Lettere

 

 

DUE RISPOSTE A ROBY BASSI

 

Il ruolo dell’UCEI

 

Nell’ultimo numero di Hakeillah Roberto Bassi dichiara di voler aprire un dibattito in vista del Congresso dell’Unione; per il momento, si tratta di una serie di attacchi personali al sottoscritto, conditi con giudizi politici dai quali si evince che, “malgrado la mia lunga militanza nel PCI” non sarei più di sinistra e neppure antifascista. Qualcun altro, un opinion-maker per E-Mail, ha sostenuto che io farei “il compagno e non il Presidente dell’Unione”. Come si vede, fra coloro che si autodesignano giudici inappellabili la libertà di opinione è proprio senza limiti.

La lettera mi era stata mandata anche privatamente, ma troppo tardi per poter preparare una risposta, che è diventata inevitabile, dal momento che essa è stata pubblicata. Stranamente, concordo su un punto delle critiche ed è quello che tratta dell’insufficienza del flusso di informazioni fra UCEI e Comunità. Ma – aggiungerei – anche fra Comunità e Unione. E proprio qui sbaglio. “Da informazioni assunte”, “si disse”, “mi si dice”; sono parole di Roby. Devo dedurne che il flusso di informazioni, dunque, c’è: quello che non si cita è la fonte.

Ma lasciamo stare le forme e veniamo al merito.

Roby stabilisce in ordine sparso e abbastanza confuso alcuni motivi di critica al mio operato, che mi sembrano ordinabili in quattro gruppi:

1) Avrei cessato di essere di sinistra, forse addirittura di essere ancora antifascista.

2) Non avrei lottato per la laicità dello Stato, come dimostrerebbe il fatto che non ha sentito da parte mia una parola sul crocefisso nelle aule scolastiche.

3) insinuare che nella Giunta da me presieduta, vi siano degli amici di Calderoli e della Lega.

4) Contrariamente a quanto da me affermato, non godere del sostegno del Consiglio per la linea politica da me condotta (altra informazione senza fonte citata!).

Prima di entrare nei particolari, devo premettere due concetti.

La linea politica del Presidente è stata sottoposta al Congresso ed approvata con una sola astensione (sul metodo e non sul merito). Successivamente, sono stato io a chiedere al Consiglio un voto di voto di fiducia, che mi è stato dato all’unanimità. È evidente che, se vi fossero stati ulteriori dubbi, un voto di sfiducia avrebbe potuto essere espresso in qualsiasi momento. Ciò non è stato. Ne deriva che l’opinione di Roberto Bassi è solo un parere personale, perfettamente lecito ma – mi scusi se oso tanto – irrilevante.

Posso accettare qualsiasi richiamo alla difesa della laicità dello Stato e ai valori dell’antifascismo, ma preferibilmente da parte di coloro che sono attivamente impegnati in questa lotta. Certo, la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche è un problema, contro il quale peraltro nulla è stato fatto quando Roby era Consigliere e persino Vice-Presidente dell’Unione; per la precisione, in una intervista a un quotidiano nazionale avevo proposto quale simbolo adatto a tutti la doppia spirale del DNA al posto del crocefisso. Ma la laicità dello Stato finisce qui? Che dire dell’ora di religione (cattolica)? Che dire dell’interferenza vaticana con il percorso del gay-pride? Che dire del recente referendum sulla procreazione assistita?

Noi abbiamo preso posizioni su tutto questo. Personalmente, l’ho trattato con forza in un saggio del 2003, “Il posto degli ebrei” (Ed. Einaudi); Roby, da parte sua, non risulta abbia fatto nulla. Eppure, egli giudica, dà voti, emette sentenze!

Ma veniamo al problema di Fini.

Che non è neppure, a rigore, il problema di Gianfranco Fini in sé. Il problema è: di fronte a un Governo di Centro-destra, che dispone di una maggioranza schiacciante nel Parlamento, l’Istituzione UCEI deve mantenere, certo con dignità e senza concessioni ideologiche, relazioni con questo Esecutivo o deve ritirarsi sull’Aventino? O deve convocare un Congresso o un Consiglio ogni volta che deve trattare qualche pratica con questo Esecutivo?

Eppure, siamo stati rimproverati da un Ministro di avere troppo abbondato in critiche e rilievi. Se Roby è costretto a informarsi dai giornali circa il nostro operato, è pregato di leggere tutto, non solo frammenti. Così saprebbe che quando fu proposto di prendere le impronte digitali sui documenti di identità (“intanto” per gli immigrati), ci presentammo – io fra gli altri – per farcele prelevare. E forse apprenderebbe anche del pubblico incontro del sottoscritto con Berlusconi, quando gli contestai, con ferma educazione, i suoi giudizi su Benito Mussolini. E molte altre cose che egli pare ignorare o non capire.

E infine, una volta per tutte: io ho accompagnato Fini a Yad Vashem e non in una visita di Stato; e sono poi tornato in Italia con un volo di linea e non con un volo di Stato. Dopo quella visita, sono andato all’Università di Gerusalemme a fare una lecture sugli orientamenti attuali della destra italiana; ho fatto interviste a Sorgente di Vita, alla TV israeliana e a numerosi giornalisti. Nulla sotto banco. Ho affermato e affermo che Fini ha cambiato il suo atteggiamento, non posso dire altrettanto per la maggioranza del suo Partito. Sono convinto che nel Governo italiano vi siano posizioni peggiori (e forse anche migliori) di quelle di Fini, ma che tutti i politici vadano giudicati per quello che fanno; tanto per parlare di Israele, credo che Sharon vada giudicato oggi alla luce del disimpegno da Gaza. O no?

Rifiuto sdegnato allusioni, illazioni e giudizi sul mio passato e sul mio presente politico, emessi da chi a suo tempo guardava con diffidenza quella stessa mia militanza politica che oggi mi ricorda quasi fosse un valore tradito.

Ma il vero problema non è Fini; il vero problema siamo noi. Vogliamo vivere “puri e isolati” o vogliamo essere presenti a tutto campo? Se Fini ha partecipato alla Commissione che preparava la bozza della Costituzione europea, per evitare di essere al dibattito assieme a Fini, avremmo dovuto astenerci dalla discussione sull’Europa? O, al contrario, in sua presenza, dichiarare – come ho fatto – la nostra opposizione alla menzione delle “radici cristiane” nella Costituzione stessa?

Ma a questo punto, non posso fare a meno di chiedermi quale sia il significato di episodi come la lettera di Roberto Bassi e l’occhiello di Hakehillah secondo il quale mancherebbe una posizione ufficiale dell’UCEI in merito alla proposta di legge sui benefici agli ex-militi di Salò. Che io abbia scritto ai due Presidenti delle Camere e a tutti i capigruppo, ottenendo la risposta di uno di questi con l’impegno di dare battaglia contro questa legge, non ha evidentemente alcuna importanza. Ma mi chiedo: localmente, avete promosso contatti con i parlamentari, le forze culturali e sindacali, l’ANPI e l’ANPPIA, per organizzare l’opposizione a questa manovra? Non risulta.

