Comunicazione
UCEI, Comunicare per essere
di Guido Vitale
Molti anni fa (se la memoria non mi tradisce era l’autunno del 1981), quando ero un giovane giornalista curioso di cose ebraiche, ho trascorso una interessante giornata a Torino. La redazione del periodico Ha Keillah, sull’onda di quell’entusiasmo e di quella voglia di cambiare che caratterizzò il Gruppo di Studi Ebraici di allora, aveva organizzato un incontro per ragionare di informazione e di giornali in ambito ebraico. La sala era affollata e dietro il tavolo parlavano al pubblico sia personaggi della comunicazione (chi non era già noto lo sarebbe diventato in seguito), che protagonisti di quella che era allora la stampa ebraica italiana. Il confronto era serrato, estremamente stimolante. Una minoranza piccola, ma sveglia, reattiva, sembrava alla soglia di riflessioni e di decisioni importanti.
Tornato in redazione mi sono messo davanti alla macchina da scrivere per scrivere uno dei primi articoli che mi è capitato di pubblicare. Allora il principale problema era quello di non sporcarsi le dita sostituendo di tanto in tanto il nastro d’inchiostro. Allora ticchettavano le telescriventi. Allora ero felice di avere in tasca una penna biro e qualche foglio per prendere appunti che un collega mi aveva insegnato a tenere piegato come facevano i vecchi giornalisti, in verticale, in modo da formare una lunga striscia dove scorressero meglio i pensieri da raccogliere. Nessuno poteva permettersi un personal computer, nessuno portava in tasca un telefono cellulare, nessuno aveva sentore di macchine fotografiche digitali e di Internet e di tutte le altre rivoluzioni che hanno finito per condizionare pesantemente il mondo dei media, non si era ancora sentito parlare. Allora per oltrepassare il Muro di Berlino bisognava stare molto attenti a non lasciar vedere che si faceva i giornalisti. La guerra del Libano e l’Intifada (con l’ondata di scorrettezze e distorta emozionalità sulla situazione mediorientale cui la stampa italiana ci ha in seguito abituati), non le conoscevamo, perché erano ancora scritte nel nostro futuro.
Da quel giorno è trascorso oltre un quarto di secolo. In questi anni ho continuato a lavorare nelle redazioni dei giornali, in Europa e negli Stati Uniti. E sono stato testimone di parecchi rivolgimenti. Sono cambiati i giornali e sono cambiati i giornalisti. Infine, alcuni mesi fa, ho assunto l’incarico di coordinare il lavoro dei dipartimenti Cultura e Informazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ora che Ha Keillah mi domanda di raccontare qualcosa del mio lavoro, non posso fare a meno di ricordare quella giornata a Torino. E non posso fare a meno di domandarmi che cosa è cambiato da allora a oggi nell’informazione delle realtà ebraiche italiane.
Già, cosa è cambiato? Quali progressi abbiamo messo a segno? Come siamo riusciti a esprimere la nostra identità e le nostre istanze? Con quanta autorevolezza e con quanta apertura abbiamo dialogato con la società circostante?
Come infine siamo riusciti a valorizzare la grande occasione delle Intese, che allora, quando si svolse quella giornata, bollivano ancora in pentola, ma poi avrebbero cambiato lo status istituzionale e giuridico delle nostre Comunità? Come abbiamo richiamato e come abbiamo investito le risorse dell’Otto per mille del gettito fiscale che alcuni cittadini italiani (pochi, per la verità, circa un decimo di quelli che firmano per una minoranza religiosa evangelica) ci hanno conferito?
Ognuno fra coloro che parteciparono a quella giornata di Torino resta libero di trovare una propria risposta.
Per quanto mi riguarda cito solo alcuni dati di fatto.
La sproporzione fra la visibilità e l’esposizione mediatica della minoranza ebraica in Italia e la sua capacità di suscitare simpatie e di raccogliere risorse è a dir poco notevole.
La minoranza ebraica in Italia è l’unica al mondo (non metto nel conto ovviamente solo la Gran Bretagna o la Francia; prendo in considerazione tutto il mondo ebraico, inclusa la Croazia o l’Austria) che non è in grado di esprimere media nazionali, professionali e influenti.
La minoranza ebraica in Italia, secondo una mia valutazione approssimativa, impegna nel suo complesso sul fronte dell’informazione risorse pari a 1,2 milioni di euro annui.
Minoranze italiane paragonabili alla nostra (nei numeri e nelle strutture) spendono molto di meno per ottenere molto di più.
Ecco perché ho deciso di lavorare all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ecco perché l’impegno a far nascere una Rassegna stampa professionale, un notiziario quotidiano (l’Unione informa), il Portale dell’ebraismo italiano (www.moked.it), la Rete di comunicazione delle realtà ebraiche italiane, che metterà in connessione la stessa Unione con le Comunità di Roma e di Milano e con le altre Comunità che hanno aderito o vorranno aderire al progetto. Ecco perché il progetto di offrire il praticantato giornalistico a un gruppo di giovani ebrei italiani.
Ecco perché sto cercando di chiamare a raccolta ebrei italiani di diversa estrazione, di diversa provenienza, di diverso orientamento perché possano, nel reciproco rispetto delle differenze, dare vita a un grande progetto di comunicazione aperto a tutti e capace di restituire prestigio e spessore alla realtà ebraica italiana. Attendere altri 25 anni senza intervenire potrebbe essere un lusso che questa minoranza non può permettersi.
Guido Vitale