Lettere
DUE
RISPOSTE A ROBY BASSI
Nell’ultimo
numero di Hakeillah Roberto Bassi dichiara di voler aprire un dibattito in vista
del Congresso dell’Unione; per il momento, si tratta di una serie di attacchi
personali al sottoscritto, conditi con giudizi politici dai quali si evince che,
“malgrado la mia lunga militanza nel PCI” non sarei più di sinistra e
neppure antifascista. Qualcun altro, un opinion-maker per E-Mail, ha sostenuto
che io farei “il compagno e non il Presidente dell’Unione”. Come si vede,
fra coloro che si autodesignano giudici inappellabili la libertà di opinione è
proprio senza limiti.
La
lettera mi era stata mandata anche privatamente, ma troppo tardi per poter
preparare una risposta, che è diventata inevitabile, dal momento che essa è
stata pubblicata. Stranamente, concordo su un punto delle critiche ed è quello
che tratta dell’insufficienza del flusso di informazioni fra UCEI e Comunità.
Ma – aggiungerei – anche fra Comunità e Unione. E proprio qui sbaglio.
“Da informazioni assunte”, “si disse”, “mi si dice”; sono parole di
Roby. Devo dedurne che il flusso di informazioni, dunque, c’è: quello che non
si cita è la fonte.
Ma
lasciamo stare le forme e veniamo al merito.
Roby
stabilisce in ordine sparso e abbastanza confuso alcuni motivi di critica al mio
operato, che mi sembrano ordinabili in quattro gruppi:
1)
Avrei cessato di essere di sinistra, forse addirittura di essere ancora
antifascista.
2)
Non avrei lottato per la laicità dello Stato, come dimostrerebbe il fatto che
non ha sentito da parte mia una parola sul crocefisso nelle aule scolastiche.
3)
insinuare che nella Giunta da me presieduta, vi siano degli amici di Calderoli e
della Lega.
4)
Contrariamente a quanto da me affermato, non godere del sostegno del Consiglio
per la linea politica da me condotta (altra informazione senza fonte citata!).
Prima
di entrare nei particolari, devo premettere due concetti.
La
linea politica del Presidente è stata sottoposta al Congresso ed approvata con
una sola astensione (sul metodo e non sul merito). Successivamente, sono stato
io a chiedere al Consiglio un voto di voto di fiducia, che mi è stato dato all’unanimità. È evidente che, se vi fossero stati ulteriori
dubbi, un voto di sfiducia avrebbe potuto essere espresso in qualsiasi momento.
Ciò non è stato. Ne deriva che l’opinione di Roberto Bassi è solo un parere
personale, perfettamente lecito ma – mi scusi se oso tanto – irrilevante.
Posso
accettare qualsiasi richiamo alla difesa della laicità dello Stato e ai valori
dell’antifascismo, ma preferibilmente da parte di coloro che sono attivamente
impegnati in questa lotta. Certo, la presenza del crocefisso nelle aule
scolastiche è un problema, contro il quale peraltro nulla è stato fatto quando
Roby era Consigliere e persino Vice-Presidente dell’Unione; per la precisione,
in una intervista a un quotidiano nazionale avevo proposto quale simbolo adatto
a tutti la doppia spirale del DNA al posto del crocefisso. Ma la laicità dello
Stato finisce qui? Che dire dell’ora di religione (cattolica)? Che dire
dell’interferenza vaticana con il percorso del gay-pride?
Che dire del recente referendum sulla procreazione assistita?
Noi
abbiamo preso posizioni su tutto questo. Personalmente, l’ho
trattato con forza in un saggio del 2003, “Il posto degli ebrei” (Ed.
Einaudi); Roby, da parte sua, non risulta abbia fatto nulla. Eppure, egli
giudica, dà voti, emette sentenze!
Ma
veniamo al problema di Fini.
Che
non è neppure, a rigore, il problema di Gianfranco Fini in sé. Il problema è:
di fronte a un Governo di Centro-destra, che dispone di una maggioranza
schiacciante nel Parlamento, l’Istituzione UCEI deve mantenere, certo con
dignità e senza concessioni ideologiche, relazioni con questo Esecutivo o deve
ritirarsi sull’Aventino? O deve convocare un Congresso o un Consiglio ogni
volta che deve trattare qualche pratica con questo Esecutivo?
Eppure,
siamo stati rimproverati da un Ministro di avere troppo abbondato in critiche e
rilievi. Se Roby è costretto a informarsi dai giornali circa il nostro operato,
è pregato di leggere tutto, non solo frammenti. Così saprebbe che quando fu
proposto di prendere le impronte digitali sui documenti di identità
(“intanto” per gli immigrati), ci presentammo – io fra gli altri – per
farcele prelevare. E forse apprenderebbe anche del pubblico incontro del
sottoscritto con Berlusconi, quando gli contestai, con ferma educazione, i suoi
giudizi su Benito Mussolini. E molte altre cose che egli pare ignorare o non
capire.
E
infine, una volta per tutte: io ho accompagnato Fini a Yad Vashem e non in una
visita di Stato; e sono poi tornato in Italia con un volo di linea e non con un
volo di Stato. Dopo quella visita, sono andato all’Università di Gerusalemme
a fare una lecture sugli orientamenti
attuali della destra italiana; ho fatto interviste a Sorgente
di Vita, alla TV israeliana e a numerosi giornalisti. Nulla sotto banco. Ho
affermato e affermo che Fini ha cambiato il suo atteggiamento, non posso dire
altrettanto per la maggioranza del suo Partito. Sono convinto che nel Governo
italiano vi siano posizioni peggiori (e forse anche migliori) di quelle di Fini,
ma che tutti i politici vadano giudicati per quello che fanno; tanto per parlare
di Israele, credo che Sharon vada giudicato oggi alla luce del disimpegno da
Gaza. O no?
Rifiuto
sdegnato allusioni, illazioni e giudizi sul mio passato e sul mio presente
politico, emessi da chi a suo tempo guardava con diffidenza quella stessa mia
militanza politica che oggi mi ricorda quasi fosse un valore tradito.
Ma
il vero problema non è Fini; il vero problema siamo noi. Vogliamo vivere
“puri e isolati” o vogliamo essere presenti a tutto campo? Se Fini ha
partecipato alla Commissione che preparava la bozza della Costituzione europea,
per evitare di essere al dibattito assieme a Fini, avremmo dovuto astenerci
dalla discussione sull’Europa? O, al contrario, in sua presenza, dichiarare
– come ho fatto – la nostra opposizione alla menzione delle “radici
cristiane” nella Costituzione stessa?
Ma
a questo punto, non posso fare a meno di chiedermi quale sia il significato di
episodi come la lettera di Roberto Bassi e l’occhiello di Hakehillah
secondo il quale mancherebbe una posizione ufficiale dell’UCEI in merito alla
proposta di legge sui benefici agli ex-militi di Salò. Che io abbia scritto ai
due Presidenti delle Camere e a tutti i capigruppo, ottenendo la risposta di uno
di questi con l’impegno di dare battaglia contro questa legge, non ha
evidentemente alcuna importanza. Ma mi chiedo: localmente, avete promosso
contatti con i parlamentari, le forze culturali e sindacali, l’ANPI e l’ANPPIA,
per organizzare l’opposizione a questa manovra? Non risulta.
