Storia

 

La soppressione dell’Opus Sacerdotale Amici Israel

 di Silvana Calvo

 

Nel 1925 venne fondata a Roma dal religioso olandese Anton Van Asseldonck (procuratore generale dell’ordine dei Crociferi) l’Opus sacerdotale Amici Israel. L’obiettivo dell’associazione non era per nulla sovversivo: creare le condizioni favorevoli per la conversione al cattolicesimo degli ebrei. Per raggiungerlo si riteneva necessario promuovere il rispetto reciproco, la conoscenza e il dialogo. Agli associati veniva richiesto di recitare ogni giorno una preghiera a favore degli ebrei. L’iniziativa ebbe successo, e in breve tempo il raggruppamento raggiunse dimensioni considerevoli: 3000 preti, 278 vescovi e arcivescovi, 19 cardinali. Grazie all’impegno degli associati e alla diffusione di pubblicazioni come Pax super Israel, cominciarono a circolare tra il clero immagini positive dell’ebreo in controtendenza a quelle laide che allora venivano di regola proposte ai fedeli.

Nella primavera del 1928, però, la Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio prima, e Pio XI poi, decisero l’abolizione dell’Opus. Il relativo decreto, recante la data del 25 marzo, apparve negli Acta Apostolicae Sedis del 2 aprile e venne pure pubblicato dalla rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica:

«Essendo stata sottoposta al giudizio di questa Suprema Sacra Congregazione del Santo Uffizio la natura e il fine della società detta “Gli Amici di Israele” e il libro intitolato: Pax super Israel pubblicato e largamente diffuso dai capi della società appunto perché ne fosse pubblicamente conosciuta l’indole e il metodo, gli E.mi Padri preposti alla tutela della fede e dei costumi, in sulle prime riconobbero in essa il lodevole intento di esortare i fedeli a pregar Dio e a lavorare per la conversione degli Israeliti al Regno di Cristo. Non è dunque meraviglia se badando unicamente a questo fine, da principio, non solo molti fedeli e sacerdoti, ma anche non pochi Vescovi e Cardinali aderirono a tale società. Infatti la Chiesa cattolica fu sempre solita pregare per il popolo giudaico, depositario, fino alla venuta di Gesù Cristo, delle divine promesse, nonostante il susseguente suo accecamento, anzi appunto per questo. Mossa da questo spirito di carità la Sede Apostolica protesse il medesimo popolo contro le ingiuste vessazioni, e come riprova tutti gli odii e le animosità tra i popoli, così massimamente condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di “antisemitismo”. Tuttavia avvertendo e considerando che col tempo la società “Gli Amici d’Israele” aveva adottato un modo di operare e di parlare alieno al senso della Chiesa, dalla mente dei SS. Padri e dalla stessa sacra Liturgia, gli E.mi Padri, udito il voto dei Consultori, nella Congregazione plenaria tenuta il mercoledì 21 marzo 1928, decretarono l’abolizione della società “Gli Amici d’Israele” e la dichiararono abolita di fatto, e ordinarono che nessuno in avvenire scriva o pubblichi libri od opuscoli che in qualsivoglia maniera favoriscano queste erronee iniziative. E nel giovedì seguente, 22 dello stesso mese ed anno, il SS.mo Signor Nostro Pio XI, nella solita udienza concessa all’Assessore del Santo Ufficio, udita la relazione della deliberazione presa, l’approvò, la confermò e ordinò di pubblicarla”». (Civiltà Cattolica 1928/II pp. 171-172).

A spiegare i motivi che avevano provocato la soppressione dell’Opus Sacerdotale Amici Israel si incaricò sempre La Civiltà Cattolica con un articolo apparso nello stesso volume, intitolato “Il pericolo giudaico e l’Associazione Amici d’Israele”All’Opus veniva rimproverato di aver deviato dal suo scopo primario (operare e pregare solo per favorire la conversione degli ebrei) e di essersi spinta oltre i limiti leciti, e adottando un modo di operare e «concetti non dottrinalmente esatti e praticamente non imparziali per l’ansietà di scusare e difendere sempre gli ebrei». (Civiltà Cattolica 1928/II).

