Libri

 

I ragazzi venuti dalla terra di Israele

di Giovanna Fuschini

 

Mi è capitato spesso di sentir dire: come è possibile che gli Ebrei, durante la seconda guerra mondiale, si siano fatti catturare e deportare dai nazisti senza opporre resistenza, senza organizzare una lotta armata? Controbattere queste affermazioni non è difficile, esistono moltissimi argomenti e prove. Ma tutto è inutile a far ricredere chi è tanto sicuro di aver trovato l’argomentazione definitiva per supportare il proprio latente antisemitismo, dimostrando che l’atteggiamento imbelle degli Ebrei non era che un pretesto, il solito, addotto per poter presentarsi ancora una volta sulla scena della storia come vittime, per mettere in pessima luce quelli che sarebbero i loro persecutori e procurarsi vantaggi materiali.

Dunque è molto importante leggere il libro, uscito recentemente, di Primo Fornaciari: I ragazzi venuti dalla terra di Israele. Luoghi e storie della Brigata Ebraica in Romagna, ed. Longo, Ravenna, in cui l’autore, cifre alla mano, spiega: “Si stimano nel numero di circa un milione e mezzo i combattenti ebrei che nella seconda guerra mondiale hanno combattuto nelle unità degli eserciti alleati e in formazioni partigiane. Estremamente motivati, gli ebrei, contrariamente a quello che si crede, hanno partecipato proporzionalmente in numero più elevato rispetto a ogni altra nazione del mondo. Nelle forze armate degli Stati Uniti, ad esempio, erano inquadrati circa 550.000 uomini di fede israelitica, su un totale della popolazione ebraica americana di 5.500.000 persone. Il che costituì una partecipazione del dieci per cento, quando gli ebrei erano meno del tre per cento del totale dei cittadini. Questi soldati hanno combattuto in ogni teatro di guerra. [...] Circa 8000 soldati ebrei americani sono caduti su tutti i fronti e altre decine di migliaia sono stati feriti. [...] Nell’esercito britannico il fenomeno non fu minore, e in particolare si registrò un numero molto elevato di volontari accorsi a combattere nel vecchio continente dalla Terra d’Israele”. E l’unità combattente formata di volontari fu proprio la Brigata Ebraica, di 5000 uomini, che combatté nei mesi di marzo e aprile 1945 in Romagna, contribuendo in modo determinante allo sfondamento della linea gotica nella battaglia importantissima, anche se non abbastanza nota, disputata sul fronte del fiume Senio.

Ma quello di sfatare in modo seriamente documentato gli errori e i pregiudizi indotti dall’ignoranza non è l’unico merito di questo libro affascinante, né l’unico scopo per cui è stato scritto dal mio amico Primo, giovane e appassionato studioso di cultura e di lingua ebraica. Lo scopo principale è quello di riparare a un oblio di molti decenni e perciò all’ingratitudine degli italiani, e soprattutto dei romagnoli, verso i soldati della Brigata Ebraica. Questi, già approdati in terra di Palestina fuggendo dai vari paesi d’Europa dove infuriava la persecuzione e dove avevano lasciato parenti e amici, sentirono il dovere di tornare in Europa per combattere il nazismo, a costo di lasciarvi la vita. Molti erano studenti, altri intellettuali, ma la maggior parte erano contadini di kibbutz. Volevano partecipare a una guerra in cui si sentivano personalmente coinvolti e speravano di arrivare in tempo a salvare almeno una parte del loro popolo rimasto intrappolato nella rete mortale dell’universo concentrazionario.

Dopo un periodo di addestramento in Egitto, i soldati ebrei furono sbarcati in Puglia e risalirono la penisola fino alla Romagna, che sarà il principale teatro del loro impegno bellico. Alla fine della guerra poi gli stessi soldati si dedicarono all’assistenza dei profughi dei Lager, che vagavano disperati per l’Europa, e collaborarono al loro imbarco clandestino per la terra d’Israele.

