Personaggi

 

Amsterdam e Gerusalemme

Jacob Israel De Haan tra sionismo, antisionismo e omosessualità

di

Dario Miccoli

 

Uscendo dal museo “Anna Frank” di Amsterdam, a pochi passi da quello che era il rifugio di Anna e della sua famiglia nei drammatici mesi dell’occupazione nazista in Olanda, è possibile vedere un monumento commemorativo della comunità gay olandese. Su di esso è incisa una citazione di Jacob Israel De Haan (1881-1924), scrittore e intellettuale autore di poesie e romanzi a sfondo omoerotico e ritenuto dalla comunità gay olandese uno dei suoi più autorevoli predecessori. Allo stesso modo, visitando siti Internet o leggendo riviste legate a movimenti antisionisti, quali Neturei Karta, è possibile leggere di De Haan come di un autentico ebreo osservante, in lotta con quella che è avvertita come l’eresia sionista. Dopo aver scartato l’ipotesi di un curioso caso di omonimia, la domanda che viene spontaneo porsi è ovviamente: come può questo troppo dimenticato intellettuale d’inizio secolo, morto assassinato a Gerusalemme nel 1924, essere menzionato in contesti così diversi e la sua eredità rivendicata sia dal movimento gay olandese sia da gruppi ultraortodossi antisionisti? Cosa nasconde la persona di Jacob Israel De Haan e in che modo si spiega la sua incredibile parabola intellettuale da Amsterdam a Gerusalemme?

Jacob Israel De Haan era nato a Kloosterveen, un villaggio della provincia olandese, nel 1881. Il padre, chazan e shochet della comunità locale, impartì al figlio un’educazione ebraica tradizionale. Ciononostante Jacob Israel, dopo aver studiato legge ed iniziato a lavorare come insegnante ad Amsterdam, abbandonò l’osservanza. Iniziò a collaborare con pubblicazioni socialiste e con riviste culturali, fino a pubblicare nel 1904 quello che é la sua opera principale, il romanzo Pijpelintjes. In esso si narra la storia di due giovani studenti nel quartiere De Pijp di Amsterdam e i loro incontri sessuali con ragazzi di vita che vendono il loro corpo nella zona attorno al porto della città olandese. Quest’opera può essere considerata un esempio di romanzo omoerotico, ideale precedente della letteratura gay contemporanea. Lo scandalo seguito alla pubblicazione costò a De Haan il posto di insegnante. La sua omosessualità non gli impedì però di sposare un medico non ebreo, Johanna Van Maarseveen, con la quale iniziò una relazione platonica.

Pochi anni dopo, nel 1910, i pogrom scoppiati in Russia scossero profondamente l’animo di De Haan che decise di tornare all’osservanza, al contempo promuovendo la causa dell’ebraismo russo, soffocato dall’antisemitismo dell’Impero zarista. Nel 1919, spinto dal suo supporto per il sionismo e la rinascita ebraica in Eretz Israel, decise di fare aliyyah, stabilendosi a Gerusalemme. Nell’affascinante atmosfera della città, si avvicinò al sionismo religioso e al leader della comunità charedi, rabbi Yosef Chayyim Sonnenfeld. In breve tempo si distinse come abile diplomatico e portavoce della comunità ortodossa di Gerusalemme e finì con l’abbandonare il campo sionista per appoggiare - spinto proprio dalla sua ortodossia - l’antisionismo di rabbi Sonnenfeld. In questi anni continuò ad insegnare in una scuola di diritto finanziata dal mandato britannico e in veste di avvocato difese Vladimir Jabotinsky nel processo intentato contro di lui nel 1920, in conseguenza allo scoppio di rivolte contro la popolazione araba.

La sua critica al sionismo divenne sempre più decisa, come si evince dai suoi articoli su quotidiani olandesi e sul britannico Daily Express. Ciò iniziò a disturbare i leader del movimento sionista sia in Palestina sia in Europa, che invitarono al boicottaggio delle sue lezioni e spingendo per il suo licenziamento, che avvenne pochi mesi dopo. Ormai estraniato dalla maggioranza dello yishuv, iniziò ad essere minacciato di morte e i suoi articoli divennero sempre meno richiesti. Il 30 giugno 1924, mentre usciva dalla sinagoga dell’ospedale Shadre Zedek dove aveva recitato il qaddish per il padre defunto, venne ucciso con tre colpi di pistola. Questo assassinio suscitò enorme scalpore sia in Palestina che nella Diaspora, e il governo mandatario britannico arrivò persino ad offrire una ricompensa in cambio della cattura dell’assassino.