Questo
significa che, seguendo le nostre peggiori tradizioni, sappiamo solo ripiegare
sulle polemiche interne. Sono anni che noi siamo in trincea, cercando di
conciliare i nostri doveri rappresentativi con la difesa della democrazia fedele
alla Costituzione. Se ne sono accorti gli altri, non i nostri.
Se
si tratta di una lotta di piccolo cabotaggio, non preoccupatevi e non vi
accingete a troppe fatiche. Una mia
candidatura a un terzo mandato non è sul tappeto. Ma non si tratta, di per
sé, di un successo dell’antifascismo o dello Stato laico.
Amos
Luzzatto
Presidente
UCEI
Venezia,
11 luglio 2005
Al momento di andare in stampa lo scorso numero, non eravamo al corrente delle lettere di Amos Luzzatto ai Presidenti delle Camere ed ai capigruppo: evidentemente qualche problema di comunicazione esiste.
H.K.
[Per un disguido tecnico, questa nota redazionale non è apparsa nella versione cartacea di Hakeillah]
Al
di là degli schemi
Da
anni ormai, ad annunciare la vicina scadenza di un Congresso UCEI è
l’apparire su HaKeillah di scritti dal tono polemico sensibilmente accentuato
e ad alto grado di personalizzazione. Dagli ultimi due numeri di Ha-Keillah,
dunque, apprendiamo che si sta inequivocabilmente preparando il Congresso
dell’Unione.
Lucidate
le canne, si spara sui singoli per colpire un presunto gruppo e si innalza il
vessillo dell’antifascismo per incarnare l’unum
verum di cattolica memoria. Ecco allora, in prima battuta, Tullio Levi che
lancia il suo j’accuse contro
Claudio Morpurgo e la dirigenza del KKL, e, di rincalzo, Roberto Bassi, che
parte a testa bassa contro Amos Luzzatto, Claudio Morpurgo e, immeritatamente,
il sottoscritto.
A
parte l’amarezza di leggere Bassi che parla di trasparenza e democrazia, dopo
aver cancellato la memoria della accentrata gestione museale della sua antica
presidenza comunitaria, fa ancor più tristezza sentirlo contare i Consiglieri
di destra e di sinistra, e recitare poi kaddish
per l’antifascismo, solo perché egli non apprezza la politica che si misura
con il reale anziché con il virtuale. Naturalmente, il singolo può anche
scegliere di chiudersi in torre d’avorio, ma deve lasciare a chi guida
l’ebraismo italiano l’onere della scelta responsabile. Se ne potrà parlare,
dissentire e disquisire; ma si può anche fare di meglio per non sfuggire ai
problemi reali in cui si dibatte la comunità ebraica italiana, troppo spesso
lacerata da lotte intestine e dissanguata dall’assimilazione galoppante.
In
effetti, ciò che forse preoccupa chi da anni ha istituzionalizzato la
‘politica di sinistra’ è ben altro, ed è magari il caso di cominciare a
parlarne apertamente. Da qualche anno le Comunità italiane si sono accorte,
infatti, che alla politica espressa dai delegati ai Congressi UCEI non
corrisponde poi quella del Consiglio eletto. Chi scrive sta vivendo questa
contraddizione dall’interno di un Consiglio di Comunità e all’interno del
Consiglio UCEI.
A
sminuire e soffocare, in Congresso, ogni altro dibattito sull’ebraismo
italiano sono il dibattito su Israele e, nei corridoi, lo scottante e tacitato
tema delle conversioni. Su questa presunta base ideologica comune si svolge la
battaglia elettorale. Una battaglia a squadre preconfezionate, che non dà fede
dei gravi e numerosi problemi che agitano l’ebraismo italiano. Appena eletto,
poi, il Consiglio UCEI inizia a confrontarsi con problemi di tutt’altra
natura, molto più bassi e banali, molto meno idealistici e teorici. Si tratta
infatti di decidere come gestire la trasparenza interna al Consiglio, come
condividere ‘potere’ e scelte, come far sì che ogni rotella del sistema
lavori ai fini del sistema stesso, e, non ultimo, come distribuire le risorse
derivanti dal gettito otto per mille fra UCEI e Comunità, e fra le singole
Comunità. Il dibattito sarà anche triviale, ma ne va della nostra
sopravvivenza, se è vero che, oltre all’importante aspetto della
rappresentanza politica dell’ebraismo italiano, l’unico altro tema serio su
cui abbiamo il dovere di confrontarci per condividere intelligenti scelte comuni
è quello di progettare, organizzare e finanziare la nostra vita comunitaria,
favorendo l’interazione attraverso programmi e iniziative sia centralizzati
che decentrati.
È
forse, allora, il caso che l’ebraismo italiano sia informato del fatto che da
circa due anni i Presidenti delle Comunità hanno cominciato a incontrarsi e a
discutere di tutto ciò, smettendo di fronteggiarsi schematicamente in base
all’appartenenza politica e cercando invece di individuare linee e interessi
comuni, piuttosto che motivi di divisione (leggi: la politica di Sharon e gli
insediamenti) su problemi per la soluzione dei quali la nostra posizione è
ridicolmente ininfluente. Tutti ricordiamo il contributo distraente,
all’ultimo Congresso, di Gad Lerner e Fiamma Nirenstein. L’eterno problema
del sostegno a Israele, incondizionato o meno, non può diventare il pretesto
per non affrontare e approfondire, almeno una volta ogni quattro anni, i
problemi assillanti della nostra sopravvivenza.
La
cosa strana è che la nuova presa di coscienza da parte dei rappresentanti delle
Comunità di essere uniti da problemi comuni piuttosto che divisi da
appartenenze ideologiche ha provocato reazioni inattese e scomposte. Come se le
Comunità volessero sovvertire un immutabile ordine costituito, mentre unico
loro intento era ed è quello di cominciare a ragionare su come ammodernare
mezzi, strutture e rapporti intercomunitari; magari cercando anche di ottenere
che il prossimo Consiglio rifletta in modo quanto più fedele la linea politica
complessiva delle Comunità italiane per rispondere poi ai loro bisogni, anziché
rincorrere improbabili e inattuali schemi politici prestabiliti, utili soltanto
a conservare, oltre a se stessi, le barriere che ci dividono. È da questo
schematismo che deriva, la frequente difficoltà di dialogo, spesso inasprito,
all’interno del Consiglio, da rigidità pregiudiziali e giochi di squadra.
All’esigenza
di una migliore progettazione manifestata trasversalmente
da tutte le Comunità si è risposto, così, in varie sedi e in varie forme, sia
dal centro che dalla periferia, con attacchi mirati e personalizzati rivolti a
chi era impegnato in questo dibattito trasparente, civile e democratico – per
citare le tanto sbandierate categorie di noi che stiamo a sinistra. Certo è
difficile non chiedersi quali concertazioni siano in atto e se, per affermare la
propria visione politica e il valore delle proprie alleanze, si sia disposti a
battagliare fino all’autodistruzione. Al prossimo Congresso, il confronto
politico sarà sicuramente duro e ‘franco’ come sempre. Ma non si potranno
lasciare sotto traccia i pesanti problemi che le Comunità hanno ormai posto sul
tavolo. E la ricerca di un Consiglio equilibrato e dialogante e di un Presidente
sereno e sopra le parti sarà per tutti una necessità ineludibile.
