Memoria

 

GIUSTI

di

Guido Neppi Modona

 

Guido Neppi Modona ci ha gentilmente inviato questo intervento, pronunciato in occasione dell’inaugurazione del Monumento alla Resistenza e della consegna di targhe in ceramica alle quattro famiglie che nella zona di Roburent (Cuneo) hanno ospitato ebrei durante il periodo 1943-1945.

 

Un ringraziamento

Sono molto grato al Comune di Roburent, al Sindaco Bruno Vallepiano, alla Giunta ed a tutti i consiglieri comunali, in particolare al cons. Romolo Garavagno, per avere pensato, in occasione dell’inaugurazione del Monumento alla Resistenza, di ricordare il ruolo svolto da quattro famiglie di questo Comune, che ospitarono, e quindi protessero, nascosero e salvarono ebrei braccati e senza speranza negli anni bui della feroce persecuzione antisemita e della caccia spietata all’ebreo organizzata dalle SS naziste e dai fascisti della Repubblica di Salò.

Non so bene in quale veste rivolgo queste parole di ringraziamento a quelle quattro famiglie ed ai loro discendenti. Certo, e in primo luogo, in veste di ebreo ed anche di testimone indiretto, in quanto nipote di Marco Levi, uno degli ebrei salvato dalle famiglie di Roburent, purtroppo mancato quattro anni or sono, all’età di quasi 91 anni. Parecchi di voi l’hanno conosciuto e lo ricordano.

Nel 1998, quando qui a Roburent venne inaugurato un Memoriale alla Resistenza, mio Zio aveva promesso di consegnare delle targhe in ceramica con la stella ebraica di Davide e la scritta in ebraico della parola Shalom, cioè pace, alle quattro famiglie di Roburent. L’attuale amministrazione comunale ha deciso di realizzare quella iniziativa, me ne ha informato, le targhe sono state realizzate da Renata Garelli, ceramista che aveva lavorato nella Ceramica Besio, la fabbrica di piatti di mio Zio, da tempo chiusa. Sono intestate Comunità Ebraica di Torino - Comune di Roburent e appunto dedicate alle famiglie “che negli anni bui della persecuzione razziale e della barbarie nazi-fascista, con grande coraggio, generosità e rischio della vita”, offersero protezione e ospitalità agli ebrei che si erano rifugiati nel Comune di Roburent. Tra poco verranno consegnate ai superstiti di quelle famiglie ed ai loro discendenti.

Al di là di queste coincidenze personali, parlo come cittadino che, a oltre sessanta anni di distanza, sente il bisogno di fare qualche riflessione sulla tragedia della persecuzione razziale antisemita e sull’eroismo di chi ha salvato o cercato di salvare gli ebrei.

 

Profughi nel Cuneese

La Provincia di Cuneo, sotto il duplice aspetto della persecuzione e della salvezza, cioè dei due estremi sintetizzabili nella banalità del male e nella banalità del bene, ha vissuto una storia e una esperienza assolutamente peculiari: oltre ai 131 ebrei che nel secondo censimento degli appartenenti alla razza ebraica, quello del 1939, risultavano risiedere nel cuneese, parecchie centinaia di ebrei avevano cercato rifugio nella Provincia dopo l’8 settembre 1943, provenienti da altre zone d’Italia, dalla Francia e dalla Yugoslavia occupate dalle truppe naziste. Di queste centinaia di ebrei braccati, 423 furono deportati e trovarono la morte nei campi di sterminio (quanto al numero dei deportati nei lager, Cuneo è la terza provincia italiana, dopo Roma e Trieste), ma ben più numerosi furono quelli salvati, nascosti o mimetizzati sino alla Liberazione.

Dove cercarono la salvezza? Nei conventi, come ad esempio accadde ai bambini e alla parte femminile della mia famiglia; nelle parrocchie, a volte travestiti con abiti talari; negli ospedali, nei sanatori, nelle cliniche e case di cura private, soprattutto psichiatriche; il maggior numero nelle baite in montagna e nei cascinali isolati nelle campagne, nascosti da valligiani e contadini.

Questa grande trama di eroismi individuali, questa lunghissima catena di solidarietà e di umana pietà non è caduta nell’oblio, ma è stata per fortuna analiticamente documentata per iniziativa dell’Istituto storico della Resistenza in Cuneo e Provincia e del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, e per merito di due storici che voglio qui ricordare.

