Recensioni

 

Corrado Israel De Benedetti, Anni di rabbia e di speranze 1938-1949, Giuntina, Firenze 2003, pp. 154, _ 10.

Corrado Israel De Benedetti ci aveva già abituati, con il suo precedente lavoro su I sogni non passano in eredità. Cinquant’anni di vita in kibbutz a riflettere sull’inestricabile viluppo che intercorre tra storia individuale e biografia collettiva. Appartenendo a quella generazione di "padri" fondatori che, quando avviarono collettivamente l’esperienza della nascita e della crescita d’Israele, di cui, a modo loro furono levatrici, avevano l’età di figli (ventenni) piuttosto che quella di genitori. Trovandosi, tuttavia, a subire gli effetti, a tratti devastanti, dell’accelerazione della storia avvenuta in quegli anni. Che vide concentrati, in un lasso di tempo tanto contratto quanto intenso, una serie di fatti terribili e insieme straordinari. Laddove il mondo veniva ribaltato e, con esso, coloro che ci abitavano.

De Benedetti, da giovanissimo qual era, si confrontò ben presto con un percorso esistenziale che di giorno in giorno andava facendosi sempre più difficile, a tratti ostile. E per compiere il quale venivano richieste risorse aggiuntive, che l’ordinarietà e l’abitualità dell’esistenza non offrivano. Fu così che egli dovette affrontare non solo le avversità imposte dalle circostanze ma la ricerca di ragioni inedite per motivare un’esistenza che, se ben desiderata e difesa con le unghie e con i denti, pareva però perdere di quel senso che le avrebbe dovuto invece essere proprio a priori. Poiché tutto sembrava congiurarle contro. A partire dalla condotta, infame, di quei regimi che si erano impegnati in una guerra mondiale e nel massacro delle popolazioni civili inermi.

Anni terribili e, al contempo, indimenticabili, quelli che De Benedetti visse a cavallo tra le leggi razziali del 1938 e la nascita di Medinat Israel. Anni che sancirono la separazione, sia pure non assoluta, tra due mondi: da una parte, quello ferrarese d’origine, costruito come una piccola cattedrale di domestiche sicurezze che si sfarinano progressivamente, dinanzi all’incedere degli eventi. Dall’altro il nuovo mondo, quello israelo-palestinese, invitante e a tratti seducente ma anche pieno di incognite ed incertezze. A partire dal modo in cui chiamare quella nuova comunità nazionale che andava faticosamente lievitando. Una terra da scrutare all’orizzonte, tra desiderio e apprensione.

Nella scelta, nell’esercizio autonomo di un diritto d’opzione, sta quindi il senso della condotta di De Benedetti. Che "scopre" il progetto sionista e Israele insieme al socialismo attraverso una nuova pratica comunitaria, molto connotata generazionalmente, che rende l’ebraismo non solo religione degli avi ma ingrediente per la realizzazione di un progetto poltico e culturale. L’esperienza dell’haksharà assume così i toni di una iniziazione, dove ai frammenti di una esistenza già compiuta si sommano i desideri e le ambasce di qualcosa ancora a venire.

Di ciò e di altro ancora parla l’autore, in quella che è la sua seconda opera autobiografica, Anni di rabbia e di speranze 1939-1949, uscita ancora una volta per i tipi della Giuntina (Firenze 2003, pp. 154, E 10). Anni di difficile formazione per colui che alle occupazioni abituali che impegnano la mente e il corpo di chi giovinetto è, deve sostituire l’ingegno e l’astuzia dell’abile attraversatore delle tempeste storiche. De Benedetti, che è un marinaio di terra ferma, ricostruisce la flagranza e il lieve candore di una adolescenza che deve fare i conti, suo malgrado, con la ruvidezza dei tempi correnti. Con una scrittura che è dolcemente nostalgica per qualcosa che, nel momento stesso in cui viene ricordato narrandolo, pare essere perduto per sempre. Ma anche evocativa di una dignità che va facendosi strada, con il vigore e la forza di chi si tempra dinanzi alle vicissitudini del proprio presente. Mai si perde di coraggio, malgrado tutto. E questa aggiuntiva risorsa di fiducia è forse quanto fa la differenza, nel suo percorso biografico, tra il naufragare e il rimanere in piedi. Il naufragare nello straniamento di un mondo che sembra oramai camminare all’indietro e con le gambe all’insù e il rimanere eretto sulle proprie gambe. Facendo affidamento, letterale e figurato, in esse. Risorsa che si rivelerà utile, oltre misura, nella scelta, che non era scontata per lui né per molti dei suoi coetanei, di optare per Israele. E prima ancora, per la strada del sionismo militante, al quale è rimasto fedele dal momento della sua scoperta ad oggi. Di certo negli ideali pionieristici – così come nella pratica – dei kibbutzim si rigenerò l’ebraismo continentale ma, con esso, ed è la cosa più importante in fondo, gli stessi uomini che erano sopravvissuti alle tragedie della guerra e delle persecuzioni.