Dario
Calimani
Consigliere
UCEI
Recuperare
visibilità
Roma,
23 giugno 2005
Gentile
Dott. Levi,
ci
spiace di non aver risposto prima al suo articolo in merito alla situazione del
KKL Italia, ma abbiamo avuto urgenti ed importanti eventi da organizzare che
hanno richiesto tutta la nostra attenzione.
In
primo luogo abbiamo valutato l’opportunità o meno d’inviarle e far
pubblicare ai sensi della legge sulla stampa la grande quantità di documenti
attinenti questa vicenda. Infine abbiamo deciso che, sebbene ciò avrebbe fatto
luce sulla gestione del sig. Abbina nell’ultimo periodo della sua presidenza
durata 26 anni, non avrebbe portato alcun vantaggio al KKL.
Teniamo
a precisare come il nostro coinvolgimento nella gestione dell’Associazione sia
avvenuto nel pieno rispetto delle norme statutarie e soprattutto democratiche,
in quanto la base associativa, ormai alienata da una dirigenza sempre uguale a sé
stessa più preoccupata a gestire rapporti che ad organizzare attività che
avvicinassero Israele e la sua terra alla Comunità Ebraica Italiana, chiedeva
un rinnovamento ed un cambiamento di rotta. La nostra gestione finanziaria è
limpida: i bilanci, come anche i verbali, sono a disposizione di ogni associato
che ne richieda la visione.
Siamo
stati chiamati a recuperare una situazione di mancanza di visibilità del KKL
Italia che non aveva più alcuna voce (o quantomeno era una voce fioca) in seno
all’Ebraismo Italiano. Dopo soli otto mesi di duro lavoro (ogni settimana ci
incontriamo alle 7.30 del mattino per programmare le attività su base locale e
nazionale, dopodiché ciascuno va al proprio lavoro), è per noi un vero piacere
aver riscontrato da molte persone, attivisti o meno, la soddisfazione nel vedere
un nuovo KKL finalmente protagonista delle molte attività finora realizzate.
Nel
corso di questi mesi, durante i tentativi di riconciliazione con il sig. Abbina,
talvolta abbiamo usato dei toni forse non adatti ad una pacifica conclusione di
questa vicenda e di ciò potremmo scusarci, ma riteniamo giusto puntualizzare
che non abbiamo riscontrato nella parte avversa alcun desiderio di evitare la
rottura.
Oggi
è per noi certamente più rilevante concentrare gli sforzi nel recuperare gli
spazi perduti al KKL, per acquisirne di nuovi e soprattutto per incrementare il
rapporto con il pubblico, potenziale sostenitore ed attivista. Siamo consci del
fatto che un periodo così breve come quello trascorso non sia ancora
sufficiente, ma il feedback che abbiamo riscontrato ci fa capire che stiamo
percorrendo la strada giusta.
Per
noi, ora più che mai, la missione del KKL Italia è rafforzare innanzitutto il
legame tra il Popolo Ebraico e la Terra d’Israele, con l’obiettivo centrale
di coinvolgere tutti i giovani. Per questo abbiamo lavorato in attività che li
hanno visti protagonisti sia in occasione della festività di Tu Bishvat che
durante la grande festa tenuta a Roma di sera al Portico d’Ottavia e nelle
scuole in occasione di Yom Azmaut.
Con
orgoglio raccontiamo del successo della bellissima serata del 16 giugno dove,
ospiti presso la residenza dell’Ambasciatore d’Israele, S. E. Ehud Gol,
abbiamo contato la presenza di 220 ragazzi tra i 18 ed i 30 anni; nostro gradito
ospite da Israele è stato l’On. Gideon Saar, deputato della Knesset e
Presidente della Coalizione. Lo scopo della serata era quello di presentare il
progetto ATLIT, un progetto del KKL Italia per la prima volta interamente
adottato e sostenuto da ragazzi così giovani, che prevede di costruire un luogo
d’incontro per le famiglie e i soldati israeliani che prestano servizio
militare presso la base navale di Atlit, in quanto nessun civile può accedere
alla base militare. Un progetto che parte dai giovani italiani del KKL ed arriva
ai giovani israeliani.
Queste
sono le nostre finalità: coinvolgere i giovani perché sono il futuro del
Popolo ebraico nella Diaspora e in Israele. Non ci sembrano finalità “di
dubbia correttezza” solo perché non erano state proposte né realizzate
dall’establishment precedente, che forse aveva lavorato bene agli inizi della
vecchia gestione, ma non altrettanto nell’ultimo periodo. E non abbiamo altri
interessi occulti, come lascia intendere il suo articolo.
È
innegabile che questo sia un nuovo corso per il KKL Italia e siamo preparati a
tutto quello che comporta, compresa la riluttanza della vecchia gestione e dei
suoi amici. Per tale motivo chiediamo a tutti gli altri, a coloro cui sta a
cuore il futuro dei nostri figli e di Israele, di abbandonare la strada delle
inutili polemiche per aiutarci a costruire e rafforzare insieme il nostro legame
di Ebrei con Israele e la sua terra. Il riscontro positivo giunto al nostro
operato ci ripaga già abbondantemente del grande impegno profuso.
La
salutiamo con un cordiale Shalom.
Ing.
Raffaele Sassun – Presidente
Sig.
Settimio Di Porto – Vice Presidente
Sig.
Beniamino Guetta – Tesoriere
Dr.ssa
Letizia Piperno – Pres. Comm. Roma
Arch.
Davide Hassan – Coordinatore
Sig.
Leo Veneziani – Consigliere
Ringrazio
la Direzione del KKL per la lettera di precisazioni inviatami e che viene qui
pubblicata.
Pur
concordando sull’opportunità di cercare di stemperare le polemiche, mi pare
che in essa non vengano affrontati i veri nodi della questione che consistono:
– nella
mancanza di trasparenza nella gestione del settore “lasciti e legati”
lamentata dalla precedente amministrazione ed in cui è coinvolta anche la
direzione centrale israeliana.
– nel
modo “arrogante, prepotente ed infamante” (per citare le parole usate dagli
estensori della lettera di solidarietà pubblicata sull’ultimo numero di HK)
in cui è stato gestito il ricambio al vertice del KKL Italia.
– nel
rifiuto a lasciare che fosse il Beth Din di Roma a pronunciarsi sulla contesa.
In
aggiunta a tutto ciò mi pare che ben altre dovrebbero essere le qualità che
devono caratterizzare una istituzione quale è il KKL e non tanto quella
della“visibilità”, che pare essere la privilegiata dall’attuale
direzione.
Tullio
Levi
___________________
Ancora
sul caso santus
Una
risposta
a
Giulio Tedeschi
Non
è mia intenzione rubare ulteriore spazio a questo giornale, tuttavia una
risposta è necessaria.
