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La questione della Questione
Manifestolibri ha recentemente pubblicato, a cura di Massimiliano Tomba, La questione ebraica di Karl Marx, preceduta dall’omonimo scritto di Bruno Bauer (1842) di cui il saggio marxiano del 1844 costituisce la recensione apparsa sugli "Annali Franco-Tedeschi". Sono indubbiamente testi significativi, che non scopriamo ora; in qualche modo sono dei classici, sia pur in un’accezione un poco…sinistra (mi si perdoni il facile gioco di parole!). Una domanda, anzi una doppia domanda sorge spontanea: perché proprio ora, e perché manifestolibri? Una risposta immediata e anche calzante emerge dall’introduzione competente del curatore. Si tratta della prima edizione abbinata delle due opere, che presentate insieme ripropongono un dibattito storico-filosofico intorno alla società e ai diritti delle minoranze di indubbio interesse critico per i ricercatori e forse anche per un pubblico di comuni lettori forniti di un’agguerrita preparazione. L’interesse di un editore di sinistra per questo versante è inoltre naturale e scontato.
Tutto vero, ma forse non basta. Sorgono infatti altre, più inquietanti domande. Perché nell’introduzione non viene minimamente evidenziato l’antisemitismo di fondo del testo di Marx e le sue indubbiamente gravi conseguenze storiche, che studiosi universalmente quotati come Poliakov e Mizrahi non mancano di evidenziare? Perché solo in nota e tra scettiche virgolette si accenna alle accuse di antisemitismo ricevute (impropriamente?) da quelle pagine, quando anche uno storico di sinistra come Roberto Finzi ne riconosce il carattere sostanziale e individua nello scritto marxiano un vero e proprio modello negativo? Una presa di distanza critica dalle implicazioni pregiudizialmente antisemite del famoso saggio sembrava quantomeno doverosa e prudente.
Lavorando nel campo delle supposizioni, potremmo intravedere nell’atteggiamento del valido curatore e dell’editrice nel suo complesso uno scopo più sottile. Oggi gli ebrei appaiono più che mai scomodi e difficili, anche (ma non solo) per il loro pervicace legame con Israele, che a certa sinistra pare in questa fase un’espressione del male. Dell’ebreo, in particolare, dà noia quel suo tenace attaccamento a un’identità che molti avvertono come pesante e dannoso retaggio del passato. Insomma, è possibile leggere tra le righe di questa ripubblicazione l’invito rivolto agli ebrei di oggi, e proprio nei termini di Marx, ad abbandonare l’identità ebraica per ottenere finalmente la libertà? O magari il tacito suggerimento dato ai lettori comuni di considerare gli ebrei come esempi di identità forte e oggi pericolosa?
Forse sono solo ipotesi maligne, ma certo spingere – anche dietro il paravento dell’ottocentesca "questione ebraica" – a disfarsi di un’identità o a disprezzare il concetto di identità in sé sarebbe, questo sì, davvero pericoloso, poiché non creerebbe conoscenza e incontro, non favorirebbe l’uguaglianza delle diversità, ma genererebbe solo elitarismo conflittuale.
David Sorani
Silvio Ferrari, Lo spirito dei diritti religiosi, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 300, _ 18,00
Silvio Ferrari insegna diritto canonico all’Università di Milano e in quella di Lovanio (Belgio), È direttore della rivista "Quaderni di diritto e politica ecclesiastica" e coordina la redazione di "Daimon, Annuario di diritto comparato delle religioni".
L’opera, che ha come sottotitolo "Ebraismo, cristianesimo e islam a confronto", è di un notevole spessore. Essa pone a confronto i diritti delle tre religioni esplorandone le radici comuni, i punti di contatto e di contrasto, la distanza che li separa dai diritti degli Stati. I temi trattati sono numerosi, non si limitano allo studio del diritto comparato delle tre religioni ma affrontano la secolarizzazione dei diritti, i rapporti fra diritto e tradizioni, i rapporti fra "diritto divino" e diritto "secolare", l’appartenenza religiosa, le vie del mutamento attraverso la legislazione (canonica) e l’interpretazione (ebraica e islamica). La trattazione è corredata da riferimenti e note di grande ricchezza.