Questo significa che, seguendo le nostre peggiori tradizioni, sappiamo solo ripiegare sulle polemiche interne. Sono anni che noi siamo in trincea, cercando di conciliare i nostri doveri rappresentativi con la difesa della democrazia fedele alla Costituzione. Se ne sono accorti gli altri, non i nostri.

Se si tratta di una lotta di piccolo cabotaggio, non preoccupatevi e non vi accingete a troppe fatiche. Una mia candidatura a un terzo mandato non è sul tappeto. Ma non si tratta, di per sé, di un successo dell’antifascismo o dello Stato laico.

Amos Luzzatto

Presidente UCEI

Venezia, 11 luglio 2005

Al momento di andare in stampa lo scorso numero, non eravamo al corrente delle lettere di Amos Luzzatto ai Presidenti delle Camere ed ai capigruppo: evidentemente qualche problema di comunicazione esiste.

H.K.

[Per un disguido tecnico, questa nota redazionale non è apparsa nella versione cartacea di Hakeillah] 

 

  

Al di là  degli schemi

 

Da anni ormai, ad annunciare la vicina scadenza di un Congresso UCEI è l’apparire su HaKeillah di scritti dal tono polemico sensibilmente accentuato e ad alto grado di personalizzazione. Dagli ultimi due numeri di Ha-Keillah, dunque, apprendiamo che si sta inequivocabilmente preparando il Congresso dell’Unione.

Lucidate le canne, si spara sui singoli per colpire un presunto gruppo e si innalza il vessillo dell’antifascismo per incarnare l’unum verum di cattolica memoria. Ecco allora, in prima battuta, Tullio Levi che lancia il suo j’accuse contro Claudio Morpurgo e la dirigenza del KKL, e, di rincalzo, Roberto Bassi, che parte a testa bassa contro Amos Luzzatto, Claudio Morpurgo e, immeritatamente, il sottoscritto.

A parte l’amarezza di leggere Bassi che parla di trasparenza e democrazia, dopo aver cancellato la memoria della accentrata gestione museale della sua antica presidenza comunitaria, fa ancor più tristezza sentirlo contare i Consiglieri di destra e di sinistra, e recitare poi kaddish per l’antifascismo, solo perché egli non apprezza la politica che si misura con il reale anziché con il virtuale. Naturalmente, il singolo può anche scegliere di chiudersi in torre d’avorio, ma deve lasciare a chi guida l’ebraismo italiano l’onere della scelta responsabile. Se ne potrà parlare, dissentire e disquisire; ma si può anche fare di meglio per non sfuggire ai problemi reali in cui si dibatte la comunità ebraica italiana, troppo spesso lacerata da lotte intestine e dissanguata dall’assimilazione galoppante.

In effetti, ciò che forse preoccupa chi da anni ha istituzionalizzato la ‘politica di sinistra’ è ben altro, ed è magari il caso di cominciare a parlarne apertamente. Da qualche anno le Comunità italiane si sono accorte, infatti, che alla politica espressa dai delegati ai Congressi UCEI non corrisponde poi quella del Consiglio eletto. Chi scrive sta vivendo questa contraddizione dall’interno di un Consiglio di Comunità e all’interno del Consiglio UCEI.

A sminuire e soffocare, in Congresso, ogni altro dibattito sull’ebraismo italiano sono il dibattito su Israele e, nei corridoi, lo scottante e tacitato tema delle conversioni. Su questa presunta base ideologica comune si svolge la battaglia elettorale. Una battaglia a squadre preconfezionate, che non dà fede dei gravi e numerosi problemi che agitano l’ebraismo italiano. Appena eletto, poi, il Consiglio UCEI inizia a confrontarsi con problemi di tutt’altra natura, molto più bassi e banali, molto meno idealistici e teorici. Si tratta infatti di decidere come gestire la trasparenza interna al Consiglio, come condividere ‘potere’ e scelte, come far sì che ogni rotella del sistema lavori ai fini del sistema stesso, e, non ultimo, come distribuire le risorse derivanti dal gettito otto per mille fra UCEI e Comunità, e fra le singole Comunità. Il dibattito sarà anche triviale, ma ne va della nostra sopravvivenza, se è vero che, oltre all’importante aspetto della rappresentanza politica dell’ebraismo italiano, l’unico altro tema serio su cui abbiamo il dovere di confrontarci per condividere intelligenti scelte comuni è quello di progettare, organizzare e finanziare la nostra vita comunitaria, favorendo l’interazione attraverso programmi e iniziative sia centralizzati che decentrati.

È forse, allora, il caso che l’ebraismo italiano sia informato del fatto che da circa due anni i Presidenti delle Comunità hanno cominciato a incontrarsi e a discutere di tutto ciò, smettendo di fronteggiarsi schematicamente in base all’appartenenza politica e cercando invece di individuare linee e interessi comuni, piuttosto che motivi di divisione (leggi: la politica di Sharon e gli insediamenti) su problemi per la soluzione dei quali la nostra posizione è ridicolmente ininfluente. Tutti ricordiamo il contributo distraente, all’ultimo Congresso, di Gad Lerner e Fiamma Nirenstein. L’eterno problema del sostegno a Israele, incondizionato o meno, non può diventare il pretesto per non affrontare e approfondire, almeno una volta ogni quattro anni, i problemi assillanti della nostra sopravvivenza.

La cosa strana è che la nuova presa di coscienza da parte dei rappresentanti delle Comunità di essere uniti da problemi comuni piuttosto che divisi da appartenenze ideologiche ha provocato reazioni inattese e scomposte. Come se le Comunità volessero sovvertire un immutabile ordine costituito, mentre unico loro intento era ed è quello di cominciare a ragionare su come ammodernare mezzi, strutture e rapporti intercomunitari; magari cercando anche di ottenere che il prossimo Consiglio rifletta in modo quanto più fedele la linea politica complessiva delle Comunità italiane per rispondere poi ai loro bisogni, anziché rincorrere improbabili e inattuali schemi politici prestabiliti, utili soltanto a conservare, oltre a se stessi, le barriere che ci dividono. È da questo schematismo che deriva, la frequente difficoltà di dialogo, spesso inasprito, all’interno del Consiglio, da rigidità pregiudiziali e giochi di squadra.

All’esigenza di una migliore progettazione manifestata trasversalmente da tutte le Comunità si è risposto, così, in varie sedi e in varie forme, sia dal centro che dalla periferia, con attacchi mirati e personalizzati rivolti a chi era impegnato in questo dibattito trasparente, civile e democratico – per citare le tanto sbandierate categorie di noi che stiamo a sinistra. Certo è difficile non chiedersi quali concertazioni siano in atto e se, per affermare la propria visione politica e il valore delle proprie alleanze, si sia disposti a battagliare fino all’autodistruzione. Al prossimo Congresso, il confronto politico sarà sicuramente duro e ‘franco’ come sempre. Ma non si potranno lasciare sotto traccia i pesanti problemi che le Comunità hanno ormai posto sul tavolo. E la ricerca di un Consiglio equilibrato e dialogante e di un Presidente sereno e sopra le parti sarà per tutti una necessità ineludibile.