Giulio
Tedeschi riferisce elementi senza essere a conoscenza né dei fatti né della
persona coinvolta in essi. Infatti parla arbitrariamente di corrispondenza
privata che non è mai stata da me inviata al Foglio al fine di essere
pubblicata, soprattutto non nella forma in cui in esso è apparsa, né ho mai
concesso l’autorizzazione a chicchessia di pubblicare.
Ma
veniamo al merito di tali affermazioni.
Mi
sorprende che Giulio Tedeschi non sia a conoscenza del fatto che in Università,
come anche in alcuni licei e in alcune scuole medie inferiori, persino nei
nostri libri di testo, vi siano docenti, che “criticano” Israele e che
diffondono false informazioni sullo stesso. Purtroppo è così e forse è bene
aprire gli occhi, il tenerli chiusi ci permetterà soltanto di inciampare
facendoci molto male.
In
secondo luogo, che il mio collaboratore sia marocchino, islamico e religioso,
non funge da copertura per un mio presunto anti-islamismo. Si sbaglia Tedeschi
se pensa che io l’abbia voluto al mio fianco soltanto come specchietto per le
allodole: la realtà è che si tratta di un giovane molto preparato,
intelligente e acuto. Del resto il fatto che il mio corso sia frequentato da
un’alta presenza di studenti stranieri, particolarmente islamici, può
soltanto significare – dal momento che il mio non è un corso obbligatorio –
che non si sentono né discriminati né tanto meno offesi. Forse imparano
qualcosa per loro del tutto nuova. Ricordo ancora, lo scorso anno, dopo la
conferenza nella mia aula di Nedo Fiano, uno studente algerino – anch’esso
di religione islamica – con le lacrime agli occhi: piangeva perché era la
prima volta che sentiva parlare della Shoà.
In
terzo luogo, dove mai Giulio Tedeschi ha letto o sentito la leggenda secondo la
quale, per reazione, io avrei ripristinato l’esame difficile? Quando i
contestatori dei centri sociali hanno affermato che sarebbero intervenuti ad
ogni mia lezione anche il prossimo anno, proprio per tutelare i miei studenti,
ho chiesto al Preside che mi permettesse di modificare il programma per il
prossimo anno: ancora non sapevo se avrei scelto di parlare di geografia
postmoderna o di altri temi. Volevo un argomento asettico, non un argomento più
difficile. La scelta è poi caduta sullo studio degli ebrei in Sicilia: dal
momento che i contestatori si dichiarano “soltanto” antisionisti un simile
argomento troverà certamente la loro approvazione. Gli ebrei morti non danno
mai fastidio!
“Forse
– afferma Giulio Tedeschi – la sinistra non apprezza più Israele perché
non fa più cose di sinistra”. Ma questi giovani contestatori,
“simpaticamente ludici” e dotati “di candore”, al massimo “violenti
Robin Hood” non sono né di sinistra, né ludici, né candidi e tantomeno
novelli Robin Hood.
Non
li ho accusati di antisemitismo per attirare la solidarietà del mondo: li ho
accusati di antisemitismo perché mi hanno urlato in faccia che tutti gli ebrei
che scelgono di andare a vivere in Terra d’Israele dovrebbero morire, li ho
accusati di antisemitismo perché mi hanno urlato in faccia che i sionisti
dovrebbero tutti bruciare vivi. Forse Giulio Tedeschi pensa che un sionista,
presumibilmente ebreo, abbia minori diritti di un ebreo diasporico: io no. Il
diritto alla vita è sacro per chiunque: sia esso ebreo sionista o diasporico,
arabo israeliano o palestinese, palestinese cristiano o islamico, inglese o
americano, cattolico o valdese...
Ma
come vogliamo definire quanti vogliono negare l’esistenza stessa dello Stato
d’Israele in quanto Stato ebraico?
Giorni
fa ero a Milano, in commissione di concorso all’Università Bicocca. In viale
Zara, vicino al posto dove risiedevo, sul muro di un edificio è scritto “W
Arafat, ebrei a morte”. Ho chiesto al proprietario del bar accanto da quanto
tempo ci fosse quella scritta e lui mi ha risposto: “Da parecchio, un anno o
forse più”. Gridare all’antisemita non è puro esorcismo, piuttosto
chiudere gli occhi e le orecchie per non vedere o non sentire qualcosa che ci fa
male è pura follia.
Non
voglio solidarietà o, come pensa Giulio Tedeschi, che di fronte a me si chini
il capo: in Italia, in fondo, non sono nemmeno un’ebrea regolare, non ho
diritti.Convertita con i miei figli a Ginevra presso una comunità non
ortodossa, se morirò in Italia non si saprà neanche dove seppellirmi, nessuno
si curerà che io abbia rispettato o meno le mitzwoth.
Lo
Stato d’Israele, invece, riconosce la mia ebraicità e quella dei miei figli:
Israele è la mia vera casa e io non posso che amarla e difenderla. E continuerò
a farlo sempre, comunque e dovunque.
Daniela
Ruth Santus
Titoli
tipo: “Arrestati quattro Islamici”. Tout court. E non su La Padania, ma, per
dire, su La Repubblica. Gente espulsa alle tre di notte di una notte qualunque.
Neanche un indizio di un reato, magari solo, molti anni fa, qualche
frequentazione imprudente. E tutti gli Islamici del quartiere che si affrettano
a dire “Se l’è cercata”.
Che
simpatica estate! Non so perché, ma ho la sensazione che chi oggi dorme un
po’ agitato, in attesa di qualche articolo di fuoco sui giornali, o magari dei
contraccolpi delle prossime bombe, non siano precisamente gli Ebrei. Eppure
eccoci qua a discettare ancora come damerini di un modesto episodio di
contestazione universitaria che tanto poi ce ne torniamo tutti a casa,
stravaccati in poltrona con il telecomando in mano. È un po’ imbarazzante.
Deliberatamente
nel mio pezzo non ho parlato dei fatti. Perché non ne avevo una conoscenza
diretta. Ho parlato di una lettera firmata apparsa sui giornali e in altri siti.
L’ho riletta oggi: riconfermo i miei commenti.
Certo,
se invece quella lettera non esiste ...
Esami
facili o difficili: credo di sapere cosa sono gli “esoneri” nei miei corsi
li faccio da vent’anni.
Conclude
Santus riferendo che delle due parti coinvolte nel conflitto oggetto del suo
corso, una delle due è la sua vera casa e lei non potrà che amarla e
difenderla sempre, comunque e dovunque. Se questo atteggiamento denoti
l’obiettività e la neutralità di uno scienziato, se non fosse allora già
prevedibile l’innescarsi di qualche reazione in un ambientino già un po’
surriscaldato, giudichino i lettori. Se tutta questa storia abbia giovato oppure
nuociuto alla lotta sacrosanta contro l’antisemitismo giudico invece io.
G.T.
P.S.
Davvero lo Stato di Israele riconosce la sua ebraicità non ortodossa ? Provi e
ci faccia sapere. I rabbini non sono molto teneri da quelle parti.
Dalla
Teoria alla pratica
Ovvero
della verità che non vuole rimanere ferma nel mezzo ma è, a volte di quà, a
volte di là e a volte chi sà dove.