De Benedetti parla di tutto questo e di altro ancora con la sobrietà che gli è sempre stata propria, consegnandoci il ritratto di un giovane ma anche e soprattutto di una generazione. Quel che più suscita invidia, nel lettore smaliziato e avvezzo alla conoscenza dei trascorsi, è il riscontrare la consapevolezza che i giovani di allora andavano maturando del mondo circostante. E la maniera in cui la esprimevano. Quand’esso si chiuse su di loro, con l’inesorabilità che pareva inarrestabile e irresistibile di un cappio, la capacità che seppero esprimere fu quella di reagire e resistere. Era evidentemente tempo di dibattiti e di discussioni, di confronti animosi e partecipati, nella comune convinzione – oggi assai poco praticata – che ogni gesto dovesse essere corredato dall’intima adesione morale, intellettuale e politica ad una concezione del mondo. Che vi dovesse essere una coerenza tra pensato e agito, in altri termini.

Forse questa capacità di rapportarsi alla dimensione generale, il non vivere lo spirito dei tempi come fatto in sé soggettivamente annichilente ma il cercare negli altri una risorsa, fu ciò che fece la differenza tra la morte che aveva attraversato l’Europa e il riconquistato diritto alla vita che anche nell’esperienza israeliana trovò una compiuta manifestazione. De Benedetti ci aiuta a ricomporre il quadro, tassello dopo tassello, non solo di una esistenza ma del bisogno di vivere che accompagnò coloro che attraversarono la grande prova di quegli anni. E ci consegna, nella sua veracità, il ritratto di un’epoca che vogliamo considerare come ancora non conclusa poiché le nostre radici trovano in essa un solido terreno ove continuare a crescere. Malgrado che il tempo ci paia scappare se non, a volte, mancare del tutto.

Claudio Vercelli

 

Quell’odore di guerra

Si legge tutto d’un fiato L’odore della guerra che Giuliana Segre Giorgi ha dato alle stampe all’età di novantadue anni, quale continuazione ideale di quel Piccolo memoriale antifascista, pubblicato anni or sono da Lindau, lo stesso editore di questo volume, e poi riedito da La Nuova Italia.

Il libro lo si legge senza sosta non solo perché è agile e breve, ma perché scritto con rapide ma intense pennellate, ben utilizzate dall’autrice, che fu anche in gioventù abile pittrice, per descrivere ambienti, personaggi, sensazioni, pagine di una sua personale esperienza di coerenza antifascista e di vocazione civile.

I brevi capitoletti del libro attraversano le tappe fondamentali della vita di Giuliana Segre e in qualche modo di un intero secolo. Si parte dall’odore di guerra che colpì bambina l’autrice nelle campagne toscane del Valdarno durante la prima guerra mondiale, quando con altri bimbi andava a spiare alla stazione il passaggio delle tradotte e l’odore che le è rimasto dentro insieme all’angoscia della guerra. era quello del cuoio malconciato degli scarponi dei soldati.

Sono però gli anni che precedono la seconda guerra mondiale a costituire momento centrale nel racconto di Giuliana Segre. Gli anni del suo arresto, poco più che ventenne, avvenuto a Torino nel marzo 1934 durante una retata della polizia fascista, episodio che lasciò un forte segno nella coscienza civile che si formò nell’autrice.