Dario Calimani

Consigliere UCEI

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Recuperare visibilità

Roma, 23 giugno 2005  

 

Gentile Dott. Levi,

ci spiace di non aver risposto prima al suo articolo in merito alla situazione del KKL Italia, ma abbiamo avuto urgenti ed importanti eventi da organizzare che hanno richiesto tutta la nostra attenzione.

In primo luogo abbiamo valutato l’opportunità o meno d’inviarle e far pubblicare ai sensi della legge sulla stampa la grande quantità di documenti attinenti questa vicenda. Infine abbiamo deciso che, sebbene ciò avrebbe fatto luce sulla gestione del sig. Abbina nell’ultimo periodo della sua presidenza durata 26 anni, non avrebbe portato alcun vantaggio al KKL.

Teniamo a precisare come il nostro coinvolgimento nella gestione dell’Associazione sia avvenuto nel pieno rispetto delle norme statutarie e soprattutto democratiche, in quanto la base associativa, ormai alienata da una dirigenza sempre uguale a sé stessa più preoccupata a gestire rapporti che ad organizzare attività che avvicinassero Israele e la sua terra alla Comunità Ebraica Italiana, chiedeva un rinnovamento ed un cambiamento di rotta. La nostra gestione finanziaria è limpida: i bilanci, come anche i verbali, sono a disposizione di ogni associato che ne richieda la visione.

Siamo stati chiamati a recuperare una situazione di mancanza di visibilità del KKL Italia che non aveva più alcuna voce (o quantomeno era una voce fioca) in seno all’Ebraismo Italiano. Dopo soli otto mesi di duro lavoro (ogni settimana ci incontriamo alle 7.30 del mattino per programmare le attività su base locale e nazionale, dopodiché ciascuno va al proprio lavoro), è per noi un vero piacere aver riscontrato da molte persone, attivisti o meno, la soddisfazione nel vedere un nuovo KKL finalmente protagonista delle molte attività finora realizzate.

Nel corso di questi mesi, durante i tentativi di riconciliazione con il sig. Abbina, talvolta abbiamo usato dei toni forse non adatti ad una pacifica conclusione di questa vicenda e di ciò potremmo scusarci, ma riteniamo giusto puntualizzare che non abbiamo riscontrato nella parte avversa alcun desiderio di evitare la rottura.

Oggi è per noi certamente più rilevante concentrare gli sforzi nel recuperare gli spazi perduti al KKL, per acquisirne di nuovi e soprattutto per incrementare il rapporto con il pubblico, potenziale sostenitore ed attivista. Siamo consci del fatto che un periodo così breve come quello trascorso non sia ancora sufficiente, ma il feedback che abbiamo riscontrato ci fa capire che stiamo percorrendo la strada giusta.

Per noi, ora più che mai, la missione del KKL Italia è rafforzare innanzitutto il legame tra il Popolo Ebraico e la Terra d’Israele, con l’obiettivo centrale di coinvolgere tutti i giovani. Per questo abbiamo lavorato in attività che li hanno visti protagonisti sia in occasione della festività di Tu Bishvat che durante la grande festa tenuta a Roma di sera al Portico d’Ottavia e nelle scuole in occasione di Yom Azmaut.

Con orgoglio raccontiamo del successo della bellissima serata del 16 giugno dove, ospiti presso la residenza dell’Ambasciatore d’Israele, S. E. Ehud Gol, abbiamo contato la presenza di 220 ragazzi tra i 18 ed i 30 anni; nostro gradito ospite da Israele è stato l’On. Gideon Saar, deputato della Knesset e Presidente della Coalizione. Lo scopo della serata era quello di presentare il progetto ATLIT, un progetto del KKL Italia per la prima volta interamente adottato e sostenuto da ragazzi così giovani, che prevede di costruire un luogo d’incontro per le famiglie e i soldati israeliani che prestano servizio militare presso la base navale di Atlit, in quanto nessun civile può accedere alla base militare. Un progetto che parte dai giovani italiani del KKL ed arriva ai giovani israeliani.

Queste sono le nostre finalità: coinvolgere i giovani perché sono il futuro del Popolo ebraico nella Diaspora e in Israele. Non ci sembrano finalità “di dubbia correttezza” solo perché non erano state proposte né realizzate dall’establishment precedente, che forse aveva lavorato bene agli inizi della vecchia gestione, ma non altrettanto nell’ultimo periodo. E non abbiamo altri interessi occulti, come lascia intendere il suo articolo.

È innegabile che questo sia un nuovo corso per il KKL Italia e siamo preparati a tutto quello che comporta, compresa la riluttanza della vecchia gestione e dei suoi amici. Per tale motivo chiediamo a tutti gli altri, a coloro cui sta a cuore il futuro dei nostri figli e di Israele, di abbandonare la strada delle inutili polemiche per aiutarci a costruire e rafforzare insieme il nostro legame di Ebrei con Israele e la sua terra. Il riscontro positivo giunto al nostro operato ci ripaga già abbondantemente del grande impegno profuso.

La salutiamo con un cordiale Shalom.

Ing. Raffaele Sassun – Presidente

Sig. Settimio Di Porto – Vice Presidente

Sig. Beniamino Guetta – Tesoriere

Dr.ssa Letizia Piperno – Pres. Comm. Roma

Arch. Davide Hassan – Coordinatore

Sig. Leo Veneziani – Consigliere

 

 

 

Ringrazio la Direzione del KKL per la lettera di precisazioni inviatami e che viene qui pubblicata.

Pur concordando sull’opportunità di cercare di stemperare le polemiche, mi pare che in essa non vengano affrontati i veri nodi della questione che consistono:

– nella mancanza di trasparenza nella gestione del settore “lasciti e legati” lamentata dalla precedente amministrazione ed in cui è coinvolta anche la direzione centrale israeliana.

– nel modo “arrogante, prepotente ed infamante” (per citare le parole usate dagli estensori della lettera di solidarietà pubblicata sull’ultimo numero di HK) in cui è stato gestito il ricambio al vertice del KKL Italia.

– nel rifiuto a lasciare che fosse il Beth Din di Roma a pronunciarsi sulla contesa.

In aggiunta a tutto ciò mi pare che ben altre dovrebbero essere le qualità che devono caratterizzare una istituzione quale è il KKL e non tanto quella della“visibilità”, che pare essere la privilegiata dall’attuale direzione.

Tullio Levi

 

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Ancora sul caso santus

 

Una risposta

a Giulio Tedeschi

 

Non è mia intenzione rubare ulteriore spazio a questo giornale, tuttavia una risposta è necessaria.