Il
filosofo tedesco Hegel, inventore della Dialettica che, detto fra noi, sta alla
Logica Formale come un cuscino sta ad un divano, volendo dare esempio
dell’importanza dell’azione formativa svolta dai Missionari Gesuiti nel
Nuovo Mondo, affermava citando fonti storiche che gli indios Guarani erano a tal
punto indolenti e svogliati che nelle Missiones bisognava suonare la campana a
mezzanotte per assicurare la riproduzione degli stessi. Hegel intendeva dare un
contributo teorico ad una corrente di pensiero e azione molto in voga a suo
tempo e che attribuiva all’Europa una missione civilizzatrice, propulsiva del
progresso nella cultura dei popoli. Tanto per intenderci, quello che oggi
chiamiamo colonialismo. Nella pratica però, al famoso filosofo è del tutto
sfuggito che i Guarani, oggi quasi del tutto scomparsi come popolo, riuscivano a
riprodursi anche prima dell’arrivo delle campane dei Gesuiti nel Paraguai.
La
lettera dei docenti della Facoltà di Lettere e Filosofia apparsa su Hakeillah,
bacchettando a destra la Santus, per aver impedito l’ingresso nell’aula a
gruppi di studenti appartenenti ai Collettivi Autonomi, che volevano assistere
alla sua lezione portandosi da casa insieme ai libri qualche strumento didattico
improprio (1), e a manca gli autonomi stessi, per aver attentato contro la
libertà d’insegnamento, rilevava che “nessuno e tanto meno nessun docente,
deve arrogarsi il diritto di scegliere chi ammettere o meno a lezioni e
seminari”. In teoria non avrei nulla da obiettare giacché la libertà
d’insegnamento sancita dalla Costituzione va di pari passo con la pubblicità
delle lezioni stesse che è una caratteristica fondamentale dell’insegnamento
laico. Ciò non di meno, nella mia pratica pluridecennale d’insegnamento, ho
sempre avuto pochi dubbi su quale dei due principi dovesse prevalere in
determinate circostanze e ho provveduto senza remora alcuna a cacciare
dall’aula, e persino dai corridoi vicini, gli studenti che in maniera
intenzionale o anche preterintenzionale disturbavano le lezioni. Io non ho mai
dovuto ricorrere alla polizia solo perché si trattava di derivate e non di
diplomatici, ma forse i più anziani fra i docenti firmatari della lettera
ricorderanno altri tempi in cui “i nostri ragazzi” boicottavano gli
infinitesimi in quanto “grandezze inquinanti”, i vettori venivano
liberamente banditi dall’insegnamento e più di un docente maturo, tollerante
e di sinistra, perdeva di fronte all’aggressione – esattamente come la
Dottoressa Santus nel resoconto di Emilio Jona – “la capacità di reggere e
dominare la situazione”. Ricorderanno anche la facilità con cui, ieri non
meno che oggi, questi cattivi allievi riuscivano a procurarsi maestri
perfettamente in grado di assicurare la loro riproduzione senza alcun bisogno di
campane.
Anche
se in teoria l’esercizio della libertà dell’insegnamento non dovrebbe
ricevere altri ostacoli che quelli derivanti dal conflitto con altri diritti,
nella pratica della docenza universitaria esso riceve numerose limitazioni,
alcune più o meno scontate derivanti dalla necessità di una buona
organizzazione della didattica e propedeuticità dei corsi altre, un po’ meno
nobili, dovute alla necessità di tener bene in conto l’opinione
dell’autorità e dei colleghi più anziani in modo da assicurarsi una
ragionevole prospettiva di carriera o almeno un quieto vivere in una struttura
in cui la cooptazione è, ancor oggi, il metodo preferito per la formazione del
personale.
Ricapitolando:
in teoria, nell’organizzazione del corso, un giovane docente universitario
dovrebbe tener in conto tutte le limitazioni menzionate sopra, da quelle più
nobili a quelle meno. In realtà, una giovane ricercatrice della Facoltà di
Lettere e Filosofia, ebrea “un po’ eretica” a suo dire
– senza
badare a cui prodest
– senza
una ponderata riflessione sulla natura equilibrata, asettica e poco propensa
agli scandali della formazione universitaria
– senza
informare il Preside
– senza
pensare ad eventuali riflessi sulla sua carriera
– senza
tener in conto le proteste dei gruppi di studenti che rivendicavano il loro
sacrosanto diritto a partecipare alla lezione allo scopo di impedirne lo
svolgimento
– senza
curarsi delle offese degli autonomi
– in
preda alla forte passione per Israele e per il suo, ancor oggi miracolosamente
presente, popolo
– da
sola, facendosi non scudo ma coraggio dei suoi dubbi, incertezze e ingenuità
– approfittando
della provvidenziale presenza della polizia e chi sa se con aiuto di qualche
forza oscura
– ha
introdotto il Vice-Ambasciatore di Israele in Italia su un territorio per lui
tabù ed, esercitando un suo normalissimo diritto, ha permesso ai suoi
allievi, ossia quelli che nelle sue parole frequentavano il corso, di ascoltare
le opinioni di un legittimo rappresentante del governo e del popolo israeliano
Con
questa sua azione la Dottoressa Santus ha provocato uno scandalo costringendo il
Rettore dell’Università di Torino, Ennio Pelizzetti, ad intervenire in varie
sedi paventando, come ha fatto durante un’intervista concessa al TGR
l’11/05/05, campagne di delegittimazione ai danni dell’Università di Torino
da parte di non meglio precisate forze politiche e affermando che può essere
pericoloso confondere il dissenso nei confronti di un governo con quello verso
l’esistenza di uno stato o di un’intera etnia (2).
Ma
quel che è peggio la giovane ricercatrice è entrata in rotta di collisione con
la volontà espressa, e sigillata con firma su un documento dei suoi occasionali
allievi, dal noto filosofo torinese Gianni Vattimo, Professor Ordinario della
stessa Facoltà e coinventore del Pensiero Debole nonché del Terrorismo Giusto
o Non Terrorismo, il quale nell’esercizio di un legittimissimissimo Atto
d’Accusa verso il “criminale governo Sharon” intendeva negare il Diritto
di Parola ai suoi avvocati usando il Boycott come arma e strumento di una nuova
missione pedagogica e civilizzatrice dell’Europa tesa a promuovere la
giustizia fra le tribù semitiche e la pace nel mondo.
In
teoria, Hakeillah, nel fare un’analisi dei fatti accaduti ha correttamente
dato voce ai partecipanti agli eventi richiamando le varie posizioni, tanto
quelle ufficiali come quelle presenti all’interno del comitato di redazione.
Nella pratica, il ventaglio ecumenico delle opinioni offerte non solo non ha
contribuito a “diradare il polverone e dare un senso alle parole” com’era
nell’intenzione dell’editorialista David Sorani ma, in mancanza di una
cronaca meno succinta e frammentaria, ha non poco oscurato la sostanza dei
fatti. Cosi, sistemando nello stesso girone quelli che intendevano esercitare un
diritto con quelli che con violenza intendevano impedirlo, non solo ha lasciato
il povero Cesare a tasche vuote ma (a mio parere) si è anche dimostrata un
tantinin ingenerosa nei confronti della protagonista del gesto.