Adriana Muncinelli (EVEN Pietruzza della memoria Ebrei 1938-1945, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1994) ha ripercorso le vicende degli ebrei nella Provincia di Cuneo dal 1938 al 1945, documentando con puntiglioso rigore, con grande passione civile e umana pietà le storie di chi si è salvato e di chi è stato deportato nei campi di sterminio, le storie di chi li ha salvati e di come li ha salvati, e anche gli episodi di chi, purtroppo, li ha traditi e venduti ai nazi-fascisti.

Grazie a Adriana Muncinelli la memoria storica di queste pagine di solidarietà e di umana pietà potrà così essere trasmessa ai nostri figli e ai nostri nipoti.

Alberto Cavaglion (Nella notte straniera Gli ebrei di St.-Martin-Vesubie 8 settembre – 21 novembre 1943, Edizioni L’Arciere, Cuneo, 1981) ha ricostruito la storia assolutamente eccezionale dei circa mille ebrei provenienti da nazioni di mezza Europa invase dai nazisti – Polonia, Austria, Ungheria, Romania, Belgio, Francia – che erano stati concentrati a St.-Martin-Vesubie sotto la protezione dell’esercito italiano che allora occupava quella zona della Francia meridoniale a ridosso del confine con l’Italia. Dopo l’8 settembre 1943 e la ritirata della IV Armata, per sfuggire ai nazisti e ai fascisti del regime di Vichy quegli ebrei – di cui molti anziani e bambini – si rifugiarono nella Valle Gesso attraverso i colli delle Finestre e Ciriegia; circa un terzo – 349 – internati nella ex caserma degli alpini di Borgo San Dalmazzo furono deportati e trovarono la morte a Auschwitz (ne sopravvissero solo 9).

Altri si dispersero subito nelle zone circostanti e riuscirono in qualche modo a fare perdere le loro tracce sfuggendo ai tedeschi. Altri ancora – non meno di 250 – trovarono la salvezza nelle famiglie di contadini e valligiani che li accolsero nelle valli Gesso, Stura e Vermegnana grazie all’opera geniale e instancabile, direi miracolosa, di don Raimondo Viale, parroco di Borgo San Dalmazzo, ricordato anche in un libro-intervista di Nuto Revelli (Il prete giusto, Torino, Einaudi, 1998).

Non v’era in quelle valli casolare isolato che non avesse la sua famiglia di ebrei da nascondere, nutrire e salvare; ed erano ebrei difficilmente mimetizzabili, stranieri per provenienza, lingua, abitudini, costumi.

Questo è appunto il miracolo compiuto da don Raimondo Viale, a cui verrà poi conferito nel 1980 il riconoscimento di Giusto di Israele: nella rete di solidarietà da lui creata e alimentata non vi fu alcuna crepa, nessun ebreo venne tradito o venduto ai nazi-fascisti, quelli protetti da don Viale si salvarono tutti.

 

ARoburent

Ma torniamo alle nostre quattro famiglie di Roburent:

– la famiglia di Luigi Giusta, del capoluogo, ospitò due ebrei parigini, di cui sono noti solo i nomi, Mirella e Rogé;

– la famiglia di Pietro Salvatico, del capoluogo, accolse una famiglia di sfollati di cui faceva parte un’ospite ebrea, di cui non è noto il nome;

– la famiglia di Secondo Roà, della Frazione Prà, ospitò da fine settembre a novembre 1943 mio zio Marco Levi, che per motivi di sicurezza venne poi accolto dalla

– famiglia di Giovanni Castagnino, che abitava nella più isolata località Campi Manera, in alta Val Corsaglia, e lo ospitò sino alla Liberazione.

Lasciatemi dire due parole su come era composta la famiglia di Giovanni Castagnino: il capo famiglia, contadino; la moglie Maria Vinai, che ha 89 anni ed è oggi presente tra noi; tre figlie, Giovanna, Caterina e Maria, di cui le prime due erano in età scolare, cui si aggiunse, pochi giorni dopo l’arrivo di mio Zio, la nuova nata Assunta; la sorella e il fratello di Giovanni, Marietta e Luigi. Cioè otto persone.

Il casolare isolato di Campi Manera era formato da una grande cucina, un camerone dormitorio, una piccola camera matrimoniale cui si accedeva da una scala esterna, la stalla, una sorta di cantina sul retro, che comunicava con l’esterno per mezzo di una botola, una tettoia esterna per il forno, una legnaia. La camera matrimoniale venne ceduta a mio Zio, perché potesse dormire da solo.