A più di ottant’anni di distanza è oggi dimostrato che un membro della Haganah, Avraham Tehomi, uccise De Haan, ormai divenuto personaggio scomodo e di troppo nella già turbolenta atmosfera dello yishuv. Non è tuttavia stato comprovato che la dirigenza della Haganah e il suo principale esponente, il futuro presidente dello Stato d’Israele Yitzhak Ben - Zvi, siano da considerare mandanti dell’omicidio. Al momento della sua morte i sospetti vennero sviati su alcuni arabi di Gerusalemme, che sarebbero stati infastiditi dall’omosessualità di De Haan e dai suoi rapporti sessuali con ragazzi arabi. Questa, insieme con altre teorie, sono state confutate dalle ricerche di Shlomo Nakdimion e Shaul Mayzlish dell’università di Tel Aviv.

La biografia di De Haan rende evidente l’estrema complessità di quest’uomo, personaggio controverso e di difficile interpretazione. Egli pare riassumere in sé alcune delle caratteristiche principali dell’intellettualità europea d’inizio secolo: dall’amore per le belles lettres, alla continua inquietudine, al fascino per quelle che si potrebbero chiamare le grandi Storie, e cioè le ideologie e gli - ismi del secolo scorso (socialismo e sionismo nel caso di De Haan). A ciò si aggiunge l’omosessualità, evidente nei romanzi e nelle poesie scritti da De Haan sia in Olanda che a Gerusalemme. Questo personaggio, ambiguo e misterioso, è stato descritto come un Van Gogh ebreo, irrequieto e perennemente insoddisfatto. La sua figura è da inquadrare nell’Europa d’inizio secolo e effettivamente richiama artisti e intellettuali quali Gabriele D’Annunzio e Joris - Karl Huysmans, l’autore di A rebours (“Controcorrente”), romanzo che più di ogni altro simboleggiò il decadentismo. La caratteristica principale della sua esistenza fu senza dubbio l’eccesso e la volontà di stupire, insieme con la sofferta ricerca di un proprio spazio sociale e comunitario.

Diviso tra l’assimilazionismo della borghesia ebraica europea e il fervore religioso istillato dalla famiglia, De Haan troverà nell’ideologia sionista e nel ritorno a Sion il modo per rigenerarsi e ricostruirsi, alla pari dei pionieri che in quegli anni emigravano in Palestina. L’omoerotismo che si evince dalle sue opere contribuì però ad aumentare il suo personale senso di estraniazione e isolamento dal resto della società. Come De Haan abbia conciliato la professione di un ebraismo pressoché ultra - ortodosso con il proprio orientamento sessuale è difficile da immaginare. A tutt’oggi ortodossia ebraica e identità omosessuale paiono essere due nozioni antitetiche, nonostante i tentativi di superare questo impasse messi in atto da gruppi di ebrei ortodossi gay e lesbiche (basti citare per esempio il gruppo lesbico Orthodykes, attivo a Gerusalemme e sul quale è stato girato nel 2004 il documentario ’Et she - ahavah nafshi, “Ciò che amava la mia anima”).

De Haan probabilmente, in modo più confacente al suo tempo e alla sua personalità, considerò l’omosessualità come qualcosa di privato e di poco conto, rispetto a ciò che stava avvenendo in Palestina. La sua morte, primo assassinio politico in Palestina, privò la comunità charedi di uno dei suoi più importanti portavoce, sottolineandone al contempo il crescente isolamento politico e sociale in uno yishuv sorretto dai principi del sionismo socialista. In molti aspetti la sua parabola non è dissimile da quella di molti altri sionisti suoi contemporanei: educato secondo la tradizione ebraica, poi ebreo assimilato fino a che l’antisemitismo crescente in Europa lo fecero avvicinare al sionismo, e decidere di emigrare in Palestina. La sua dirompente personalità e l’importanza da lui riservata all’osservanza dei precetti, lo portarono ad abbracciare le frange più radicali dell’ortodossia, trasformando il suo iniziale sionismo in antisionismo.