Giulio Tedeschi riferisce elementi senza essere a conoscenza né dei fatti né della persona coinvolta in essi. Infatti parla arbitrariamente di corrispondenza privata che non è mai stata da me inviata al Foglio al fine di essere pubblicata, soprattutto non nella forma in cui in esso è apparsa, né ho mai concesso l’autorizzazione a chicchessia di pubblicare.

Ma veniamo al merito di tali affermazioni.

Mi sorprende che Giulio Tedeschi non sia a conoscenza del fatto che in Università, come anche in alcuni licei e in alcune scuole medie inferiori, persino nei nostri libri di testo, vi siano docenti, che “criticano” Israele e che diffondono false informazioni sullo stesso. Purtroppo è così e forse è bene aprire gli occhi, il tenerli chiusi ci permetterà soltanto di inciampare facendoci molto male.

 In secondo luogo, che il mio collaboratore sia marocchino, islamico e religioso, non funge da copertura per un mio presunto anti-islamismo. Si sbaglia Tedeschi se pensa che io l’abbia voluto al mio fianco soltanto come specchietto per le allodole: la realtà è che si tratta di un giovane molto preparato, intelligente e acuto. Del resto il fatto che il mio corso sia frequentato da un’alta presenza di studenti stranieri, particolarmente islamici, può soltanto significare – dal momento che il mio non è un corso obbligatorio – che non si sentono né discriminati né tanto meno offesi. Forse imparano qualcosa per loro del tutto nuova. Ricordo ancora, lo scorso anno, dopo la conferenza nella mia aula di Nedo Fiano, uno studente algerino – anch’esso di religione islamica – con le lacrime agli occhi: piangeva perché era la prima volta che sentiva parlare della Shoà.

 In terzo luogo, dove mai Giulio Tedeschi ha letto o sentito la leggenda secondo la quale, per reazione, io avrei ripristinato l’esame difficile? Quando i contestatori dei centri sociali hanno affermato che sarebbero intervenuti ad ogni mia lezione anche il prossimo anno, proprio per tutelare i miei studenti, ho chiesto al Preside che mi permettesse di modificare il programma per il prossimo anno: ancora non sapevo se avrei scelto di parlare di geografia postmoderna o di altri temi. Volevo un argomento asettico, non un argomento più difficile. La scelta è poi caduta sullo studio degli ebrei in Sicilia: dal momento che i contestatori si dichiarano “soltanto” antisionisti un simile argomento troverà certamente la loro approvazione. Gli ebrei morti non danno mai fastidio!

“Forse – afferma Giulio Tedeschi – la sinistra non apprezza più Israele perché non fa più cose di sinistra”. Ma questi giovani contestatori, “simpaticamente ludici” e dotati “di candore”, al massimo “violenti Robin Hood” non sono né di sinistra, né ludici, né candidi e tantomeno novelli Robin Hood.

Non li ho accusati di antisemitismo per attirare la solidarietà del mondo: li ho accusati di antisemitismo perché mi hanno urlato in faccia che tutti gli ebrei che scelgono di andare a vivere in Terra d’Israele dovrebbero morire, li ho accusati di antisemitismo perché mi hanno urlato in faccia che i sionisti dovrebbero tutti bruciare vivi. Forse Giulio Tedeschi pensa che un sionista, presumibilmente ebreo, abbia minori diritti di un ebreo diasporico: io no. Il diritto alla vita è sacro per chiunque: sia esso ebreo sionista o diasporico, arabo israeliano o palestinese, palestinese cristiano o islamico, inglese o americano, cattolico o valdese...

Ma come vogliamo definire quanti vogliono negare l’esistenza stessa dello Stato d’Israele in quanto Stato ebraico?

Giorni fa ero a Milano, in commissione di concorso all’Università Bicocca. In viale Zara, vicino al posto dove risiedevo, sul muro di un edificio è scritto “W Arafat, ebrei a morte”. Ho chiesto al proprietario del bar accanto da quanto tempo ci fosse quella scritta e lui mi ha risposto: “Da parecchio, un anno o forse più”. Gridare all’antisemita non è puro esorcismo, piuttosto chiudere gli occhi e le orecchie per non vedere o non sentire qualcosa che ci fa male è pura follia.

Non voglio solidarietà o, come pensa Giulio Tedeschi, che di fronte a me si chini il capo: in Italia, in fondo, non sono nemmeno un’ebrea regolare, non ho diritti.Convertita con i miei figli a Ginevra presso una comunità non ortodossa, se morirò in Italia non si saprà neanche dove seppellirmi, nessuno si curerà che io abbia rispettato o meno le mitzwoth.

Lo Stato d’Israele, invece, riconosce la mia ebraicità e quella dei miei figli: Israele è la mia vera casa e io non posso che amarla e difenderla. E continuerò a farlo sempre, comunque e dovunque.

Daniela Ruth Santus

 

   

Titoli tipo: “Arrestati quattro Islamici”. Tout court. E non su La Padania, ma, per dire, su La Repubblica. Gente espulsa alle tre di notte di una notte qualunque. Neanche un indizio di un reato, magari solo, molti anni fa, qualche frequentazione imprudente. E tutti gli Islamici del quartiere che si affrettano a dire “Se l’è cercata”.

Che simpatica estate! Non so perché, ma ho la sensazione che chi oggi dorme un po’ agitato, in attesa di qualche articolo di fuoco sui giornali, o magari dei contraccolpi delle prossime bombe, non siano precisamente gli Ebrei. Eppure eccoci qua a discettare ancora come damerini di un modesto episodio di contestazione universitaria che tanto poi ce ne torniamo tutti a casa, stravaccati in poltrona con il telecomando in mano. È un po’ imbarazzante.

Deliberatamente nel mio pezzo non ho parlato dei fatti. Perché non ne avevo una conoscenza diretta. Ho parlato di una lettera firmata apparsa sui giornali e in altri siti. L’ho riletta oggi: riconfermo i miei commenti.

Certo, se invece quella lettera non esiste ...

Esami facili o difficili: credo di sapere cosa sono gli “esoneri” nei miei corsi li faccio da vent’anni.

Conclude Santus riferendo che delle due parti coinvolte nel conflitto oggetto del suo corso, una delle due è la sua vera casa e lei non potrà che amarla e difenderla sempre, comunque e dovunque. Se questo atteggiamento denoti l’obiettività e la neutralità di uno scienziato, se non fosse allora già prevedibile l’innescarsi di qualche reazione in un ambientino già un po’ surriscaldato, giudichino i lettori. Se tutta questa storia abbia giovato oppure nuociuto alla lotta sacrosanta contro l’antisemitismo giudico invece io.

G.T.

 

 

P.S. Davvero lo Stato di Israele riconosce la sua ebraicità non ortodossa ? Provi e ci faccia sapere. I rabbini non sono molto teneri da quelle parti.

 

   

 

Dalla Teoria alla pratica

 

Ovvero della verità che non vuole rimanere ferma nel mezzo ma è, a volte di quà, a volte di là e a volte chi sà dove.