Ma quali erano questi comportamenti e concetti dottrinalmente errati e “alieni al senso della Chiesa”? Il programma dell’Associazione raccomandava di non più usare i termini “popolo deicida”, “città deicida”, di non diffondere le calunnie contro gli ebrei come “l’omicidio rituale”, di evitare le espressioni antisemite, le esa­gerazioni o le generalizzazioni di casi particolari. Proponeva inoltre di non più proclamare “l’inconvertibilità degli ebrei” e di utilizzare, in luogo di “conversione”, le parole “ritorno” o “passaggio”. Tutto ciò mentre all’interno della Chiesa aveva ancora vigore la tradizionale avversione teologica antigiudaica a cui si era accompagnata una più recente ostilità di stampo politico antimodernista che accusava l’ebraismo di essere la causa di tutti i mali: dal liberalismo alla massoneria, da questa al socialismo, da quest’ultimo al comunismo e al bolscevismo. E inoltre, proseguiva l’articolo della Civiltà Cattolica, di minacciare

«il mondo intero per le sue perniciose infiltrazioni o ingerenze nefaste, particolarmente nei popoli cristiani, e più specialmente ancora nei cattolici. [... Il tutto per mezzo] della occulta ingerenza loro e di una indebita potenza così acquisita, affatto sproporzionata al loro numero. […] E con tutto ciò essi [gli ebrei] primeggiano ai più grossi impieghi, ai più alti posti, massime dell’industria, dell’alta banca, della diplomazia e più ancora delle sette occulte, macchinanti la loro egemonia mondiale». (Civiltà Cattolica 1928/II pp. 341-343).

Paradossalmente il decreto dei Padri del Sant’Uffizio che condannava coloro che volevano istaurare rapporti più rispettosi e amichevoli con gli ebrei viene generalmente citato soprattutto come un documento contro l’antisemiti­smo. Ciò perché conteneva l’asserzione che la Chiesa “condanna l’odio contro un popolo già eletto da Dio, quell’odio cioè che oggi volgarmente suole designarsi col nome di “antisemitismo”. Questa frase, in sé abba­stanza marginale al contenuto del decreto, ma che pur tuttavia è l’unica affermazione di questo tipo pronun­cia­ta dalla Chiesa negli anni in cui imperversava l’antisemitismo, viene assai relativizzata e il suo significato capovolto dal­l’au­tore che stese il commento citato della La Civiltà Cattolica:

«la condanna speciale dell’odio contro questo popolo in particolare, non quasi innocente o più meritevole di altri, lontani del pari dal cristianesimo o da esso apostatati; ma perché più degli altri popoli esposto all’odio per le sue stesse malefatte. Quindi pure la riprovazione solenne che ne segue di tutte le vessazioni ingiuste che talvolta gli vennero dalle passioni furenti delle plebi o sobillate da partiti o provocate dalle stesse ingiustizie, angherie, pre­potenze degli Ebrei a danno dei poveri deboli e indifesi, come consta dalla storia, e non del solo medio evo. Con ciò è condannato nominalmente l’antisemitismo, come il Decreto soggiunge; ma è condannato, come ben s’inten-de, nella sua forma e nello spirito anticristiano, onde fu interpretato e applicato da alcuni suoi promotori antichi e moderni, alieni del resto dal genuino cattolicismo ed alcuni persino da ogni pratica della vita cristiana: avversari degli ebrei per impeto o passione di partito o di nazionalità, per interessi materiali, gelosie e gare di commerci e di lucri, e simili ragioni, per nulla giustificate moralmente e religiosamente». (Civiltà Cattolica 1928/II pp. 338-339)

Di questa storia, rievocata in un breve capitolo (pp. 98-102) del libro di G. Passelecq e B. Suchecky, L’enciclo­pedia nascosta di Pio XI, edito da Corbaccio, stranamente si sa e si parla molto poco. Eppure è un fatto che meriterebbe di venir analizzato con grande attenzione per determinarne le cause e soprattutto le conseguenze. Una condanna del Sant’Uffizio non era una cosa di poco conto e aveva un impatto quasi dogmatico all’interno della Comunità religiosa, i cui membri erano tenuti a conformarsi e a rispettare gli ordini dettati da sì alto loco. Perciò ci si può chiedere come questa presa di posizione della Chiesa avrebbe influito sui comportamenti negli anni successivi: se avrebbe impedito oppure ostacolato o attenuato gli slanci di solidarietà verso gli ebrei al tempo delle persecuzioni del nazifascismo. Di fatto la decisione di condanna dell’Opus Amici Israel e la messa al bando di Pax super Israel sono del 1928, ossia sono anteriori di soli cinque anni alla salita al potere di Hitler. Quindi è lecito domandarsi quanto vincolanti siano state all’epoca per i religiosi le parole: «ordinarono che nessuno in avvenire scriva o pubblichi libri od opuscoli che in qualsivoglia maniera favoriscano queste erronee iniziative» (Civiltà Cattolica 1928/II pp. 171-172). E in quale misura abbiano concretamente condizionato i loro comportamenti.

Silvana Calvo