Israele

 

 

Cosa dicono gli ebrei della diaspora?
 

JCall, come si evince anche dal comunicato che pubblichiamo a pag. 14 non è contraria all’iniziativa palestinese; ne comprende le ragioni senza farsi illusioni sull’esito.

JStreet (l’organizzazione Pro-Israele pro-Pace dell’ebraismo progressista americano) appoggia il veto di Obama per non creare una frattura con l’Amministrazione e non compromettere la già difficile corsa del Presidente USA verso la rielezione (vedi box qui a fianco).

Yachad (organizzazione inglese accomunabile per molti versi a JCall e JStreet), con lo stesso spirito di JCall riconosce che l’iniziativa è ineludibile

• Organizzazioni americane come AIPAC, Anti-Defamation League, American Jewish Committee sono nettamente contrarie: hanno fatto pressione per mesi sul governo e sull’opinione pubblica per convincere tutti che è l’iniziativa palestinese è un tentativo di delegittimare Israele.

• Le comunità ebraiche europee hanno manifestato per lo più opinioni contrarie all’iniziativa palestinese, come dimostrano per esempio le recenti dichiarazioni di Richard Prasquier, presidente del Conseil Représentatif des Institutions juives de France (CRIF)

• In Italia non ci sono state prese di posizione ufficiali da parte dell’UCEI, ma personalità di spicco dell’ebraismo italiano, come il Presidente della Comunità di Roma Riccardo Pacifici, si sono pronunciate contro l’iniziativa palestinese. Gli organi di informazione dell’UCEI hanno comunque ospitato opinioni piuttosto variegate, tra cui prevalevano preoccupazione e ostilità

• Prese di posizione nettamente contrarie sono giunte anche da altre organizzazioni ebraiche; per esempio abbiamo ricevuto dall’Euro-Asian Jewish Congress (EAJC) un accorato appello che ci sembra rappresentare bene il clima diffuso tra gli ebrei diasporici: in esso si esprime la preoccupazione che questo atto irresponsabile della leadership palestinese possa portare ad un nuovo serio aggravamento della situazione politica in Medio Oriente con il rischio di una possibile esplosione della violenza nella regione. Se la situazione prendesse questa piega - prosegue l’appello - la responsabilità non sarebbe solo della parte palestinese che sta per compiere questo passo provocatorio, ma anche di coloro che sostengono questa azione. La dichiarazione unilaterale dello stato palestinese distruggerebbe le basi legali della negoziazione - le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU N° 242, 338, 1850 e gli Accordi di Oslo, accettati da entrambe le parti e dall’intera comunità mondiale. Azioni unilaterali, chiaramente escluse da questi documenti legali, svuoterebbero di significato il processo di pace, respingendolo molto oltre il punto di partenza.

 


 

Come si spiega la divergenza tra JStreet e JCall?
 

Lo scorso febbraio JStreet ha invitato una delegazione di JCall alla conferenza annuale a Washington. L’impressione unanime della delegazione di JCall fu che la maggioranza dei partecipanti e degli oratori presenti alla conferenza fossero in sintonia con JCall, anzi, a dirla tutta, sembravano più “a sinistra” su conflitto medio-orientale e su altre questioni (giustizia sociale, diritti civili, etc.) di quanto non fosse l’ebraismo progressista europeo. Difficile immaginare all’epoca e anche un mese fa che JStreet avrebbe preso la decisione di appoggiare il veto di Obama al alla richiesta di riconoscimento palestinese all’ONU. Ma, anche lasciando da una parte le conversazioni con la base di JStreet che forse possono ingannare, basta pensare che gli oratori più brillanti invitati alla Convention di JStreet (Roger Cohen, Peter Beinart, Daniel Levy, Benard Avishai, etc.) hanno pubblicato nei giorni precedenti all’Assemblea dell’ONU articoli ed editoriali in favore del riconoscimento della Palestina. E nel marzo 2010, quando intervennero alla conferenza, Roger Cohen e compagnia, raccolsero consensi entusiasti, a conferma che la base di JStreet era in sintonia con le loro posizioni che riflettono, appunto, il loro attuale sostegno all’iniziativa palestinese.