 

Il filosofo tedesco Hegel, inventore della Dialettica che, detto fra noi, sta alla Logica Formale come un cuscino sta ad un divano, volendo dare esempio dell’importanza dell’azione formativa svolta dai Missionari Gesuiti nel Nuovo Mondo, affermava citando fonti storiche che gli indios Guarani erano a tal punto indolenti e svogliati che nelle Missiones bisognava suonare la campana a mezzanotte per assicurare la riproduzione degli stessi. Hegel intendeva dare un contributo teorico ad una corrente di pensiero e azione molto in voga a suo tempo e che attribuiva all’Europa una missione civilizzatrice, propulsiva del progresso nella cultura dei popoli. Tanto per intenderci, quello che oggi chiamiamo colonialismo. Nella pratica però, al famoso filosofo è del tutto sfuggito che i Guarani, oggi quasi del tutto scomparsi come popolo, riuscivano a riprodursi anche prima dell’arrivo delle campane dei Gesuiti nel Paraguai.

La lettera dei docenti della Facoltà di Lettere e Filosofia apparsa su Hakeillah, bacchettando a destra la Santus, per aver impedito l’ingresso nell’aula a gruppi di studenti appartenenti ai Collettivi Autonomi, che volevano assistere alla sua lezione portandosi da casa insieme ai libri qualche strumento didattico improprio (1), e a manca gli autonomi stessi, per aver attentato contro la libertà d’insegnamento, rilevava che “nessuno e tanto meno nessun docente, deve arrogarsi il diritto di scegliere chi ammettere o meno a lezioni e seminari”. In teoria non avrei nulla da obiettare giacché la libertà d’insegnamento sancita dalla Costituzione va di pari passo con la pubblicità delle lezioni stesse che è una caratteristica fondamentale dell’insegnamento laico. Ciò non di meno, nella mia pratica pluridecennale d’insegnamento, ho sempre avuto pochi dubbi su quale dei due principi dovesse prevalere in determinate circostanze e ho provveduto senza remora alcuna a cacciare dall’aula, e persino dai corridoi vicini, gli studenti che in maniera intenzionale o anche preterintenzionale disturbavano le lezioni. Io non ho mai dovuto ricorrere alla polizia solo perché si trattava di derivate e non di diplomatici, ma forse i più anziani fra i docenti firmatari della lettera ricorderanno altri tempi in cui “i nostri ragazzi” boicottavano gli infinitesimi in quanto “grandezze inquinanti”, i vettori venivano liberamente banditi dall’insegnamento e più di un docente maturo, tollerante e di sinistra, perdeva di fronte all’aggressione – esattamente come la Dottoressa Santus nel resoconto di Emilio Jona – “la capacità di reggere e dominare la situazione”. Ricorderanno anche la facilità con cui, ieri non meno che oggi, questi cattivi allievi riuscivano a procurarsi maestri perfettamente in grado di assicurare la loro riproduzione senza alcun bisogno di campane.

Anche se in teoria l’esercizio della libertà dell’insegnamento non dovrebbe ricevere altri ostacoli che quelli derivanti dal conflitto con altri diritti, nella pratica della docenza universitaria esso riceve numerose limitazioni, alcune più o meno scontate derivanti dalla necessità di una buona organizzazione della didattica e propedeuticità dei corsi altre, un po’ meno nobili, dovute alla necessità di tener bene in conto l’opinione dell’autorità e dei colleghi più anziani in modo da assicurarsi una ragionevole prospettiva di carriera o almeno un quieto vivere in una struttura in cui la cooptazione è, ancor oggi, il metodo preferito per la formazione del personale.

Ricapitolando: in teoria, nell’organizzazione del corso, un giovane docente universitario dovrebbe tener in conto tutte le limitazioni menzionate sopra, da quelle più nobili a quelle meno. In realtà, una giovane ricercatrice della Facoltà di Lettere e Filosofia, ebrea “un po’ eretica” a suo dire

– senza badare a cui prodest

– senza una ponderata riflessione sulla natura equilibrata, asettica e poco propensa agli scandali della formazione universitaria

– senza informare il Preside

– senza pensare ad eventuali riflessi sulla sua carriera

– senza tener in conto le proteste dei gruppi di studenti che rivendicavano il loro sacrosanto diritto a partecipare alla lezione allo scopo di impedirne lo svolgimento

– senza curarsi delle offese degli autonomi

– in preda alla forte passione per Israele e per il suo, ancor oggi miracolosamente presente, popolo

– da sola, facendosi non scudo ma coraggio dei suoi dubbi, incertezze e ingenuità

– approfittando della provvidenziale presenza della polizia e chi sa se con aiuto di qualche forza oscura

– ha introdotto il Vice-Ambasciatore di Israele in Italia su un territorio per lui tabù ed, esercitando un suo normalissimo diritto, ha permesso ai suoi allievi, ossia quelli che nelle sue parole frequentavano il corso, di ascoltare le opinioni di un legittimo rappresentante del governo e del popolo israeliano

 

Con questa sua azione la Dottoressa Santus ha provocato uno scandalo costringendo il Rettore dell’Università di Torino, Ennio Pelizzetti, ad intervenire in varie sedi paventando, come ha fatto durante un’intervista concessa al TGR l’11/05/05, campagne di delegittimazione ai danni dell’Università di Torino da parte di non meglio precisate forze politiche e affermando che può essere pericoloso confondere il dissenso nei confronti di un governo con quello verso l’esistenza di uno stato o di un’intera etnia (2).

Ma quel che è peggio la giovane ricercatrice è entrata in rotta di collisione con la volontà espressa, e sigillata con firma su un documento dei suoi occasionali allievi, dal noto filosofo torinese Gianni Vattimo, Professor Ordinario della stessa Facoltà e coinventore del Pensiero Debole nonché del Terrorismo Giusto o Non Terrorismo, il quale nell’esercizio di un legittimissimissimo Atto d’Accusa verso il “criminale governo Sharon” intendeva negare il Diritto di Parola ai suoi avvocati usando il Boycott come arma e strumento di una nuova missione pedagogica e civilizzatrice dell’Europa tesa a promuovere la giustizia fra le tribù semitiche e la pace nel mondo.

In teoria, Hakeillah, nel fare un’analisi dei fatti accaduti ha correttamente dato voce ai partecipanti agli eventi richiamando le varie posizioni, tanto quelle ufficiali come quelle presenti all’interno del comitato di redazione. Nella pratica, il ventaglio ecumenico delle opinioni offerte non solo non ha contribuito a “diradare il polverone e dare un senso alle parole” com’era nell’intenzione dell’editorialista David Sorani ma, in mancanza di una cronaca meno succinta e frammentaria, ha non poco oscurato la sostanza dei fatti. Cosi, sistemando nello stesso girone quelli che intendevano esercitare un diritto con quelli che con violenza intendevano impedirlo, non solo ha lasciato il povero Cesare a tasche vuote ma (a mio parere) si è anche dimostrata un tantinin ingenerosa nei confronti della protagonista del gesto.