L’opera dà molte risposte ma fa sorgere nel contempo alquante domande. In che misura i principi noachidi sono razionalmente conoscibili e possono identificarsi con il diritto naturale, come ipotizzato da Grozio, o con il diritto coranico come ipotizzato da Majud Khadduri ? E in che misura gli stessi principi, che pur sono richiamati negli Atti degli Apostoli (15:20), sono stati recepiti dal cristianesimo ?
Qualche perplessità può sorgere da osservazioni sparse. Leggo, per esempio, a pagina 260: "L’insegnamento, centrale nella dottrina ebraica, che ‘la Thorah è la legge rivelata da Dio (che) deve essere obbedita perché Dio è Dio’" mi sembra incompatibile con il fatto che si tratta di una legge che vincola soltanto il popolo ebraico che l’adottò con una manifestazione collettiva di volontà (Esodo, 8:19) mentre gli altri popoli non sono tenuti ad osservarla. È quella stessa manifestazione di volontà che sta alla base di qualunque contratto e che fornisce una giustificazione al principio Dina demalchutah dina
Leggo ancora, a pagina 274: "…la constatazione che, tanto nell’ebraismo quanto nel cristianesimo e nell’islam, è radicata l’idea che Dio abbia rivelato la propria legge agli esseri umani per un duplice scopo: condurre una esistenza giusta in questo mondo e raggiungere la vita eterna dopo la morte. Il rapporto tra queste due finalità è articolato diversamente in ciascuna di queste religioni ma nessuna di esse circoscrive il proprio orizzonte alle sole realtà mondane: tutte sono aperte ad un ‘aldilà’ in cui l’uomo sarà pienamente punito o ricompensato per ciò che ha fatto durante la propria vita". Gli aspetti problematici (peraltro menzionati in nota) derivano dalla considerazione che ripetute volte la Thorah annuncia una ricompensa in questo mondo e non nell’aldilà: così in Genesi (12:2, 3, 7) ) ("Farò di te una grande nazione…si benediranno in te tutte le famiglie della terra…Ai tuoi discendenti darò questa terra"), (13: 14-17) ("Alza gli occhi dal luogo ove ti trovi e guarda a settentrione, a mezzogiorno, a oriente e a occidente; tutto il paese che vedi lo darò a te e alla tua discendenza in perpetuo, farò la tua discendenza come la polvere della terra...Levati, percorri il paese per lungo e per largo lo darò a te"), in Esodo (23:25) ("Servirete unicamente il Signore Dio vostro ed Egli benedirà il tuo cibo e la tua acqua ed Io allontanerò ogni infermità di mezzo a te"), in Deuteronomio (17: 18-20) ("Quando egli sarà sul trono del suo regno dovrà scrivere per suo uso una copia di questa legge...onde prolunghi i giorni dei suo regno, egli ed i suoi figli, in mezzo a Israele".). Non voglio certo negare l’ipotesi del mondo futuro (che credo dovuta soprattutto all’influenza greca ma fatta propria dai farisei), ripresa da Maimonide senza che sia chiaro se questi intendesse una immortalità individuale dell’anima (come ammessa da Avicenna) o una sopravvivenza non individuale (come ritenuto da Averroé): certo che punizione e ricompensa divina vanno intesi prescindendo da ciò che ogni uomo intende come il bene o il male così come chiaramente emerge dal libro di Giobbe (37:23).
L’interesse maggiore del libro di Ferrari sta proprio in questo: nello stimolo a studiare e approfondire ogni osservazione rilevando che non ve ne sono di banali e che ognuna può essere posta alla base di una nuova ricerca e di un nuovo studio.
Guido Fubini