Ricordi
Simon
Wiesenthal
L’avevo
conosciuto a Torino, giugno del ’64, se ben ricordo. Teneva una conferenza sui
crimini del nazismo, in un palazzo di Corso Stati Uniti.
Un
giorno – doveva essere nel 1972 – mi trovavo a Ginevra, all’aeroporto.
Venivo da Mosca, dopo tappa a Francoforte, e diretto a Torino. Era il primo
pomeriggio e stavo prendendo un caffè al Bar dell’aeroporto quando mi capitò
di vedere una persona seduta allo stesso bar, che stava leggendo e scrivendo.
Lo
osservai con curiosità e attenzione, come succede quando ti appare qualcuno che
ti sembra di conoscere. Lo osservai a lungo. Era proprio Lui, Simon Wiesenthal.
Non
resistetti alla tentazione di avvicinarmi, di salutarlo, di parlare un momento
con Lui . Era un’occasione straordinaria. Perché lasciarla perdere? Mi
avvicinai e mi presentai ricordandogli di quando era venuto a Torino, anni
prima.
Mi
invitò a sedermi, lì con Lui, e a far quattro chiacchiere. Ero felice e Gli
raccontai che venivo da Mosca e diretto a Torino. Aggiunsi che andavo spesso a
Mosca, per il mio lavoro, quello che facevo, e per ragioni che per me erano
anche culturali .
Era
interessato a quanto gli raccontavo dei miei frequenti soggiorni moscoviti e di
certi episodi locali. Gli raccontai anche del mio passato e della guerra
partigiana. Voleva sapere dove l’avevo fatta e gli raccontai tutto,
sommessamente, e anche che ne ero fiero. Ma mi sentivo anche un po’ a disagio.
In fondo chi ero io, di fronte a Lui ? Ero nessuno. E Lui mi chiedeva dei russi,
cosa ne pensavo, e anche dell’Italia che pure conosceva bene. Quanto ai russi
Gli dissi che li stimavo molto, per il contributo enorme che avevano dato alla
vittoria. Ma non potei tacergli che là l’antisemitismo era tuttora una piaga
corrente.
Lo
sapeva benissimo. E aggiunse che certe malattie erano difficili da estirpare.
Veniva
spesso in Italia- mi disse – Paese che amava molto.
Ma
quando gli ricordai della guerra, delle leggi razziali, del fascismo, aggiunsi
che tutto questo mi dava una grande tristezza. E un sincero disgusto. Ricordo
benissimo quel momento. Lui mi guardò con tanta umanità e con due occhi tristi
e gentili. “Ma in Italia, soggiunse, c’è anche tanta gente come te”.
Proprio così mi disse, dandomi del tu. E io rimasi così commosso che non mi
venivano nemmeno le parole per dirgli grazie. Anche perché chi ero io per
meritare quel giudizio? Chi ero io, a paragone di Lui? Quelle parole così
belle, così spontanee, le terrò nel cuore.
Grazie,
Wiesenthal. Mi hai fatto pensare, con sincera gioia, e anche modestia, al mio
passato, al poco che avevo fatto, ma con tutta l’anima, alla mia guerra
partigiana, ai rischi che avevo corso. Poca roba, di fronte a Lui. Ma mi aveva
dato, con quelle parole, il senso della mia vita. Avevo perso anche l’aereo.
L’avevo perso per la commozione e la distrazione. E Glielo dissi. Glielo dissi
con gioia, felice di trovarmi con Lui, con un Personaggio di quel calibro.
Dell’aereo non mi fregava niente. Anche se poi ne presi un altro più tardi,
che mi portò a Milano. Mi importava soltanto di essere stato con Lui. Se ben
ricordo, anche più di un’ora.
Ti
capita talvolta, nella vita, purtroppo di rado, d’incontrare qualcuno che non
dimenticherai mai. Qualcuno che con quattro parole riesce ad inquadrarti. Così
è stato.
Grazie
Wiesenthal. Tu non sei morto. Tu non morirai mai. E te lo dico da laico, quale
credo di essere. E senza deviazioni metafisiche.
Tu
ci hai dato tanto. Proprio perché non hai perdonato. Non l’hai voluto perché
hai capito di non poterlo fare. Questa è la tua grande dignità. La tua lezione
di civiltà. Tu, evitando il perdono, non hai permesso all’umanità di
spegnere la memoria. Quella memoria che ad onta di tutte le criminose e ipocrite
implorazioni vaticane, oggi e domani potrà rimanere viva. Questo noi vogliamo.
Lo vogliamo per i morti e per i vivi che verranno.
Parafrasando
Victor Hugo vorrei aggiungere che se i morti sono a terra, la memoria questa
volta rimarrà in piedi.
Grazie
ancora, Simon Wiesenthal.
Ti
avrò sempre nella mente. E nel cuore.
Giorgio
Sesia Donn
Yehuda
Kalon
Rav
Yehuda Kalon z.l. era arrivato a Livorno alcuni anni fa come shochèt: era
infatti un grande esperto di kasherut. Quando Rav Isidoro Kahn z.l. espresse il
desiderio di essere sostituito a causa delle sue condizioni di salute, lo
scegliemmo con il suo pieno accordo come Rabbino Capo della nostra Comunità.