E, non si dimentichi, che l’arresto di settant’anni fa di quel "plotoncino di ebrei antifascisti e antitaliani", come li definì "Il Tevere" del 31 marzo 1934, segnò l’inizio di una campagna antisemita che non doveva più lasciare l’Italia per gli anni a venire. Non a caso tutta la stampa di regime aveva subito sottolineato come dei quindici torinesi arrestati durante la retata di antifascisti appartenenti a "Giustizia e Libertà", la maggior parte fossero ebrei: Sion Segre, Attilio Segre, Giuliana Segre, Marco Segre, Leo Levi, Riccardo Levi, Carlo Levi, Giuseppe Levi, Gino Levi, Carlo Vercelli e Leone Ginzburg. Di essi, dopo la recente scomparsa di Sion Segre Amar, che era stato arrestato insieme a Mario Levi mentre cercava di introdurre in Italia materiale di propaganda antifascista, solo Giuliana Segre sopravvive.

E non poteva certo non segnare la vita e le future frequentazioni dell’autrice quell’arresto e il periodo buio che ne seguì, se anche Gaetano Salvemini che dalla lontana America seguiva gli avvenimenti italiani, "colse subito la gravità di ciò che si era realizzato in quei mesi e lo denunciò preoccupato all’opinione pubblica americana e internazionale", come ricorda Renzo De Felice nella sua "Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo", per concludere che "con il 1934 l’antisemitismo non era più nel partito fascista un fatto marginale e individuale, ma rappresentava ormai uno dei motivi caratterizzanti di alcuni suoi gruppi".

Gli anni che precedettero le leggi razziali videro così Giuliana Segre a contatto stretto con i familiari che più ebbero influenza su di lei: il professor Marco Treves, libero docente di psichiatria all’università di Torino, "lo zio dottore" socialista come il fratello Claudio Treves, uno dei fondatori del partito socialista, e soprattutto Carlo Levi, "il mio maestro tra i dieci e i venti anni": toccante nel libro, tra i tanti, il ricordo dei pomeriggi passati in casa Levi a giocare e a studiare con le sorelle Luisa e Adele, nel grande giardino nella collina torinese e nella mitica villa di Alassio dove la famiglia si ritrovava a dipingere, a discutere e a passare le vacanze con gli amici più cari, di volta in volta Giulio Einaudi, Nicola Chiaromonte, Aldo e Remo Garosci, Franco Antonicelli, Cesare Pavese, Paolo Treves, Vittorio Foa e Paola Levi, Adriana Pincherle, sorella di Alberto Moravia.

E poi la "stagione" di Ponza, dove Giuliana Segre si recò una volta uscita dal carcere torinese con la madre, autorizzate dalla polizia politica per andare a visitare il padre, a Ponza non in villeggiatura, come avrebbe voluto il nostro Presidente del Consiglio, ma in un duro confino seguito alla retata dell’Ovra: nell’isola Giuliana Segre conosce Giorgio Amendola e poi Bruno Giorgi, scultore comunista di madre ebrea che poi sposò a Ponza stessa.

E ancora, l’odore della guerra è fatto anche dei colloqui nel carcere di Poggioreale a Napoli nel periodo in cui Bruno Giorgi e gran parte dei confinati a Ponza per antifascismo erano stati condannati dal Tribunale Speciale di Napoli a vari mesi di detenzione da scontare in quel carcere per indisciplina, a causa di una protestra collettiva.

La seconda parte del volumetto traccia nuove pennellate sull’esilio, dapprima a Parigi per tre anni alla fine degli anni Trenta e poi per un lungo periodo in Brasile.

La vita a Parigi, quando la Segre si ritrovò fuoruscita insieme al marito, è scandita soprattutto dalle frequentazioni di intellettuali antifascisti, di scrittori, poeti e pittori che lasciano un segno profondo nella sua vita. Vi si respira "un’atmosfera di penombra", attraversata da ricordi, dalla guerra di Spagna al funerale dei fratelli Rosselli, "in quei larghi viali dove eravamo soliti passare di notte, in penombra, pieni di speranza, con la speranza in cuor".

E infine la traversata per nave verso il Brasile, in un lungo viaggio che portò l’autrice a vivere in quel paese dalla fine degli anni Trenta sino a metà degli anni Sessanta, quando fece ritorno in Italia, nella sua Torino, circondata da innumerevoli ricordi, dai quadri dipinti nel periodo sudamericano e dalle traduzioni di molti libri, che, grazie a Giuliana Segre, hanno fatto conoscere anche al grande puibblico italiano autori come Jorge Amado.

Una vita, dunque, come bene dice la prefazione, "vissuta con alacrità, allegria e rigore".

Giulio Disegni