Storia
Dino Jarach giurista innovativo
di Manuel Disegni
Il diritto tributario vigente oggi nell’intero continente sudamericano è figlio dell’opera teorica di un ebreo torinese, emigrato in Argentina nel corso del secondo conflitto mondiale, rispondente al nome di Dino Jarach. La Asociaciòn Argentina de Estudios Fiscales tributava quest’inverno un omaggio al “Maestro” a quindici anni di distanza dalla sua morte e settanta dal suo arrivo in Argentina. “Che lo sappiamo o meno - afferma il presidente dei tributaristi argenitni Jorge Damarco - siamo tutti discepoli del Maestro Dino Jarach”. Il dottor Charàc (così pronunciano il suo cognome gli argentini) fu giurista innovativo che fece scuola stravolgendo la concezione classica del diritto fiscale. Suo merito accademico, spiega il professor Damarco, fu “l’elaborazione di una teoria generale del diritto tributario e della sua indipendenza disciplinare: è grazie alla sua opera fondamentale, El hecho imponible (Il Fatto Imponibile, edito in Italia da Cedam nel 1981, ndr), se oggi il diritto fiscale non è più considerato una sottodisciplina del diritto pubblico o costituzionale ma consegue la dignità di disciplina a sé stante. Dino Jarach ha gettato le basi per una ristrutturazione sistematica di tutti i sistemi di tassazione latinoamericani, è decisamente uno spartiacque nella storia del nostro fisco”. La sua opera è alla base anche dell’assetto fiscale italiano: nel dopoguerra fu richiamato in patria dal Ministro delle Finanze Luigi Einaudi per collaborare all’elaborazione della prima riforma del fisco della Repubblica italiana.
Il maestro alla scuola del quale Jarach si formò fu Camillo Viterbo, ordinario all’Università di Pavia che lo condusse fino alla sua precocissima laurea. Conseguì tale licenza a ventidue anni.
Quando la situazione degli ebrei nell’Italia fascista cominciava a farsi insicura Dino Jarach trovò un posto come assistente all’Università di Amsterdam. Presto anche l’Olanda si rivelò un rifugio malfermo per gli ebrei d’Europa: grazie alla fama che andava via via conseguendo il giovane promettente non ebbe difficoltà a trovare un posto all’Università di Cordoba, nell’Argentina centrale, dove strinse una longeva amicizia col filosofo marxista Rodolfo Mondolfo, un ebreo di Senigallia cacciato dall’ateneo torinese in seguito alle leggi razziali. Solo qui trovò le condizioni e la tranquillità necessarie allo sviluppo del suo pensiero. La sua carriera accademica proseguì quindi presso la Universidad Nacional de Buenos Aires.
Parallelamente Dino Jarach portava avanti un’intensa attività nelle istituzioni, prima come direttore del dipartimento fiscale della provincia di Buenos Aires e successivamente fu chiamato a collaborare con il governo nazionale nella commissione fisco; e nella pubblicistica: assiduo collaboratore de La Naciòn, il principale quotidiano Argentino, fu per molti anni direttore di una prestigiosa rivista specialistica, La Informaciòn.
I tre figli di Dino Jarach Roberto, Nora e Ariel vivono tuttora a Buenos Aires con i rispettivi figli e nipoti. La numerosa discendenza di Jarach appartiene alla borghesia colta e progressista come molti degli immigrati ebrei in Argentina. A proposito dell’ebraismo trasmesso da suo padre Roberto racconta di essere stato educato a “un’identità ebraica fortemente contaminata dai valori risorgimentali del patriottismo italiano, un ebraismo laico in cui il legame con la tradizione si accompagnava a una forte coscienza civica di appartenenza alla propria società diasporica”.
Nell’ambito del convegno-omaggio il compito di rievocare la figura personale del professor Jarach è affidato a Ruben Amigo, figlio intellettuale e stretto collaboratore del Maestro per trent’anni. “Dino Jarach era un giurista democratico, un umanista: deteneva un sapere enciclopedico, che unito al suo rigore esprimeva un’autorevolezza rara. Ciononostante - racconta Amigo - era un uomo modesto, non si lasciava mai cascare dall’alto, non pontificava. La sua eccellenza professionale si sostanziava di un’ampia libertà accademica e di una profonda onestà intellettuale. Aveva le idee molto chiare ma non faceva difficoltà a cambiarle: di lui ricordo un esercizio sistematico dell’autocritica, era perfezionista e nel suo lavoro non tollerava errori. Posso dire che trent’anni di lavoro al suo fianco, all’Università e nella redazione de La Informaciòn, mi hanno reso una persona migliore: il Maestro tributarista fu anche un maestro di vita”.
Manuel Disegni