Jacobo
Pejsachowicz
(2)
Questa fondamentale distinzione teorica meriterebbe da sola un Dalla
teoria alla pratica II che, per mancanza di tempo e per rispetto al lettore,
mi tratterrò dallo scrivere.
Ebrei
critici
Cari
amici, ho apprezzato molto il dibattito apparso sull’ultimo numero di
Ha-Kehillah sui temi dell’antisemitismo e dei rapporti con Israele, a seguito
degli episodi di intolleranza avvenuti in diverse università; mi è rimasta
tuttavia una certa insoddisfazione, dovuta all’impressione che, pur nello
sforzo di esaminare minuziosamente e razionalmente tutti gli aspetti della
questione, il senso di appartenenza finisca spesso con il prevalere su un
giudizio equilibrato, che pure tutti si sforzano di raggiungere. Su molte
questioni fondamentali siamo senz’altro tutti d’accordo: in primo luogo, sul
diritto di tutti i cittadini israeliani ad una esistenza pacifica nel loro
paese, e sulla condanna incondizionata di atti terroristici nei confronti delle
popolazioni civili; in secondo luogo, sul diritto di tutti alla libera
espressione delle proprie opinioni nelle aule universitarie ed in tutti i luoghi
di discussione, e, credo, sulla condanna del pregiudiziale rifiuto di alcune
istituzioni accademiche di stabilire rapporti con istituzioni israeliane, che
operano in un paese in cui il confronto democratico non è mai venuto meno, e
non sono obbligate a condividere le scelte governative. Mi sembra anche che
tutti noi condanniamo, sia pure con diverse sfumature di giudizio, le politiche
e gli atti concreti nei confronti dei palestinesi portati avanti dal governo
israeliano negli anni passati, e siamo animati dalla concreta speranza che le
cose stiano cambiando.
Non
condivido invece la posizione che alcuni assumono nei confronti di coloro che
acriticamente, spesso ingenuamente, si schierano senza mezzi termini con i
palestinesi, a volte coinvolgendo l’intero mondo ebraico nella condanna del
governo israeliano. Intendiamoci, anch’io condanno gli atteggiamenti
intolleranti e i giudizi che li accompagnano, spesso superficiali, non sempre
basati su dati di fatto certi, e quindi sbagliati e pericolosi. Credo però che
l’arroganza e la spietatezza di numerosi atti del governo israeliano, la
posizione di Israele come paese forte militarmente ed economicamente di fronte
ad una popolazione palestinese prevalentemente povera, la delegittimazione dei
gruppi dirigenti palestinesi (sono anch’io convinto che Arafat abbia avuto
atteggiamenti non sempre limpidi, ma credo che la conquista del consenso della
popolazione sia un’operazione lunga e difficile, che richiede cautela,
equilibrio e pazienza, e che debba essere favorita in tutti i modi, non
boicottata con continui atti di ostilità), abbiano dato esca a queste posizioni
pregiudizialmente ostili, e non si può pretendere che tutti si documentino
sempre minuziosamente prima di schierarsi. Anche se il fiorire di leggende come
quella degli ebrei informati sull’attacco alle torri (migliaia di persone, e
nessuno ha detto niente!) fa correre qualche brivido nella schiena. Non nascondo
però che qualche brivido nella schiena mi corre anche a vedere il pullulare di
associazioni di amici di Israele nei luoghi più impensati, che sembrano fare
riferimento non tanto alla storia e alla cultura da cui Israele è sorto, quanto
all’immagine di forza militare e di decisione che ne fanno un baluardo
dell’occidente in vista dello “scontro di civiltà”.
Forse
dobbiamo riflettere un po’ di più sulla nostra posizione di ebrei
“critici”. È vero, non ci si può chiedere in ogni occasione di farci una
verginità prendendo le distanze; però è anche vero che il mondo ebraico in
generale ha spesso manifestato una acritica solidarietà al governo israeliano,
e forse una maggiore visibilità delle posizioni duramente critiche, che sono
ampiamente presenti e circolano in ambiti ristretti, per esempio attraverso il
vostro giornale, avrebbe fatto bene a tutti.
Fausto
Sacerdote
Fuori
dal sionismo
L’ultimo
numero di Ha Keillà è pieno, comprensibilmente, di articoli che hanno in
comune l’avversione all’uso indiscriminato di definizioni come
“nazista”, “razzista”, “antisemita” etc. che è corrente ormai
rispettivamente nel vocabolario di estremisti musulmani o di sinistra, e
nell’apologetica e nei contrattacchi ebraici o pro-israeliani. Si può
comprendere l’importanza delle giuste reazioni e chiarificazioni apparse in Ha
Keillà, specialmente per ebrei di sinistra, se vivono nella diaspora
soprattutto europea e se sono critici ma non negativi rispetto a Israele.
Ma
mi pare sia giunto il momento d’iniziare anche un’analisi più approfondita
dell’ideologia sionista, che è tuttora la “raison d’être” dello Stato
d’Israele. Non basta a mio avviso individuare le alternative possibili, pur
sempre all’interno del sionismo, alle scelte, decisioni e azioni adottate dai
dirigenti sionisti di prima della fondazione dello stato nel 1948, e dai vari
governi israeliani fino a oggi. Purtroppo certi sviluppi interni in Israele,
ancora più apparenti in questi giorni di fanatismo così ben diretto dagli
interessi di tutte le parti in gioco, lasciano dubitare se alcune alternative più
liberali fossero mai state reali – come se il processo di rinascimento
nazionale non potesse evitare stadi etnocentrici, populisti e demagogici (anche
tra chi ne è stato prima vittima altrove).
Ma
anche ipotizzando un processo più umanisticamente accettabile di attuazione del
sogno sionista, mi pare che restino per lo meno due quesiti fondamentali da
rivedere criticamente: ha portato il sionismo più sicurezza agli ebrei? Ha
ridotto il sionismo il “problema ebraico” ovvero l’antisemitismo, nella
diaspora? A entrambi i quesiti le risposte non sono semplici.
È
certo che se lo Stato d’Israele fosse esistito negli anni ’30 del secolo
scorso, la Shoà avrebbe forse avuto tutt’altro corso e carattere, perché ci
sarebbe stato un rifugio aperto per tutti i perseguitati come ebrei. Ma lo Stato
si è creato dopo la Shoà e molto purtroppo grazie a questa. Cioè piu di
quanto il sionismo sia riuscito a salvare ebrei, la Shoà e i sopravvissuti ai
campi hanno reso possibile la realizzazione del sionismo. E quanti altri ebrei
sono dovuti emigrare dai loro paesi per improvvise persecuzioni e sospetti
d’infedeltà, a causa della creazione dello stato ebraico in guerra con gli
arabi! Molti di questi profughi sono stati accolti in Israele (specialmente i più
idealisti o i più poveri ), sia nel periodo critico dopo la fondazione, sia nei
momenti di crisi interna, come agli inizi degli anni ’90 (il milione
dall’URSS): si può dire che la Aliyà abbia rinforzato Israele più che
salvato i profughi – e ci sono stati persino più che rumori di eventi
antiebraici (in Irak, in Marocco e in Russia, per esempio) provocati dai
sionisti per rinvigorire l’esodo e indebolire le esitazioni.
