Storie di ebrei torinesi

 

Eleonora Heger Vita

 

Cara Ha Keillah,

Aderisco con impudica sollecitudine all’invito del giornale a raccontare la mia piccola storia personale di ebrea torinese: l’invito a raccontarsi infatti suscita in qualsiasi di noi l’istinto autobiografico che tutti più o meno nascostamente alberghiamo nel cuore; di sicuro quindi riceverete innumerevoli adesioni all’invito che è per molti di noi un vero e proprio “invito a nozze”. A giustificazione della mia eccessiva prontezza nel rispondere al cortese invito è il fatto che rimpiangete di non averlo fatto a molte persone che non ci sono più, e siccome io sono molto vecchia, è meglio che mi affretti a raccontarmi prima di entrare a far parte di “quelli che non ci sono più”.

Dunque, per cominciare appartengo al clan del “61”, quello che è stato molto ben descritto nel libro di Anna Segre, dove però c’è una grave omissione alla quale cercherò in parte di rimediare ora. Infatti io sono la più piccola dei figli di Eugenio Vita, il maggiore dei sette fratelli Vita e ho due notevolissimi fratelli maggiori: Roberto e Mirella. Il primogenito, Aldo, invece, morì a sette anni di influenza spagnola e morbillo, lasciando in nostra madre, la pittrice Valeria Vita Josz un lutto incancellabile, malgrado la presenza di altre tre figli. Ebbene, nel libro di Anna Segre, per un disguido non imputabile all’autrice, Roberto non è nemmeno nominato. Eppure fu un personaggio notevole per intelligenza, cultura, idealismo, una di quelle persone che lasciano un eco in tutti quelli che hanno a che fare con loro. E questo dico non soltanto per ricordare quello che questo fratello maggiore in tutti i sensi ha lasciato in noi sorelle, ma anche perché, ingegnere di professione, è stato uno scrittore notevole autore di articoli di economia e filosofia politica (era un liberale e convinto liberista, studioso e seguace di Adam Smith) ma soprattutto di due libri importanti: Uomini e macchine nel Capitale di Marx (1965) e I viaggiatori del Moncenisio (1992), che nasconde sotto il titolo bizzarramente turistico una serie di studi sulle persone di importanza mondiale nel pensiero che nel corso dei secoli sono passate da Torino. Mia sorella Mirella è un altro personaggio notevole, arpista e storica dell’arpa, ma siccome grazie a Baruch ha Shem è ancora con noi, cercherò di indurla a scrivervi anche lei. Non so se lo farà, perché non credo che abbia la stessa faccia tosta che ho io, che in famiglia ero detta “il gatto” e che del gatto ho la faccia tosta e il gusto di intrufolarmi dappertutto.

Ebbene il gatto, cioè io, è nato nel 1926. Avevo dunque dodici anni quando ci caddero fra capo e collo le leggi razziali e da allora incominciai a far parte davvero della comunità. Prima avevo frequentato soltanto per una parte della quarta elementare il Talmud Torà di Torino e lo avevo fatto su richiesta personale di Rav Disegni che era venuto personalmente a casa nostra a chiedere ai miei genitori di mandarmi alla scuola elementare ebraica. Così era fatto quell’uomo veramente grande: si muoveva di persona per venire a chiedere a una famiglia di ebrei tutt’altro che osservanti di mandare la bimba alla scuola ebraica. Quello fu il primo contatto che ebbi con Rav Disegni: più tardi lo ebbi come professore e più tardi ancora, quando insegnai a mia volta alla scuola ebraica, come preside.

Adolescenza analoga a quella di tutti i miei coetanei, e del resto della mia vita alla scuola di via sant’Anselmo ho già parlato in un articolo che avete avuto la bontà di pubblicare e in un altro che ho scritto per “Keshet”, la rivista milanese cui collaboro.

Dopo la liberazione, l’università, facoltà di lettere classiche, tesi di letteratura latina col prof. Augusto Rostagni, uno dei luminari della cultura classica. Ma intanto... intanto succede la svolta della mia vita: me ne vado in Inghilterra. Uh, ma guarda, embè, che c’è di strano... tutti, e specialmente tutte vanno in Inghilterra. Ora sì, ma allora.... Allora immediatamente divenni la strana ragazza Vita, sa, quella che è andata in Inghilterra...C’ero andata per fermarmi due mesi e ci rimasi fisicamente intanto per un anno e mentalmente... per tutta la vita…e come vedi ancora non mi abbandona. A Londra ebbi la fortuna di lavorare a Radio Londra, sezione italiana “London Calling Italy”. Ero soltanto dattilografa. Ma lì ho incontrato grandi giornalisti.

E molte delle vecchie glorie della Radio Londra degli anni di guerra e del periodo clandestino. A ritorno in Italia, laurea e poco dopo insegnamento alla scuola ebraica.

Poi di nuovo un anno in Inghilterra, o più precisamente in Scozia a insegnare il latino in un collegio femminile. Poi richiamata a casa per ragioni famigliari, concorsi per l’insegnamento nelle scuole pubbliche, vittoria di concorso per l’insegnamento dell’inglese nelle superiori. A Torino si stava bene, in quegli anni, pieni di vivacità e di interessi culturali. Ricordo due ambienti un po’ speciali, quello di Guido e Anna Bachi, dove si faceva musica e si parlava di arte e di ogni altro argomento di cultura e il “Mosaico” guidato da Lino Modena, altro personaggio straordinario. Poi nel 1954, happy ending sentimentale con il matrimonio col dottor Izak Heger e conseguente trasferimento a Milano. Qui finisce la mia storia torinese. A Milano ne ho fatte di tutte: due figli, insegnamento agli Istituti Tecnici, collaborazioni a case editrici, traduzioni, creazione di testi scolastici e infine pubblicazione di diversi romanzi, dichiaratamente “gialli” ma in realtà rosa antico. Vado sempre in Gran Bretagna e attualmente insegno come “hobby” alla Unitre o Università delle Tre Età dove sfogo con grande soddisfazione la mia inveterata “libido docendi”. Sono anche nonna, ma i miei nipoti non si occupano di me, nemmeno come insegnante di inglese.

Eleonora Heger Vita