Cinema

 

Il Libano e un campo di girasoli

 di Daniela Fubini

 

L’inquadratura d’inizio di Lebanon, il film che ha portato il regista Samuel Maoz dal nulla al Leone D’Oro a Venezia, è un tranquillo campo di girasoli, giallo e verde contro un cielo blu perfetto ed irreale. Quel cielo ci mancherà terribilmente per ciascuno dei 90 minuti successivi.

Lebanon è un film perfetto, inattaccabile, fatto di regia intelligente ed estrema, attori eccellenti, dialoghi essenziali e fotografia difficile da dimenticare. È esso stesso una macchina da guerra, se mi si permette il paragone, che porta lo spettatore esattamente dove vuole: proprio nel cuore di ogni guerra, l’interno di un carro armato. Caldo, sudore, sporco, paura e parole di quattro uomini buttati dentro il tank come si buttano i panni sporchi in una pericolosa e scricchiolante centrifuga.

Ne usciranno diversi, se usciranno mai; ma quello che racconta il film è ciò che vivono e subiscono nel tank, spedito a ripulire dai guerriglieri un villaggio libanese appena colpito dalle forze aeree israeliane, e che improvvisamente smette di essere un villaggio distrutto pieno di sangue, morti, feriti, e diventa territorio nemico, instabile, imprevedibile e mortale. Il tank è in trappola, non conta quanto forte e protetto da strati di acciaio. Dentro, su un lato della cabina, c’è un cartello: “L’uomo è di ferro, il tank è solo d’acciaio”. E quando l’uomo, soldato semplice o comandante in capo, smette anche solo per un secondo di essere di ferro, i danni possono essere irreversibili.

Per tutta la durata del film vediamo solo ciò che si vede attraverso il mirino, sentiamo i rumori come si sentono da dentro, sappiamo solo quello che viene detto dal comandante ai soldati, o alla radio. All’interno di un tank, impariamo presto, non c’è nessuno spazio né fisico né etico per mettere in discussione quello che succede. Si deve sparare a un veicolo che si avvicina senza fermarsi all’alt? Si spari. O noi o loro. Ma l’assurdità della guerra – di ogni guerra – si incarna senza pietà nel dopo: attraverso il mirino vediamo subito che distruzione abbiamo portato, quanto sangue e quanta morte.

Nonostante il senso continuo di claustrofobia, perfettamente veicolato allo spettatore anche più disattento o prevenuto (“oh, ne ho visti tanti di film di guerra”, oppure “io in Libano ci sono stato, cosa vuoi che mi dica un film”), durante Lebanon si può anche sorridere. Non la risata liberatoria e piena, magari. Ma perfino nel tank in alcuni momenti l’atmosfera si fa meno tesa, uno dei soldati racconta un episodio dell’adolescenza, un altro chiede che i genitori sappiano che lui sta bene.

Samuel Maoz ha creato personaggi fortemente reali, ben distinti pur nello spazio asfittico in cui la guerra li ha segregati. Eppure, allo stesso tempo dall’inizio alla fine i quattro sono tutt’uno: sono il soldato che sopravvive alla guerra e insieme quello che non uscirà vivo dal carro armato. E questo film deve essere visto, anzi guardato, assorbito, perchè è un film universale. Per quanto io, e qualsiasi cittadino israeliano, e ogni ebreo della diaspora, possiamo viverlo come esperienza più vicina rispetto ad altri film di guerra, Lebanon resta un film sulla guerra come assoluto negativo e deumanizzante. È per questo motivo, oltre alla perfezione tecnica, e all’idea geniale del regista di girare il film da un interno, minimizzando il visibile e ingigantendo il senso di disorientamento e di assurdo, che Lebanon ha vinto il suo meritato Leone d’Oro a Venezia.

Daniela Fubini

 

Lebanon, di Samuel Maoz, 2009. 90 minuti. Lingua originale: ebraico