Oltre al rischio altissimo delle ritorsioni se l’ospite ebreo veniva scoperto (il luogo – l’ultima casa abitata della Val Corsaglia – era un crocevia di tedeschi, repubblichini, partigiani, borsaneristi tra Piemonte e Liguria), vorrei che riflettessimo insieme cosa voleva dire, per una famiglia certamente povera, con quattro bimbe piccole, ospitare, e quindi nutrire per 18 mesi, una bocca in più, nei due terribili inverni del 1943-44 e 1944-45. Perché anche di quello si trattava in quei due lunghissimi inverni: di sopravvivere alla fame e al freddo.

Vorrei che riflettessimo insieme su cosa vuole dire che nessuno tra tutti gli abitanti di Roburent che erano al corrente – e credo che fossero molti – della presenza di un ebreo notissimo quale era mio Zio si sia lasciato sfuggire una parola o una frase compromettente, a partire dalle due bimbe Castagnino che frequentavano la scuola nella frazione Fontane; anzi, molti salvarono la vita a mio Zio preavvisando i Castagnino dei rastrellamenti nazi-fascisti.

Vuol dire molto; vuol dire che si era spontaneamente creata una catena di solidarietà e di umana pietà, capace di riscattare il terrore e le minacce della barbarie nazi-fascista.

Nelle conclusioni del suo libro Adriana Muncinelli parla di Auschwitz e dei campi di sterminio come “peccato originale inespiabile”: ecco, vorrei dire che la somma delle prove di generosità, di coraggio e di solidarietà date dai ceti più poveri e più umili delle montagne e delle campagne di questa provincia, sostenuti e indirizzati dal basso clero, ha acquistato un valore simbolico e liberatorio. Ci dice che quel peccato originale è espiabile.

Questa catena di solidarietà così largamente condivisa è ben rappresentata nel ricordo, trasfigurato in una atmosfera fiabesca, di un profugo ebreo proveniente da St.-Martin-Vesubie, rifugiato con la sua famiglia a Valdieri in Valle Gesso. Il brano che vi leggo è riportato nel libro di Adriana Muncinelli:

“Mancava poco a mezzanotte della vigilia di Natale... Stavamo seduti in un pozzo di silenzio... quando abbiamo sentito qualcuno bussare alla porta...

Ho aperto la porta appena un po’: davanti a me c’era una vecchietta raggrinzita, avvolta in uno scialle. Mi ha sporto un pacco di formaggio e mi ha bisbigliato un rauco ‘Buon Natale!’... Qualche minuto dopo si sentiva di nuovo bussare alla porta... e questa volta un uomo mi ha passato una cesta di legna, augurandoci: ‘Buon Natale!’.

 E poi è passata un’altra signora e ci ha portato del pane. La gente del paese ha continuato a venire durante la notte portandoci i loro regali di cibo, vestiti e legna. Gente povera, dava una parte di quel poco che aveva. Eravamo sopraffatti. Che cosa li aveva fatti dividere con noi del loro, noi gente di un altro paese, credenti in un’altra religione, forestieri in mezzo a loro? Il mattino dopo... quando ho incontrato Giacomo... gli ho raccontato quello che era successo quella notte... Ha messo la mano sulla mia spalla con un sorriso caloroso: In chiesa la scorsa notte don Borsotto ha raccontato la storia della nascita del nostro Signore e dei regali portati dai Re Magi... poi ha detto: proprio come il nostro Signore che non trovava alloggio ed è nato in una mangiatoia, solo e respinto, così sono gli ebrei oggi, soli e respinti; vivono in mangiatoie e peggio. Abbiamo due famiglie ebree fra noi questo Natale e anche loro sono soli, hanno fame, cacciati dalle loro case, braccati per il solo motivo di essere ebrei. Poi don Borsotto ci ha detto che potevamo essere noi, ora, a fare i Re Magi e portare i regali alle famiglie ebree”.

Nel gennaio del 1944 i componenti della famiglia dell’autore del racconto verranno condotti da chi li ospitava, nascosti in un carro sotto un mucchio di foglie, alla stazione ferroviaria più vicina, da dove, muniti di perfetti documenti falsi, riusciranno ad arrivare a Roma in attesa della Liberazione.

Quello che rivive nel ricordo trasfigurato dell’ebreo dell’Europa orientale, che si salva e poi emigrerà in Canada, non è molto diverso da quanto è accaduto qui a Roburent e nelle frazioni. Ecco perché, a oltre sessant’anni di distanza, sentiamo ancora il bisogno di ricordare e di abbracciare idealmente i componenti di allora e di adesso delle famiglie Castagnino, Giusta, Roà e Salvatico, e di consegnare loro, a nome della Comunità ebraica di Torino e del Comune di Roburent, questo piccolo segno da conservare per sé e per i loro discendenti.

Guido Neppi Modona

 Comune di Roburent - 4 settembre 2005