E
adesso la stessa esistenza d’Israele (credo più ancora che la sua politica,
bisogna dirlo francamente) dà più che scusa, motivazione e benzina all’odio
terroristico che attacca sì in Israele e nei territori occupati, ma anche
comunità e istituzioni ebraiche dalla lontana Buenos-Aires, a Roma, a Istanbul,
a Lione etc. Non è facile rispondere al mio primo quesito, e non mi augurerei
certo che avvenisse un nuovo evento nella Diaspora o nuove guerre in Israele che
dovessero mettere a prova la funzione principale che il sionismo ha definito per
lo Stato degli Ebrei.
Per
altro, cosa hanno fatto all’antisemitismo, che ora si dovrebbe chiamare
antigiudaismo, non solo l’insoluto, per ora, conflitto con i palestinesi, ma
ancora più il fatto stesso che Israele, come l’ha sognato Herzl, o come si è
sviluppato nelle circostanze internazionali durante il ventesimo secolo, sia
diventato, o rimasto, l’ultimo esemplare di entità coloniale d’origine
europea nel terzo mondo? Parlo di entità coloniale, non solo perché le colonie
nei territori occupati dal 1967 hanno dato conferma, purtroppo, a chi voleva
spiegare così tutta l’essenza del sionismo, ma anche perché il sionismo
stesso, persino nelle sue forme più socialiste, ha sempre sottovalutato
l’importanza di come sia stato compreso dagli arabi della Palestina e degli
altri paesi.
Tutti
i dirigenti sionisti hanno sempre dato preferenza alle mete nazionali rispetto a
quelle sociali e universali, sfruttate a volte nelle lotte interne tra gli
ebrei, ma sempre chiuse ad ogni collaborazione con i gruppi non ebraici. Basta
ricordare i kibbutzim che non hanno mai accettato membri arabi, anche se sposati
con figlie del kibbutz, e la Histadrut (Sindacato Generale) che per molti anni,
anche dopo la creazione dello Stato, ha continuato ad essere aperta solo ai
lavoratori ebrei, e la lotta negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso per il
“lavoro ebraico”, sì rigenerativo per la sociologia interna del popolo
ebraico, ma esclusivo e famigerato agli occhi dei lavoratori arabi rimasti
disoccupati. Vai poi a spiegare a chi non è stato accettato al lavoro al Porto
o alla Società Elettrica, che così non sarà sfruttato dai colonizzatori
europei!....
Non
per nulla Israele è adesso (e da molti anni) sostenuto e sostenitore
soprattutto di governi totalitari o neo-conservativi. Non parlo solo
dell’Africa del Sud, del Cile e dello spaccio d’armi, di anni fa. Il
sionismo, intrinsecamente, ha forse creato, anche senza volerlo coscientemente,
i dati per rinnovare l’antigiudaismo nei paesi arabi e musulmani, dove da
molto tempo esso era inesistente, o scomparso, o in letargo, contro gli ebrei
visti come avamposti e simboli dell’odiato occidente anti-Islam.
E
nello stesso tempo ha dato tutte le scuse possibili per il rigurgito
dell’antisemitismo più radicato e rozzo, sotto le vesti più “legittime”
della sinistra anti-coloniale, anti-americana. Forse l’antigiudaismo
continuerebbe a covare in Europa, anche dopo la Shoà con o senza il sionismo e
lo Stato d’Israele, ma il suo rigurgito nelle forme attuali non può non farci
dubitare se il sionismo sia riuscito, pur allontanando dall’Europa i
superstiti ai pogrom e a Hitler, pur dando un eventuale rifugio e un senso di
fierezza agli ebrei della diaspora, a ridurre la piaga per combattere la quale
era stato concepito.
Da
giovane in Italia e in Svizzera sono stato sionista attivo, ho fatto la mia Aliyà
nel 1966, vivo da allora in Israele, ex-ufficiale in quattro guerre, con
famiglia israeliana, e non mi definisco ora né antisionista, né non-sionista
– per quanto nella politica interna d’Israele il sionismo sia solo una
maschera demagogica, per escludere chi si vuole a certi propositi, ma non ad
altri. Insomma voglio dire: ora che Israele è una realtà, credo, non più
cancellabile, ora che le mete originarie del sionismo, al di là della creazione
stessa dello Stato degli ebrei, non sono state raggiunte e pare non siano
raggiungibili per mezzo dello Stato d’Israele stesso – è tempo di ripensare
alle basi morali e civili dello stato, alle relazioni tra la diaspora e Israele,
tra gli ebrei e i “gentili”, tra i diversi gruppi etnici del paese, tra
Israele e gli stati arabi, fuori dallo schema del sionismo.
Do
qui solo un esempio, molto attuale in Israele: perché mai continuare con la
cittadinanza automatica sin dall’arrivo, secondo la Legge del Ritorno (in
formulazione puramente razzista, malgrado il tentativo di spiegazione educativa
della matrilinearità ebraica nell’articolo di David Gianfranco Di Segni),
applicata a ex-copti neri dall’Etiopia con molta meno generosità problematica
che ai dichiarati pravoslavi bianchi dai paesi dell’ex-URSS, mentre rifiutata
del tutto ad altri che si considerano ebrei dagli stessi paesi, dall’Etiopia o
dall’India o persino dall’America a causa del colore o del rito della
conversione, e ultimamente a sposi palestinesi di cittadine israeliane, arabe o
ebree, che si vedono vietato persino il soggiorno? Perché mai non attribuire la
cittadinanza solo dopo un periodo di prova, di naturalizzazione, di studio
dell’ebraico, etc. come in un paese normale (pur ammettendo il lavoro e il
soggiorno di chiunque sia aiutato dall’Agenzia Ebraica, la Sokhnut, o altri,
secondo criteri loro e non di stato di diritto, o di chi lo stato stesso abbia
bisogno)? Mi sarei dovuto offendere se per esempio io stesso, immigrato nel
1966, avessi ottenuto la cittadinanza solo dopo qualche anno di prova, incluso
per esempio, se volevo e secondo l’età, il servizio militare di tre anni e
mezzo, come ho fatto, o civile, e un esame d’ebraico, di storia d’Israele e
di educazione civica?
Non
si tratta solo di secolarizzare lo Stato, ma di riformarne le basi sulla prassi
liberale e sociale dei paesi civili, invece che sull’ideologia sionista, che,
come abbiamo visto, ci crea oggi più problemi, interni ed esterni, di quanti
non ne risolva.
Rimmon
Lavi
Gerusalemme
Responsabilità
di
Sabra e Chatila
Cari
Guido e redazione,
su
Ha Keillah di giugno, in una lettera di Guido Fubini a Vattimo ed in
un corsivo di Tewje, si dichiarano ingiuste le accuse agli israeliani per aver
compiuto il massacro di Sabra e Chatila nel 1982 in Libano: eventuale e minor
colpa israeliana è di non averlo impedito. Io non sono d’accordo.
