Film

Terminal

di

Andrea Billau

 

Nel suo ultimo film Terminal Steven Spielberg affronta con una commedia hollywoodiana la tematica centrale della nostra civiltà occidentale nell’attuale momento storico e cioè il rapporto con l’Altro, con le altre culture. Un cittadino di una fantomatica repubblica ex sovietica, la Kracozia, Victor, cerca di entrare negli Stati Uniti ma all’aeroporto JFK di New York viene fermato perché durante il suo volo è avvenuto un colpo di stato nel suo paese e gli Stati Uniti non riconoscendo il nuovo governo non gli permettono l’accesso, decidono di non espellerlo e in attesa di sviluppi lo confinano nella zona di transito, lasciandolo in un limbo giuridico e pratico che porta il soggetto in questione a doversi inventare una strategia di sopravvivenza nel terminal, in attesa che la matassa si sbrogli. Victor è intraprendente e delude le aspettative della burocrazia con cui si confronta, rappresentata da un ottuso quanto arrivista capo della sicurezza interna all’aeroporto, che, dopo averlo "imprigionato", cerca, attraverso alcuni tranelli, di sbarazzarsene, scaricandone la responsabilità ad altre istituzioni, ma il crakoziano non demorde perché intuisce che il resistere rivendicando i suoi diritti prima o poi gli farà avere giustizia, come poi sarà. È una resistenza che si trasforma piano piano da personale a tutto un sistema di esclusione e la più bella scena del film si ha quando difende uno straniero, anche lui slavo, che portava con se delle medicine acquistate in Canada per il padre gravemente malato e che, non giustificate da un’acclusa ricetta medica, sono bloccate dal solerte funzionario. Victor, chiamato dalle autorità come interprete per togliere le castagne dal fuoco, di fronte alla reazione disperata del povero disgraziato, si mette dalla sua parte e attraverso uno stratagemma riesce a farlo ripartire con le preziose medicine, divenendo l’eroe dei lavoratori del terminal, che in un impeto ottimista di Spielberg, si schierano con la difesa del più debole. Di fronte alla chiusura sempre più evidente delle nostre società in una paranoia securitaria che dimentica le cause del disordine mondiale, questo film del regista ebreo americano, che segue la già dura critica al sistema giudiziario post-11 settembre del suo film precedente Minority Report, è una boccata d’ossigeno che dimostra un grande senso di umanità e di giustizia e come non vederne la radice ebraica? "Siete stati stranieri in terra d’Egitto...". Il nostro occidente oggi vuol dare lezioni di democrazia con la guerra e con la chiusura delle frontiere, questo film ricorda "la nostra appartenenza ad una sola razza: quella umana" (Einstein).

Andrea Billau