Jacobo Pejsachowicz

 

 (1) O forse pensano i docenti firmatari che fumogeni e uova marce usati fuori dall’ aula non sarebbero mai apparsi nella sacralità di un recinto universitario.

(2) Questa fondamentale distinzione teorica meriterebbe da sola un Dalla teoria alla pratica II che, per mancanza di tempo e per rispetto al lettore, mi tratterrò dallo scrivere.

 

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Ebrei critici

 

Cari amici, ho apprezzato molto il dibattito apparso sull’ultimo numero di Ha-Kehillah sui temi dell’antisemitismo e dei rapporti con Israele, a seguito degli episodi di intolleranza avvenuti in diverse università; mi è rimasta tuttavia una certa insoddisfazione, dovuta all’impressione che, pur nello sforzo di esaminare minuziosamente e razionalmente tutti gli aspetti della questione, il senso di appartenenza finisca spesso con il prevalere su un giudizio equilibrato, che pure tutti si sforzano di raggiungere. Su molte questioni fondamentali siamo senz’altro tutti d’accordo: in primo luogo, sul diritto di tutti i cittadini israeliani ad una esistenza pacifica nel loro paese, e sulla condanna incondizionata di atti terroristici nei confronti delle popolazioni civili; in secondo luogo, sul diritto di tutti alla libera espressione delle proprie opinioni nelle aule universitarie ed in tutti i luoghi di discussione, e, credo, sulla condanna del pregiudiziale rifiuto di alcune istituzioni accademiche di stabilire rapporti con istituzioni israeliane, che operano in un paese in cui il confronto democratico non è mai venuto meno, e non sono obbligate a condividere le scelte governative. Mi sembra anche che tutti noi condanniamo, sia pure con diverse sfumature di giudizio, le politiche e gli atti concreti nei confronti dei palestinesi portati avanti dal governo israeliano negli anni passati, e siamo animati dalla concreta speranza che le cose stiano cambiando.

Non condivido invece la posizione che alcuni assumono nei confronti di coloro che acriticamente, spesso ingenuamente, si schierano senza mezzi termini con i palestinesi, a volte coinvolgendo l’intero mondo ebraico nella condanna del governo israeliano. Intendiamoci, anch’io condanno gli atteggiamenti intolleranti e i giudizi che li accompagnano, spesso superficiali, non sempre basati su dati di fatto certi, e quindi sbagliati e pericolosi. Credo però che l’arroganza e la spietatezza di numerosi atti del governo israeliano, la posizione di Israele come paese forte militarmente ed economicamente di fronte ad una popolazione palestinese prevalentemente povera, la delegittimazione dei gruppi dirigenti palestinesi (sono anch’io convinto che Arafat abbia avuto atteggiamenti non sempre limpidi, ma credo che la conquista del consenso della popolazione sia un’operazione lunga e difficile, che richiede cautela, equilibrio e pazienza, e che debba essere favorita in tutti i modi, non boicottata con continui atti di ostilità), abbiano dato esca a queste posizioni pregiudizialmente ostili, e non si può pretendere che tutti si documentino sempre minuziosamente prima di schierarsi. Anche se il fiorire di leggende come quella degli ebrei informati sull’attacco alle torri (migliaia di persone, e nessuno ha detto niente!) fa correre qualche brivido nella schiena. Non nascondo però che qualche brivido nella schiena mi corre anche a vedere il pullulare di associazioni di amici di Israele nei luoghi più impensati, che sembrano fare riferimento non tanto alla storia e alla cultura da cui Israele è sorto, quanto all’immagine di forza militare e di decisione che ne fanno un baluardo dell’occidente in vista dello “scontro di civiltà”.

Forse dobbiamo riflettere un po’ di più sulla nostra posizione di ebrei “critici”. È vero, non ci si può chiedere in ogni occasione di farci una verginità prendendo le distanze; però è anche vero che il mondo ebraico in generale ha spesso manifestato una acritica solidarietà al governo israeliano, e forse una maggiore visibilità delle posizioni duramente critiche, che sono ampiamente presenti e circolano in ambiti ristretti, per esempio attraverso il vostro giornale, avrebbe fatto bene a tutti.

Fausto Sacerdote

 

 

 

Fuori dal sionismo

 

L’ultimo numero di Ha Keillà è pieno, comprensibilmente, di articoli che hanno in comune l’avversione all’uso indiscriminato di definizioni come “nazista”, “razzista”, “antisemita” etc. che è corrente ormai rispettivamente nel vocabolario di estremisti musulmani o di sinistra, e nell’apologetica e nei contrattacchi ebraici o pro-israeliani. Si può comprendere l’importanza delle giuste reazioni e chiarificazioni apparse in Ha Keillà, specialmente per ebrei di sinistra, se vivono nella diaspora soprattutto europea e se sono critici ma non negativi rispetto a Israele.

Ma mi pare sia giunto il momento d’iniziare anche un’analisi più approfondita dell’ideologia sionista, che è tuttora la “raison d’être” dello Stato d’Israele. Non basta a mio avviso individuare le alternative possibili, pur sempre all’interno del sionismo, alle scelte, decisioni e azioni adottate dai dirigenti sionisti di prima della fondazione dello stato nel 1948, e dai vari governi israeliani fino a oggi. Purtroppo certi sviluppi interni in Israele, ancora più apparenti in questi giorni di fanatismo così ben diretto dagli interessi di tutte le parti in gioco, lasciano dubitare se alcune alternative più liberali fossero mai state reali – come se il processo di rinascimento nazionale non potesse evitare stadi etnocentrici, populisti e demagogici (anche tra chi ne è stato prima vittima altrove).

Ma anche ipotizzando un processo più umanisticamente accettabile di attuazione del sogno sionista, mi pare che restino per lo meno due quesiti fondamentali da rivedere criticamente: ha portato il sionismo più sicurezza agli ebrei? Ha ridotto il sionismo il “problema ebraico” ovvero l’antisemitismo, nella diaspora? A entrambi i quesiti le risposte non sono semplici.

È certo che se lo Stato d’Israele fosse esistito negli anni ’30 del secolo scorso, la Shoà avrebbe forse avuto tutt’altro corso e carattere, perché ci sarebbe stato un rifugio aperto per tutti i perseguitati come ebrei. Ma lo Stato si è creato dopo la Shoà e molto purtroppo grazie a questa. Cioè piu di quanto il sionismo sia riuscito a salvare ebrei, la Shoà e i sopravvissuti ai campi hanno reso possibile la realizzazione del sionismo. E quanti altri ebrei sono dovuti emigrare dai loro paesi per improvvise persecuzioni e sospetti d’infedeltà, a causa della creazione dello stato ebraico in guerra con gli arabi! Molti di questi profughi sono stati accolti in Israele (specialmente i più idealisti o i più poveri ), sia nel periodo critico dopo la fondazione, sia nei momenti di crisi interna, come agli inizi degli anni ’90 (il milione dall’URSS): si può dire che la Aliyà abbia rinforzato Israele più che salvato i profughi – e ci sono stati persino più che rumori di eventi antiebraici (in Irak, in Marocco e in Russia, per esempio) provocati dai sionisti per rinvigorire l’esodo e indebolire le esitazioni.