In
un libro del novembre 2002, Sabra e
Chatila inchiesta su un massacro, solo due mesi dopo i fatti, Amnon
Kapeliouk, giornalista israeliano, li descrive in un modo diverso. L’esercito
israeliano aveva in mano Beirut, Arafat e i suoi feddayn erano stati espulsi e
mandati in Tunisia. Anche le forze internazionali che avevano presieduto
all’operazione sarebbero state mandate via poco dopo.
Non
c’era più equilibrio di forze tra palestinesi e la falange cristiana. Il
pericolo dello scatenarsi dell’odio contro i palestinesi era conosciuto (pag
49). Senza possibilità di autodifesa, la responsabilità della loro tutela
cadeva sugli israeliani padroni dell’area. Sharon, forse per assicurarsi la
partenza delle forze internazionali, aveva assicurato europei ed americani che
le sue forze sarebbero state una garanzia contro eventuali pogrom.
L’azione
di Sharon è però diversa. Sharon vuole “ripulire” Beirut dai
"terroristi" e dalle loro armi. Non subisce la "pulizia" dei
campi, ma la assegna alle milizie cristiane capeggiate da Hobeika (pp. 114-116).
Apre
loro i campi, fornisce loro le armi e le divise ed almeno un bulldozer che sarà
impiegato per scavare e riempire le fosse comuni. L’esercito israeliano la
notte illumina con i razzi le operazioni delle milizie. Il massacro dura quasi
due giorni, 40 ore, da giovedì 16 settembre sera a sabato 18 a mezzogiorno. I
Responsabili dell’esercito israeliano faranno finta di non essersi accorti di
niente.
Dal
quartier generale israeliano, al settimo piano di un edificio ai bordi del
campo, si vede tutto. Si presentano delle donne ai cancelli per scappare insieme
ai loro figli, sotto la minaccia delle armi l’esercito israeliano intima loro
di tornare indietro.
Camion
carichi di prigionieri escono dai campi per lasciarli cadaveri ai bordi delle
strade. Due - tremila persone muoiono così, forse il computo è in difetto, le
fosse comuni non verranno mai aperte. Molti cadaveri sono orrendamente
seviziati.
Nei
giorni immediatamente successivi al massacro ci saranno forti manifestazioni di
sdegno in Israele, tra cui una grande manifestazione di Shalom Achshav grazie
alla quale si ottenne la commissione di inchiesta. Per il romanziere Izhar
Smilansky, “Sono stati lasciati leoni affamati nell’arena. Che hanno
divorato gli uomini. I leoni sono dunque colpevoli, sono loro che hanno
divorato, non è vero?
Chi
avrebbe potuto prevedere quando abbiamo aperto le porte e lasciati entrare che
questi leoni avrebbero divorato le persone?”. Al professor Epstein quanto
successo a Beirut ricorda “i nazisti che hanno portato gli ucraini nel ghetto
per massacrare gli ebrei”. Peres al parlamento convocato in sessione
straordinaria proclama “La nazione ebraica è di fronte alla sua coscienza.
Noi abbiamo la sensazione che attraverso i blocchi di cemento che hanno
ricoperto quei corpi di bambini, di donne e di vecchi traspaia un crollo morale.
La terra trema sotto i nostri piedi?”.
Kapeliouk,
alla fine del suo libro, scrive che per la legge israeliana i complici di un
omicidio sono egualmente responsabili di coloro che l’hanno commesso. E noi ci
permettiamo di dire che tutte le colpe sono dei falangisti libanesi e
l’esercito israeliano è innocente come un agnellino?
Giorgio
Canarutto
Giorgio
Canarutto contesta la difesa che io avrei fatto degli israeliani accusati del
massacro di Sabra e Chatila e cita a sostegno delle sue tesi sulle responsabilità
israeliane il libro di Amnon Kapeliouk, giornalista israeliano, dal titolo
“Sabra e Chatila, inchiesta su un massacro”, pubblicato nel 1982 “due mesi
dopo i fatti”.
Ho
conosciuto Amnon Kapeliouk nel 1973 alla Conferenza di Bologna per la pace e la
giustizia in Medio Oriente e non ho motivo di dubitare della sua correttezza ma
le osservazioni di Giorgio Canarutto mi convincono solo a metà.
Giorgio
afferma che “le forze internazionali che avevano presieduto all’operazione
sarebbero state mandate via poco dopo”: non dice né quando né da chi.
Scrive: “Senza possibilità di autodifesa (chiedo: perché?) la responsabilità
della loro tutela (e cioè della tutela dei palestinesi) cadeva sugli israeliani
padroni dell’area” (ancora chiedo: perché?).
Tutta
la descrizione di Giorgio è volta a minimizzare la responsabilità delle
milizie cristiane e a caricare quella degli israeliani. Non nego che gli
israeliani abbiano trovato il loro tornaconto e abbiano una parte di
responsabilità, tutto sommato i palestinesi erano loro nemici.
Ma
quello che è inammissibile è il non vedere le responsabilità dei cristiani e
il caricare tutte le responsabilità sulle spalle degli israeliani.
È
giusto scaricare completamente le responsabilità dei cristiani?
Guido
Fubini
Asmara
-
A
proposito dell’articolo Un viaggio tra i
ricordi di Anna Segre si parla di “Lettura del Sefer Torà - la prima in
Eritrea da 35 anni”.
Le
preghiere e Minianim alla Sinagoga di Asmara, ci sono stati regolarmente fino
agli anni 1977, dopodiché con le ultime partenze dei Membri della Comunità
Ebraica di Asmara, ci sono state saltuariamente.
Nel
1993 – con la visita ad Asmara dell’orchestra sinfonica di Raanana, forte di
oltre 60 musicisti israeliani, in occasione della rappresentazione al Teatro
Odeon dell’opera Samson & Delilah
– si è celebrato un indimenticabile Shabbat alla Sinagoga con le preghiere di
favolosi coristi (Hazanim).
In
seguito – ci sono state altre rare occasioni di avere il Minian per le
preghiere del Shabbat, e la lettura del Sefer Torà, in occasione di visite di
turisti ebrei ad Asmara.
La
cosa favolosa e straordinaria del ritorno degli ebrei nati e vissuti ad Asmara
per l’occasione della celebrazione del Centenario è stato il fatto di avere
due Shabbattot consecutivi di preghiere e lettura del Sefer Torà alla Sinagoga
di Asmara, con rito originale Adenita.
Grazie
mille per la copia di Ha Keillah, speditami ad Asmara
Cordialità
e saluti,
Sami
Cohen
Un
sogno
Una
mattina del mese di agosto appena trascorso, mio figlio, svegliandosi, mi ha
raccontato di aver fatto uno strano sogno.
Eccolo.
“Era
Simchat Torà ed eravamo al tempio, al tempio grande.
Ma
era anche l’assemblea straordinaria per preparare le elezioni comunitarie ed
anche quella era al tempio.
La
Comunità era in festa, c’era tanta gente e tutti partecipavano”.
Mi
è parso molto bello e lo vorrei offrire a tutti come augurio per quest’anno
che sta per iniziare. La Legge e le leggi, la Torà e il suo popolo.
Shanà
tovà!
Irene
Segre