Quale ebraismo?

 

Cerchi concentrici

di Giulio Tedeschi

 

No, l’ebraismo liberale non ha nessun bisogno di giustificarsi. Una spiegazione invece è sempre utile. Quando è così analitica facilita il compito, che la redazione mi ha affidato, di precisare il punto di vista di H.K. in materia.

Sulle donne il ragionamento di Ugo Volli parrebbe un buon suggerimento alachico. È fortemente improbabile che, almeno nella nostra parte del mondo, chi osserva gli Ebrei prevedere con norme giuridiche una differenza di ruoli tra i sessi esclami "Che popolo saggio e intelligente è questa grande nazione!" così come auspica la Torah. Esiste, già fin dalla Mishnah, la modalità interpretativa di una norma "per favorire la concordia" oppure "per il buon andamento della società". Aggiunge Volli che ormai la maggioranza degli Ebrei fa così, ed è vero, e questa è spesso una indicazione, anche se non definitiva, di quale debba essere poi l’alachah.

Ma certo Volli non fa questo discorso in punto di alachah: ne fa un discorso di logica e di civiltà. Forse di decenza. E dice cose condivisibili. Ma per parlar dell’ebraismo, val più la categoria del vero o quella del gioco?

L’atteggiamento di tutti gli Ebrei, nei secoli e ovunque, è stato quello di considerare l’ebraismo, l’alachah, le indicazioni del rabbinato, come qualcosa di "altro da sé", di preesistente, qualcosa con una sufficiente definita oggettività. Tutta la tensione che ha sempre forgiato l’identità e la psicologia ebraica nei secoli è stato il frutto dell’elaborazione personale operata da ciascuno del contrasto tra questo "altro da sè" oggettivo ed immutabile e la propria percezione soggettiva, il proprio animo, le proprie pulsioni. È questo e non altro che ha creato l’infinita varietà degli Ebrei nella storia e nel mondo, come singoli e come gruppi, ma che però ha consentito all’ebraismo di preservare una sua unità di gruppo nella storia ed ha anche permesso sintesi feconde.

Ne è nata per l’ebraismo una struttura concentrica, di planetario. Al centro (logico, definitorio, non etico) i pochi che osservano molto o quasi tutto. E le orbite varie dei sempre più lontani e assimilati. E l’equilibrio tiene, il gioco è condiviso e complessivo, nessuno crede che sia tutto serio e vero, la storia continua, il popolo regge e va.

I "Kippur Juden", ad esempio, non sono quelli che "a Kippur vanno al tempio" Sono quelli che vanno al tempio "solo a Kippur" Però sanno bene di differire solo quantitativamente, e neppure in misura fissa, da quelli che ci vanno ogni giorno, ogni sabato o ogni festa. E sono loro grati. Perchè fungono da segnaposto. Da gestori concreti di una complessa struttura di tefilloth che grazie a loro permane e di cui poi i Kippur Juden vanno a cogliere solo alcune propaggini.

È la Torah per prima a raccontare che per periodi molto lunghi, la condizione "normale" del popolo sarà quella di osservanza scarsa. Che sarà di vivere in mezzo ai popoli.

E dunque non è vero, come dice Volli, che l’alachah codificata è normativa buona solo per situazioni di vita isolata. Quale popolo stabile, fisso, ha mai avuto bisogni di simili stranezze? È pensata invece, si è formata e ha funzionato, per specificarci, dunque per vivere tra gli altri, nel mondo. E anche nei secoli dell’isolamento, comunque l’Ebreo non la trovava "naturale", ci si confrontava, si chiedeva perché. È per chiedersi perché che l’alachah esiste.

È il gioco totale, l’affresco complessivo, magari pure il modo di sapervi ricomprendere, accettandola con benevolenza in attesa della alachah, la divisione di ruoli tra uomini e donne, che farà affermare ai popoli: "Che popolo saggio e intelligente …".

L’ebraismo progressivo azzera questa dicotomia, questo confronto dialettico, perché sincronizza l’ebraismo su noi stessi. Non viviamo più con l’ebraismo, costretti a farci i conti, ma diventiamo l’ebraismo, o l’ebraismo diventa noi. È più comodo, ma toglie l’innesco, toglie l’energia.

Se l’ebraismo ha da essere "logico", allora assai più logico sarebbe che l’ebraismo fosse scomparso come mille popoli, idee, civiltà, pensieri, in una continua "logica" trasformazione. Perché ci si preoccupa che continui? Cosa deve continuare? Cosa bisogna sforzarsi di far continuare? Evidentemente qualcosa che per sola logica non continuerebbe, l’ebraismo illogico, quello che sta con noi ma non diventa mai interamente noi.

La differenza normativa tra uomini e donne forse è orrenda. Kasheruth e shabbath non sono orrendi. Forse sono belli. Ma non obbligano anche questi a "compromessi"?

Saranno belli, ma non sono né moderni nè logici. Allora dove ci si ferma? Cosa è l’essenza se ognuno – come è giusto – può stabilirla? Siamo sicuri di fermarci dove ancora la "storia comune" continua? O non ci accorgeremo che è proprio la "non logica" ad avere funzionato come pedagogia e fascino per assicurare la continuità storica? O l’illogicità non è forse stata nei secoli tanto fine quanto mezzo? O i "compromessi", proprio solo i "compromessi", non sono stati accidenti, ma la sostanza definitoria dell’ebraismo nella storia ?

Sulle conversioni Volli vola alto. Lo faremo anche noi, anche se certo indichiamo solo una idea, una direzione. Intanto nessun rabbino vuole che una famiglia garantisca "il rispetto integrale delle mizvoth", perché non è proprio questo il requisito che l’alachah indica. Accerterà invece la accettazione delle mizvoth, cioè l’esistenza ed il probabile permanere di un forte coinvolgimento e strutturazione psicologica nel mondo e nelle logica delle mizvoth, Che faccia ragionevolmente ritenere che il candidato si fissi, cosciente di esserlo e della struttura complessiva, in una delle fasce concentriche. E sarebbe meglio che anche gli Ebrei riformati si adattassero a fare altrettanto. Non solo perché, ci par di capire, è questo anche il loro stesso concetto guida, ma per non diventare alla fine solo un’offerta speciale nel mercato delle conversioni. Piacerebbe a Volli scoprire code alle porte di Lev Chadash non per intima adesione ma solo perchè lì i chiavistelli sono più malleabili?

Infine Volli avanza la "richiesta alle strutture ebraiche di prendere atto della nostra esistenza e legittimità culturale e religiosa". Crediamo che il modo più sincero e liberale di prenderne atto sia il non prenderne atto. Siano affezionati alla struttura storica dell’ebraismo italiano dove la Comunità è una e formata da tutti gli Ebrei, in qualunque dei cerchi concentrici si vogliano situare, qualunque parte dell’ebraismo considerino essenza e quale storica sovrastruttura. Prenderne atto significherebbe invece rendere tutto il sistema immediatamente privatistico, spezzare il popolo in gruppi, connotati da abitudini per la propria specifica vita, non da programmi da proporre e far confrontare per la vita di tutti. Sarebbe l’inizio di una stagione di lotte – democratiche – dove il più numeroso prevarrebbe. Brutta prospettiva. Se la casa di tutti va stretta, meglio allora due case, con rispetto reciproco, magari collaborazione su temi comuni, ma dove ognuno si senta a casa sua.

Questo pensiamo qui ad Ha Keillah. Niente di nuovo. Ma, in momenti un po’ turbolenti, lettere garbate come quella di Volli inducono, piacevolmente, a guardarsi allo specchio e fare nuovamente il punto.

Giulio Tedeschi