Tuttavia, la forza e per certi versi la vulnerabilità di JStreet è la necessità di mantenere legami forti con l’amministrazione Obama. In questa circostanza, JStreet ha ritenuto che andare contro Obama sarebbe stato un ennesimo colpo contro un esecutivo debole, pressoché in ostaggio del partito repubblicano su tutte le questioni correnti, ivi compresa la questione Israele-Palestina. L’allineamento di JStreet su una posizione (che ha scontentato una parte della base secondo fonti ufficiali di JStreet) in linea con Obama sottolinea la differenza fondamentale tra le due organizzazioni: JStreet è un gruppo di lobby che cerca di cambiare l’orientamento della politica estera americana sul dossier Medio Oriente, facendo pressione sui politici americani per contrastare l’azione di AIPAC, ADL e AJC (tuttora più influenti sul Congresso americano di quanto non sia JStreet). Il voto ebraico è molto importante per vincere le elezioni presidenziali soprattutto in alcuni stati “in bilico” (swing states) dove la percentuale dei voti ebraici è maggiore della differenza tra voto Repubblicano e Democratico alle presidenziali: Ohio, Florida, Pennsylvania, New Jersey e Wisconsin. Nonostante la nota fedeltà ebraica al partito democratico, JStreet non ha voluto correre rischi. JCall agisce in un contesto politico molto differente, non ha legami organici con partiti politici e anche per questo è libera di prendere decisioni più in sintonia con la base o comunque con i propri principi fondativi.

 


 

Comunicato di JCall sul riconoscimento della Palestina come Stato membro dell’ONU
 

Il 20 settembre prossimo, i palestinesi chiederanno alle Nazioni Unite che la Palestina venga riconosciuta come stato membro.

Con l’avvicinarsi di questa scadenza, JCall - che fa appello a un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi secondo il principio di “Due Popoli, due Stati” - sottolinea i seguenti punti:

È proprio il diritto inalienabile dei popoli ad autodeterminarsi che ha permesso al popolo ebraico di accedere all’emancipazione attraverso il suo movimento di liberazione nazionale - il sionismo - e di approdare così alla crea-zione dello Stato d’Israele, riconosciuto dalla comunità internazionale.

Oggi, quel diritto è ugualmente alla base del passo intrapreso dai palestinesi presso le Nazioni Unite.

Jcall constata con rammarico che errori e debolezze dei dirigenti dei due campi, cicli di violenza e terrorismo, la continua espansione degli insediamenti in Cisgiordania hanno portato al fallimento dei negoziati da venti anni a questa parte. Lo status quo che ne è risultato non è più sostenibile poiché esso comporta rischi, soprattutto con l’irrompere della Primavera Araba.

Jcall comprende che le frustrazioni nate dall’assenza di prospettive spingano oggi i palestinesi a rivolgersi alle Nazioni Unite.

Tuttavia, JCall è consapevole che questo passo può avere esiti negativi o positivi.

Un esito negativo sarebbe lo scatenarsi di un nuovo ciclo di violenza che allontani per lungo tempo la soluzione del conflitto; il recente attacco all’Ambasciata di Israele al Cairo è in questo senso un segnale preoccupante. Questo è il timore di numerosi israeliani e amici di Israele nel mondo e noi condividiamo queste preoccupazioni.

L’esito positivo sarebbe invece che l’iniziativa palestinese diventi una tappa verso la ripresa rapida di trattative serie fra le due parti ai fini della creazione di uno Stato palestinese sulla base dei confini del 1967, con scambi concordati di territori, e di una soluzione negoziata del problema dei profughi.

In questo contesto, un’azione “unilaterale” e di portata simbolica potrebbe preludere a prospettive positive:

a) l’ammissione di uno Stato palestinese alle Nazioni Unite modificherebbe profondamente i termini del conflitto israelo-palestinese mettendo di fronte per la prima volta due stati sovrani;

b) il riconoscimento di uno Stato palestinese darebbe attuazione alla risoluzione 181 dell’Assemblea generale dell’ONU del 29 novembre 1947 che prevedeva la creazione di uno stato ebraico e di uno stato arabo entro i confini della Palestina mandataria. Per Israele, ciò equivarrebbe al riconoscimento delle frontiere scaturite dalla guerra del 1948 e vanificherebbe i timori di una “delegittimazione” da parte della comunità internazionale.

13 settembre 2011

JCALL è un movimento ebraico europeo costituitosi nel 2010 sulla base di un “Appello alla ragione” con 8000 firmatari (www.jcall.eu), in favore del negoziato di pace fra israeliani e palestinesi fondato sul principio di “Due Popoli, due Stati”. JCALL ha sezioni attive in Francia, Belgio, Italia, Svizzera,Olanda, Germania e rapporti stretti con movimenti affini negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.

Il Comunicato appare contemporaneamente in diversi giornali europei.

 

   

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