L’omosessualità, tratto che in Olanda aveva fatto di lui uno scrittore maledetto, al pari di Paul Verlaine o Oscar Wilde, in Palestina si ridusse a incontri sessuali con ragazzi arabi. In ciò probabilmente è da ravvedere un approccio orientalistico all’uomo arabo come passionale, intrinsecamente inferiore e più propenso a cedere a quelle pulsioni sessuali che avrebbero fatto inorridire la buona società europea. Omosessualità ed ortodossia sono da considerarsi due categorie nettamente distinte nell’interpretare la persona di De Haan. L’ortodossia, da semplice lascito famigliare e atto privato nella natia Olanda, diviene pubblica e esposta in modo eclatante nello yishuv. Al contrario l’omosessualità, pubblicamente dichiarata nelle sue opere olandesi, diviene caratteristica sempre meno influente nel suo pensiero dopo la aliyyah.

Come è stato detto, l’eredità di Jacob Israel De Haan è oggi rivendicata sia dal movimento omosessuale olandese che da gruppi antisionisti ultraortodossi. Per quanto paradossale ciò possa apparire, entrambi hanno qualche ragione nel vedere in De Haan uno dei propri ispiratori. È quanto accade a chi, nell’arco della propria esistenza, attraversa ideologie e ambienti diversi e opposti tra loro. Se si guarda alle descrizioni dei ragazzi di vita del quartiere De Pijp di Amsterdam e alle poesie da lui composte, De Haan appare come uno dei pionieri della cultura omosessuale. Con questa definizione s’intende, con lo storico Giovanni Dall’Orto, “il contributo dato alla cultura occidentale da tutto ciò che è stato prodotto da quegli individui omosessuali che si rendevano conto di essere diversi, in seguito alla sperimentazione della diversità” (Dall’Orto 1986).

Dall’altro lato, il suo fervore religioso e gli accesi commenti antisionisti da lui pubblicati negli ultimi anni della sua vita su quotidiani olandesi e britannici, paiono ideali antecedenti dell’antisionismo odierno di gruppi quali Neturei Karta (in aramaico “Guardiani della città”: un gruppo di ebrei ortodossi antisionisti. Attualmente si calcola siano all’incirca 5000, concentrati nella città di Gerusalemme).

Al pari di altre personalità dell’ebraismo a lui contemporaneo, sia nella Diaspora che in Palestina, anche la figura di De Haan è difficile da inquadrare in una categoria ben precisa. L’ambiguità, il sovrapporsi di identità differenti e di idee contrastanti sono senza dubbio i tratti fondamentali della sua persona. Lo yishuv, un mondo nuovo da plasmare e fondare ex nihilo, dovette apparire a De Haan come una straordinaria occasione di rinascita personale e spirituale. A differenza di rabbi Abraham Kook Ha - Kohen, che con abilità e una buona dose di pragmatismo seppe mediare tra il laicismo dei pionieri e la sua ortodossia, scorgendo in ogni pioniere, anche il più lontano dalla religione, una scintilla di religiosità pronta a rinascere nel contatto con la Terra dei Padri, per De Haan - seguace degli insegnamenti di rabbi Sonnenfeld - l’ebraismo venne a collidere drammaticamente con il sionismo. Insoddisfatto dai tentativi di conciliazione messi in atto dal sionismo religioso di Mizrachi, in netta opposizione agli ideali socialisti dei pionieri della seconda aliyyah, ancora una volta De Haan avvertì il proprio essere sradicato e isolato da chi gli stava attorno.

La sua storia simboleggia il grande disordine ideologico e identitario che si trovò a vivere l’Europa d’inizio Novecento. La sua tragica uccisione mise a tacere una voce di critica alle politiche dello yishuv, divenuta ormai incontrollabile da parte del movimento sionista. De Haan fu con tutta certezza colui che più si aspettava una morte repentina e drammatica, essendo a conoscenza dei rischi che stava correndo e ai quali le sue idee lo esponevano. Ciononostante continuò nel suo solitario cammino, sicuro di essere nel giusto, incurante e forse un poco orgoglioso delle proprie contraddizioni e del proprio travagliato viaggio ideologico e spirituale da Amsterdam a Gerusalemme.

Sordo a qualsiasi richiamo alla prudenza e alla moderazione, rimase fino all’ultimo legato al modello dell’intellettuale bohémien, tentando non senza successo di épater le sioniste.

Dario Miccoli