Ma indigna soprattutto il disprezzo per tutto un popolo, che si manifestava nel volergli imporre un controllo permanente (delle frontiere, delle risorse, della vita politica e economica). Tutto questo non poteva che portare alla fine di una speranza di una giusta pace, e quindi alla disperazione e alla ribellione.

Il problema della pace in Medio Oriente, che nonostante tutto si ripresenterà continuamente, è di trovare un modo di convivenza civile fra due popoli destinati a vivere accanto. Sarà necessario per loro guarire tante ferite che avvelenano i loro rapporti, liberarsi da tanti pregiudizi, ricostruire una fiducia e una considerazione reciproca che forse fin’ora è solo patrimonio di pochi, ma che il popolo palestinese, come il popolo israeliano, merita: anch’esso ha una sua cultura democratica e una sua tradizione laica, non si è arreso al fanatismo religioso, nonostante quello che si vuole far credere, ha saputo mantenersi compatto e vigile, non si è fatto disperdere e domare nonostante le vicissitudini degli ultimi 60 anni. Come risposta ai soprusi subiti – gli israeliani dovrebbero riconoscerlo, sarebbe un passo importante e coraggioso – è nata l’intifada delle pietre, e poi la resistenza armata; e purtroppo, accanto a queste, anche la frangia del terrorismo, che negli ultimi tempi si è esteso e ha prodotto morte e odio fra gli israeliani. Ma considerare tutti i palestinesi un’orda di terroristi, e Arafat come il loro Bin Laden, è mistificante: può solo servire da pretesto a un leader che non sopporta l’idea di uno stato palestinese (in questo non è certo veramente in contrasto col suo partito, il Likud, che lo dichiara esplicitamente), per contrattaccare – sull’esempio e con l’avallo di Bush – con la stessa tattica dei terroristi: sparare nel mucchio, sulla popolazione inerme, e distruggere tutto quello che può servire a una vita civile, avendo come bersaglio le strutture politiche, militari, culturali, sanitarie dell’unico interlocutore possibile per la pace, mentre i terroristi evidentemente ben nascosti preparano con maggior accanimento e consenso nuovi feroci attentati. (Solo che Sharon non manda dei giovani con cinture esplosive a fare stragi, perché possiede elicotteri e tank che sono più comodi ed efficienti...). [...]

Voi di Ha Keillah potete fare chiarezza e qualche volta avete pubblicato articoli che vanno in questa direzione; ma forse potete farla anche di più. Io comunque continuerò a leggere la rivista con la speranza di trovarvi anche il punto di vista di quella nuova sinistra israeliano-palestinese che forse costituisce il primo nucleo di un futuro sodalizio fra due stati vicini, amici e magari federati.

Fiamma Bianchi Bandinelli

 

La lettera di Fiamma Bianchi Bandinelli tocca argomenti fondamentali, che muovono nel profondo chiunque abbia a cuore la pace in Medio Oriente. Su questo testo (non una lettera, ma sostanzialmente un documento politico, che abbiamo purtroppo dovuto tagliare per motivi di spazio) la redazione ha a lungo discusso e ragionato, decidendo infine per una risposta articolata e riservandosi di ritornare ancora su alcuni punti, che richiedono, a nostro parere, una trattazione più ampia.

1. Abbiamo già avuto occasione di dire un’autentica banalità: che nessuno, nella redazione, è favorevole a Sharon, e tutti consideriamo la sua vittoria elettorale un’autentica iattura, propiziata dal comportamento di Arafat a Camp David; è però sostanzialmente diverso condannare, come fa la nostra lettrice, tutte le azioni recenti di Israele, dimenticandosi che il governo Sharon è un governo di coalizione in cui è presente la sinistra, con Peres agli Esteri e Ben Eliezer alla Difesa: il confronto con il governo Berlusconi è qui assolutamente improponibile, dato che in Italia non abbiamo nè D’Alema agli Esteri né Fassino alla Difesa.

2. "Israele è nata male", dice la lettera. Che poi Benny Morris abbia corretto il tiro e chiarito che il discorso storico suo e dei suoi colleghi non ha alcun rapporto con la situazione attuale, che lui e altri intellettuali di sinistra (Yehoshua, Grossman) abbiano sostenuto che la situazione attuale è dovuta non solo a Sharon ma anche a carenze gravi della leadership palestinese, a noi paiono elementi importanti, alla nostra lettrice no. Certo, se si parte dall’idea che "Israele è nata male", si può facilmente arrivare a sostenere che la terra è rubata: come se un’ipotesi del genere potesse negare il diritto alla difesa. Se leggiamo Benny Morris attentamente, se valutiamo bene le posizioni degli intellettuali israeliani, possiamo giungere a considerazioni più equilibrate.

3. La proposta di pace saudita "un interessante punto di inizio per la trattativa", come la definì Peres è stata emendata (certo non migliorandola) dalla Lega Araba, ed è stata approvata soltanto da 12 paesi, sui 22 stati che fanno parte di quell’organizzazione. Quindi è solo uno degli elementi su cui basarsi per l’indispensabile ripresa delle trattative di pace.

4. Sulla "generosa offerta di Barak" la redazione è divisa (e i nostri lettori più attenti se ne saranno accorti): c’è chi pensa fosse davvero una proposta generosa, chi la ritiene comunque ragionevole, chi la giudica severamente. Quello che però ci pare certo (e che sfugge alla nostra corrispondente) è che a Camp David Israele presentò proposte nuove, cambiando profondamente la propria posizione, infrangendo antichi tabù culturali e territoriali. E Arafat non rispose solo no: ripropose le posizioni di sempre dei palestinesi, come se per arrivare alla pace bastasse azzerare gli orologi, tornare al 1948 o al 1967, cancellare mezzo secolo di storia.

5. Non riusciamo a capire come una persona di sinistra possa sottovalutare il pericolo che il futuro stato palestinese nasca come "repubblica islamica", dominata dal fondamentalismo, priva di quelle caratteristiche che, a nostro parere, sono irrinunciabili per la vita democratica.

6. La nostra lettrice prende per veri una serie di fatti che veri non sono. I coloni sono oggi circa 200.000, non 400.000. L’Onu nel 1947 non propose "che la Palestina fosse divisa a metà": già allora la parte più ampia era assegnata a Israele. Neppure più la propaganda palestinese parla di "massacro" per i circa cinquanta miliziani morti a Jenin, in una battaglia cruenta, durata una settimana. L’elenco potrebbe continuare, ma ci fermiamo qui: il punto è che, per parlare del Medio Oriente, bisogna decifrare i fatti reali, oltrepassando la propaganda di entrambe le parti.

7. Piero Fassino ha detto, in una intervista, che "giustificare il terrorismo in nome della sofferenza di un popolo è una scelta sciagurata": senza una decisa e franca condanna del terrorismo, in Medio Oriente e nel mondo, non si riuscirà a fare passi avanti verso la pace. Né vale il paragone con l’assassinio di Rabin, delitto isolato e fuori da ogni linea politica, a differenza degli attuali uomini-bomba palestinesi, ben collocati in una strategia "politica", sia pure abnorme. Nessuno di noi può permettersi indifferenza nei confronti del problema del terrorismo, o cavarsela con facili battute sul fatto che Israele ha armi moderne e sofisticate: la pace va conquistata con mezzi politici.

HK