Rav
Kalon, di origine tripolina, formatosi in Israele presso importanti scuole
rabbiniche kabbaliste, era pienamente consapevole dell’importanza della
cattedra livornese e della grande tradizione che per quattro secoli la Livorno
ebraica aveva rappresentato nel mondo mediterraneo e sefardita in generale.
Era
conosciuto in tutto il mondo ebraico ed era stato, tra l’altro, rabbino capo
in Tailandia. Uomo di profonda cultura, di grande fede, di umanità
straordinaria, di un carisma spirituale fortissimo, nei primi mesi in cui
ricopriva la cattedra livornese aveva affiancato Rav Kahn, già ammalato, con
grande rispetto ed educazione, dando un raro esempio di comportamento che era
stato apprezzato da tutti.
L’entusiasmo
per il suo lavoro lo aveva portato ad avvicinare soprattutto i giovani, ma anche
gli adulti e gli anziani, riportando molte persone in seno alla Comunità,
creando un grande, rinnovato fervore di studio, di attività, di progetti per il
futuro.
Il
suo insediamento, memorabile per la presenza del Rabbino Capo sefardita di
Israele, del Rabbino Capo del Belgio, del Rabbino Elio Toaff e di molti Rabbini
italiani, con la partecipazione delle autorità locali e del Presidente del
Senato Marcello Pera, era stato nel settembre 2004 una grande festa per la
Comunità ebraica di Livorno e per la città intera.
È
stato per un breve tempo a Livorno, come alcuni grandi maestri nord-africani del
settecento di cui ancora oggi si ricordano gli scritti e gli insegnamenti (uno
fra tutti, Rav Azulai di cui Rav Kalon parlava continuamente e per il quale
voleva organizzare un grande convegno internazionale e di studi), ma lascerà un
grande rimpianto e una rinnovata volontà di studio e di opere.
Caro
Rav Yehuda, gli ebrei livornesi e l’intera città ti ricorderanno per sempre.
Guido
Guastalla
(Consigliere
della Comunità Ebraica di Livorno)
Federico
Cereja
Se
qualcuno vuole sapere chi era Federico Cereja, vada a sfogliare le pagine della
riedizione di Mauthausen città ermetica,
di Aldo Bizzarri, pubblicata nel 2003 dalla casa editrice Il Segnalibro. Quella
di Bizzarri fu una delle prime testimonianze sulla deportazione, scritta a caldo
nel settembre del 1945, ma non è mai stata utilizzata molto dagli studiosi o
dagli insegnanti, vuoi perché non ristampata – a pubblicarla nel 1946 fu una
piccola casa editrice romana, poi scomparsa – vuoi perché di non facile
lettura. Bizzarri offriva, nelle sue pagine, una lettura più generale
dell'universo nel quale era stata catapultato, mai venendo meno, tuttavia, a una
sorta di dovere dell'oggettività,
ossia a una particolare attenzione a ciò che lui, e non altri, aveva visto e
vissuto. Avevamo parlato a lungo con Federico della necessità di far ristampare
Mauthausen città ermetica e alla fine
vi era riuscito. Ma perché proprio quel libro, tra i molti di valore rimasti
per sessant'anni oscuri ai più? Credo che vi siano state tre ragioni che
fotografano bene il mondo intellettuale e umano di Federico. La prima riguarda
la capacità che Bizzarri aveva di coniugare il racconto della sua vicenda
personale con una rara profondità di analisi nei confronti della razionalità
del sistema concentrazionario e della “banalità del male” che lo avvolgeva.
La seconda era la fascinazione di Federico verso un uomo di cultura come
Bizzarri tanto che la postfazione al volume si è tradotta in una utilissima
seppur breve biografia politico-letteraria. La terza – ma qui il discorso si
fa più ampio – era la volontà di valorizzare nuovamente, di fronte a una
stagione caratterizzata dalle testimonianze degli ex deportati, una memoria
lontana e letteraria, immediata ma allo stesso tempo così capace di vedere e
cogliere i nessi tra passato, presente e futuro. Uno storico ha scritto –
quasi in un gioco di parole – che siamo così occupati a ricordarci di
ricordare, che ci rimane poco tempo per fare qualcosa che sia degno di essere
ricordato. Nella sua lentezza e pacatezza di studioso, Federico non è mai
caduto nel tranello della commemorazione fine a se stessa e il tempo per
riflettere sul significato vero di una concreta difesa della memoria l'ha sempre
trovato. Così è nata la riedizione del libro di Bizzarri, così è nata la
raccolta di scritti di Bruno Vasari, così si è svolto un lungo impegno –
vorrei dire militanza – che è cosa degna di essere ricordata.
Bruno
Maida
Vittorio
Sacerdoti
Vittorio
Sacerdoti ci ha lasciati il 3 agosto scorso, all'età di 90 anni. Era ben noto
nell’ambito della comunità ebraica romana sia per la generosità con cui era
solito prestare la sua opera di medico, sia per il suo operato antifascista, sia
per quanto ha fatto per salvare la vita a molti nel 1943. È stato seppellito
nel cimitero ebraico di Ancona.
Vogliamo
ricordare la sua grande umanità e intelligenza, e la continua assistenza agli
ebrei romani dai tempi della guerra fino agli ultimi giorni della sua vita.
Patrizia
Ottolenghi e Marco Cavallarin