E adesso la stessa esistenza d’Israele (credo più ancora che la sua politica, bisogna dirlo francamente) dà più che scusa, motivazione e benzina all’odio terroristico che attacca sì in Israele e nei territori occupati, ma anche comunità e istituzioni ebraiche dalla lontana Buenos-Aires, a Roma, a Istanbul, a Lione etc. Non è facile rispondere al mio primo quesito, e non mi augurerei certo che avvenisse un nuovo evento nella Diaspora o nuove guerre in Israele che dovessero mettere a prova la funzione principale che il sionismo ha definito per lo Stato degli Ebrei.

Per altro, cosa hanno fatto all’antisemitismo, che ora si dovrebbe chiamare antigiudaismo, non solo l’insoluto, per ora, conflitto con i palestinesi, ma ancora più il fatto stesso che Israele, come l’ha sognato Herzl, o come si è sviluppato nelle circostanze internazionali durante il ventesimo secolo, sia diventato, o rimasto, l’ultimo esemplare di entità coloniale d’origine europea nel terzo mondo? Parlo di entità coloniale, non solo perché le colonie nei territori occupati dal 1967 hanno dato conferma, purtroppo, a chi voleva spiegare così tutta l’essenza del sionismo, ma anche perché il sionismo stesso, persino nelle sue forme più socialiste, ha sempre sottovalutato l’importanza di come sia stato compreso dagli arabi della Palestina e degli altri paesi.

Tutti i dirigenti sionisti hanno sempre dato preferenza alle mete nazionali rispetto a quelle sociali e universali, sfruttate a volte nelle lotte interne tra gli ebrei, ma sempre chiuse ad ogni collaborazione con i gruppi non ebraici. Basta ricordare i kibbutzim che non hanno mai accettato membri arabi, anche se sposati con figlie del kibbutz, e la Histadrut (Sindacato Generale) che per molti anni, anche dopo la creazione dello Stato, ha continuato ad essere aperta solo ai lavoratori ebrei, e la lotta negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso per il “lavoro ebraico”, sì rigenerativo per la sociologia interna del popolo ebraico, ma esclusivo e famigerato agli occhi dei lavoratori arabi rimasti disoccupati. Vai poi a spiegare a chi non è stato accettato al lavoro al Porto o alla Società Elettrica, che così non sarà sfruttato dai colonizzatori europei!....

Non per nulla Israele è adesso (e da molti anni) sostenuto e sostenitore soprattutto di governi totalitari o neo-conservativi. Non parlo solo dell’Africa del Sud, del Cile e dello spaccio d’armi, di anni fa. Il sionismo, intrinsecamente, ha forse creato, anche senza volerlo coscientemente, i dati per rinnovare l’antigiudaismo nei paesi arabi e musulmani, dove da molto tempo esso era inesistente, o scomparso, o in letargo, contro gli ebrei visti come avamposti e simboli dell’odiato occidente anti-Islam.

E nello stesso tempo ha dato tutte le scuse possibili per il rigurgito dell’antisemitismo più radicato e rozzo, sotto le vesti più “legittime” della sinistra anti-coloniale, anti-americana. Forse l’antigiudaismo continuerebbe a covare in Europa, anche dopo la Shoà con o senza il sionismo e lo Stato d’Israele, ma il suo rigurgito nelle forme attuali non può non farci dubitare se il sionismo sia riuscito, pur allontanando dall’Europa i superstiti ai pogrom e a Hitler, pur dando un eventuale rifugio e un senso di fierezza agli ebrei della diaspora, a ridurre la piaga per combattere la quale era stato concepito.

Da giovane in Italia e in Svizzera sono stato sionista attivo, ho fatto la mia Aliyà nel 1966, vivo da allora in Israele, ex-ufficiale in quattro guerre, con famiglia israeliana, e non mi definisco ora né antisionista, né non-sionista – per quanto nella politica interna d’Israele il sionismo sia solo una maschera demagogica, per escludere chi si vuole a certi propositi, ma non ad altri. Insomma voglio dire: ora che Israele è una realtà, credo, non più cancellabile, ora che le mete originarie del sionismo, al di là della creazione stessa dello Stato degli ebrei, non sono state raggiunte e pare non siano raggiungibili per mezzo dello Stato d’Israele stesso – è tempo di ripensare alle basi morali e civili dello stato, alle relazioni tra la diaspora e Israele, tra gli ebrei e i “gentili”, tra i diversi gruppi etnici del paese, tra Israele e gli stati arabi, fuori dallo schema del sionismo.

Do qui solo un esempio, molto attuale in Israele: perché mai continuare con la cittadinanza automatica sin dall’arrivo, secondo la Legge del Ritorno (in formulazione puramente razzista, malgrado il tentativo di spiegazione educativa della matrilinearità ebraica nell’articolo di David Gianfranco Di Segni), applicata a ex-copti neri dall’Etiopia con molta meno generosità problematica che ai dichiarati pravoslavi bianchi dai paesi dell’ex-URSS, mentre rifiutata del tutto ad altri che si considerano ebrei dagli stessi paesi, dall’Etiopia o dall’India o persino dall’America a causa del colore o del rito della conversione, e ultimamente a sposi palestinesi di cittadine israeliane, arabe o ebree, che si vedono vietato persino il soggiorno? Perché mai non attribuire la cittadinanza solo dopo un periodo di prova, di naturalizzazione, di studio dell’ebraico, etc. come in un paese normale (pur ammettendo il lavoro e il soggiorno di chiunque sia aiutato dall’Agenzia Ebraica, la Sokhnut, o altri, secondo criteri loro e non di stato di diritto, o di chi lo stato stesso abbia bisogno)? Mi sarei dovuto offendere se per esempio io stesso, immigrato nel 1966, avessi ottenuto la cittadinanza solo dopo qualche anno di prova, incluso per esempio, se volevo e secondo l’età, il servizio militare di tre anni e mezzo, come ho fatto, o civile, e un esame d’ebraico, di storia d’Israele e di educazione civica?

Non si tratta solo di secolarizzare lo Stato, ma di riformarne le basi sulla prassi liberale e sociale dei paesi civili, invece che sull’ideologia sionista, che, come abbiamo visto, ci crea oggi più problemi, interni ed esterni, di quanti non ne risolva.

 Rimmon Lavi

Gerusalemme

 

 

Responsabilità di Sabra e Chatila

 

Cari Guido e redazione,

su Ha Keillah di giugno, in una lettera di Guido Fubini a Vattimo ed in un corsivo di Tewje, si dichiarano ingiuste le accuse agli israeliani per aver compiuto il massacro di Sabra e Chatila nel 1982 in Libano: eventuale e minor colpa israeliana è di non averlo impedito. Io non sono d’accordo.

