Israele

 

Caleidoscopio

di Reuven Ravenna

 

Da bambino mi divertivo con un caleidoscopio, che mi aveva regalato un vecchio farmacista, ad agitare i pezzetti di vetro, producendo sempre nuovi colori. Fuori di metafora, questa è la mia sensazione quando mi accingo a trattare di Israele, bersagliato da un incessante succedersi di avvenimenti. A ritmo giornaliero,e, a volte, anche orario.

Per qualche settimana abbiamo assistito ad un moto di “protesta sociale” senza precedenti, che ha coinvolto masse di manifestanti, per lo più giovani. E molteplici sono state le reazioni, i commenti, le riflessioni. Per la prima volta si scendeva, in grande, in piazza per reclamare “giustizia sociale”, per chiedere al governo un cambiamento di rotta nella politica di liberismo capitalistico, che danneggia, a detta della protesta, soprattutto la classe media, per non parlare delle fasce impoverite nelle periferie cittadine o regionali. Ma nel contempo non potevamo ignorare l’assenza degli ultraortodossi e dei religiosi “nazionali”, salvo eccezioni, degli ex-sovietici, delle minoranze non ebraiche, che pur sono colpite dai dislivelli socio-economici e dal carovita. Il baricentro della tendopoli nel Boulevard Rothschild di Tel Aviv, ha assunto quasi un significato simbolico di questo movimento, che ha impegnato direttamente studenti, artisti e intellettuali. Si è sottolineato che la protesta rimaneva nel campo socioeconomico, senza trasformarsi in un moto politico, o, precisamente, partitico. Da più di un biennio l’opposizione ufficiale, di “Kadima”, non è altro che una “Opposizione di Sua Maesta”, che si limita, spesso, a dichiarazioni di critica, senza indicare una alternativa. Forse dalle primarie del Labour (“Avodà”) uscirà un leader che, a lunga scadenza, farà risalire la china alla forza storica che ha posto le basi, nel bene e nel male, della società israeliana… Le assenze succitate dimostrano che la frammentazione sociale ha cause che trascendono i parametri socioeconomici usuali, fattori ideologici, etnici e di interessi settoriali. Ed è bastato un ennesimo esplodere di violenza, al Sud, con pioggia di missili che hanno raggiunto Ashkelon e Beer Sheva, per far passare in seconda linea “la rivoluzione” dell’estate 2011. Ed è arrivato il settembre, tanto paventato, dello “Stato palestinese”, del ricorso all’ONU di Abu Mazen. Da mesi ci siamo rifugiati, nei media, nei dibattiti pubblici, nell’evidenziare temi meno “traumatici”,quali scandali di corruzione ai vertici, la cronaca nera degna, a volte, della Chicago degli anni Trenta, i rapporti tra destre ultra e sinistre liberal (iniziative legislative). Consolandoci con il fiorire di una letteratura di tutto rispetto, di un cinema di livello internazionale e di una serie di festival, convegni, giornate di studio, degni di Paesi di ben maggiori dimensioni.

Scrivo a tre giorni dai due discorsi opposti a New York, senza conoscere quali saranno gli sviluppi diplomatici, politici e, soprattutto, le reazioni, qui, sul “terreno”. Come si suol dire da quel dì, “Da quando è stato distrutto il Beit Hamikdash la profezia è stata data solo ai matti”, pur nutrendo nel nostro foro interiore timori, scenari portati al pessimismo. Scorgendo nel caleidoscopio immaginario pezzetti di colore atro. Che inizi l’Anno con le sue benedizioni!

Reuven Ravenna

20 settembre, 21 elul

   

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