In un libro del novembre 2002, Sabra e Chatila inchiesta su un massacro, solo due mesi dopo i fatti, Amnon Kapeliouk, giornalista israeliano, li descrive in un modo diverso. L’esercito israeliano aveva in mano Beirut, Arafat e i suoi feddayn erano stati espulsi e mandati in Tunisia. Anche le forze internazionali che avevano presieduto all’operazione sarebbero state mandate via poco dopo.

Non c’era più equilibrio di forze tra palestinesi e la falange cristiana. Il pericolo dello scatenarsi dell’odio contro i palestinesi era conosciuto (pag 49). Senza possibilità di autodifesa, la responsabilità della loro tutela cadeva sugli israeliani padroni dell’area. Sharon, forse per assicurarsi la partenza delle forze internazionali, aveva assicurato europei ed americani che le sue forze sarebbero state una garanzia contro eventuali pogrom.

L’azione di Sharon è però diversa. Sharon vuole “ripulire” Beirut dai "terroristi" e dalle loro armi. Non subisce la "pulizia" dei campi, ma la assegna alle milizie cristiane capeggiate da Hobeika (pp. 114-116).

Apre loro i campi, fornisce loro le armi e le divise ed almeno un bulldozer che sarà impiegato per scavare e riempire le fosse comuni. L’esercito israeliano la notte illumina con i razzi le operazioni delle milizie. Il massacro dura quasi due giorni, 40 ore, da giovedì 16 settembre sera a sabato 18 a mezzogiorno. I Responsabili dell’esercito israeliano faranno finta di non essersi accorti di niente.

Dal quartier generale israeliano, al settimo piano di un edificio ai bordi del campo, si vede tutto. Si presentano delle donne ai cancelli per scappare insieme ai loro figli, sotto la minaccia delle armi l’esercito israeliano intima loro di tornare indietro.

Camion carichi di prigionieri escono dai campi per lasciarli cadaveri ai bordi delle strade. Due - tremila persone muoiono così, forse il computo è in difetto, le fosse comuni non verranno mai aperte. Molti cadaveri sono orrendamente seviziati.

Nei giorni immediatamente successivi al massacro ci saranno forti manifestazioni di sdegno in Israele, tra cui una grande manifestazione di Shalom Achshav grazie alla quale si ottenne la commissione di inchiesta. Per il romanziere Izhar Smilansky, “Sono stati lasciati leoni affamati nell’arena. Che hanno divorato gli uomini. I leoni sono dunque colpevoli, sono loro che hanno divorato, non è vero?

Chi avrebbe potuto prevedere quando abbiamo aperto le porte e lasciati entrare che questi leoni avrebbero divorato le persone?”. Al professor Epstein quanto successo a Beirut ricorda “i nazisti che hanno portato gli ucraini nel ghetto per massacrare gli ebrei”. Peres al parlamento convocato in sessione straordinaria proclama “La nazione ebraica è di fronte alla sua coscienza. Noi abbiamo la sensazione che attraverso i blocchi di cemento che hanno ricoperto quei corpi di bambini, di donne e di vecchi traspaia un crollo morale. La terra trema sotto i nostri piedi?”.

Kapeliouk, alla fine del suo libro, scrive che per la legge israeliana i complici di un omicidio sono egualmente responsabili di coloro che l’hanno commesso. E noi ci permettiamo di dire che tutte le colpe sono dei falangisti libanesi e l’esercito israeliano è innocente come un agnellino?

Giorgio Canarutto

 

 

Giorgio Canarutto contesta la difesa che io avrei fatto degli israeliani accusati del massacro di Sabra e Chatila e cita a sostegno delle sue tesi sulle responsabilità israeliane il libro di Amnon Kapeliouk, giornalista israeliano, dal titolo “Sabra e Chatila, inchiesta su un massacro”, pubblicato nel 1982 “due mesi dopo i fatti”.

Ho conosciuto Amnon Kapeliouk nel 1973 alla Conferenza di Bologna per la pace e la giustizia in Medio Oriente e non ho motivo di dubitare della sua correttezza ma le osservazioni di Giorgio Canarutto mi convincono solo a metà.

Giorgio afferma che “le forze internazionali che avevano presieduto all’operazione sarebbero state mandate via poco dopo”: non dice né quando né da chi. Scrive: “Senza possibilità di autodifesa (chiedo: perché?) la responsabilità della loro tutela (e cioè della tutela dei palestinesi) cadeva sugli israeliani padroni dell’area” (ancora chiedo: perché?).

Tutta la descrizione di Giorgio è volta a minimizzare la responsabilità delle milizie cristiane e a caricare quella degli israeliani. Non nego che gli israeliani abbiano trovato il loro tornaconto e abbiano una parte di responsabilità, tutto sommato i palestinesi erano loro nemici.

Ma quello che è inammissibile è il non vedere le responsabilità dei cristiani e il caricare tutte le responsabilità sulle spalle degli israeliani.

È giusto scaricare completamente le responsabilità dei cristiani?

Guido Fubini

 

Asmara - Precisazioni

 

A proposito dell’articolo Un viaggio tra i ricordi di Anna Segre si parla di “Lettura del Sefer Torà - la prima in Eritrea da 35 anni”.

Le preghiere e Minianim alla Sinagoga di Asmara, ci sono stati regolarmente fino agli anni 1977, dopodiché con le ultime partenze dei Membri della Comunità Ebraica di Asmara, ci sono state saltuariamente.

Nel 1993 – con la visita ad Asmara dell’orchestra sinfonica di Raanana, forte di oltre 60 musicisti israeliani, in occasione della rappresentazione al Teatro Odeon dell’opera Samson & Delilah – si è celebrato un indimenticabile Shabbat alla Sinagoga con le preghiere di favolosi coristi (Hazanim).

In seguito – ci sono state altre rare occasioni di avere il Minian per le preghiere del Shabbat, e la lettura del Sefer Torà, in occasione di visite di turisti ebrei ad Asmara.

La cosa favolosa e straordinaria del ritorno degli ebrei nati e vissuti ad Asmara per l’occasione della celebrazione del Centenario è stato il fatto di avere due Shabbattot consecutivi di preghiere e lettura del Sefer Torà alla Sinagoga di Asmara, con rito originale Adenita.

Grazie mille per la copia di Ha Keillah, speditami ad Asmara

Cordialità e saluti,

Sami Cohen

 

   

Un sogno

 

Una mattina del mese di agosto appena trascorso, mio figlio, svegliandosi, mi ha raccontato di aver fatto uno strano sogno.

Eccolo.

“Era Simchat Torà ed eravamo al tempio, al tempio grande.

Ma era anche l’assemblea straordinaria per preparare le elezioni comunitarie ed anche quella era al tempio.

La Comunità era in festa, c’era tanta gente e tutti partecipavano”.

Mi è parso molto bello e lo vorrei offrire a tutti come augurio per quest’anno che sta per iniziare. La Legge e le leggi, la Torà e il suo popolo.

Shanà tovà!

Irene Segre