Il problema delle vendette a cui, secondo alcuni, i soldati israeliti si sarebbero abbandonati, dopo aver conosciuto le crudeltà del nazismo, è pure affrontato da Primo che, sempre in base a una seria documentazione, può affermare che in Romagna “i soldati ebrei combatterono sì duramente, ma con dignità e umanità verso il nemico. E anche quando, come accadde sul fronte di Alfonsine, si trovarono a fronteggiare reparti della Wermacht caratterizzati da forti componenti naziste, agirono sempre nel rispetto delle convenzioni internazionali di guerra. In quei primi giorni di guerra, tra Mezzano e Alfonsine, ad esempio, furono fatti prigionieri alcune decine di tedeschi, ma non si registrò nessuna azione di giustizia sommaria”.

Le ricerche sul passaggio in Romagna di quei soldati di quasi 70 anni fa, che sfoggiavano particolari mostrine con la stella di Davide, sono state condotte dall’autore e da un gruppo di suoi collaboratori, riuniti nell’Associazione “Amici della Brigata Ebraica”. Ne è uscito questo libro, che non è semplicemente un libro di storia. Si tratta piuttosto di tante “storie piccole, di paese, con sullo sfondo però gli eventi mondiali e i loro drammi”. Primo ha raccolto testimonianze; ha visitato luoghi dimenticati dove i soldati ebrei hanno avuto contatti con la gente, hanno combattuto, sono rimasti feriti o uccisi. Ha saputo che, anni dopo, alcuni reduci sono tornati, soli o in piccoli gruppi, alla ricerca di un boschetto, di un argine, di una casa colonica che ricordavano, ma che spesso non esisteva più. Quello che rimane in terra di Romagna sono ormai quasi solo le tombe dei caduti, circa un centinaio, di cui una quarantina nel Cimitero militare britannico di Piangipane, vicino a Ravenna. In occasione degli anniversari oggi vengono delegazioni israeliane e non manca mai il dott. Luciano Caro, rabbino di Ferrara e delle Romagne, a cui si deve anche la presentazione di questo volume.

Si può dunque asserire che questo libro assolve a importantissimi compiti: rimedia a una mancanza, informa con scrupolo su quanto è avvenuto e spiega la volontà di riscatto con cui i volontari ebrei presero le armi e realizzarono un sogno. Ma affascinanti sono anche le pagine in cui scopriamo la passione per la cultura ebraica di Primo Fornaciari, che gli fa collegare la terra degli Ebrei alla terra di Romagna, attraverso il recupero di radici di parole bibliche in emozionanti riscontri.

Capitolo dopo capitolo seguiamo lo spostamento della Brigata dal sud al nord della Romagna: e scopriamo altri luoghi che costellano la narrazione e contribuiscono ad alimentarne il fascino: ad esempio la “collina della Giorgetta” o “Giorgetta Hill” nelle vecchie carte militari inglesi (uno sbancamento provvisorio di terra che serviva da fortino ai tedeschi), dove la Brigata Ebraica ottenne il primo successo; solo oggi il luogo è stato individuato attraverso una vecchia foto. Poi l’abitazione di una signora di Villanova, che era bambina quando la sua famiglia aveva ospitato i soldati ebrei e li aveva rifocillati con “i strichét”, una pasta fatta in casa tipica della Romagna. Quei ragazzi per gratitudine avevano donato alla bambina due tagliacarte con una misteriosa scritta incisa sopra: solo Primo, quando gli sono stati mostrati, ha saputo tradurre dall’ebraico quei caratteri sconosciuti: “Auguri per uno splendido 1945!”.

L’ultimo duro scontro in terra di Romagna avvenne presso Cuffiano, piccolo paese sul Senio, attorno a un antico mulino. Fu il primo centro liberato dalla Brigata Ebraica il 9 aprile, in una giornata di guerra difficile ma esaltante. Oggi il luogo è irriconoscibile, non è segnalato, il vecchio mulino se lo stanno mangiando le ruspe. Ma ad esso bisognerebbe invece attribuire, assicura Primo, l’importanza che hanno altri luoghi della cultura ebraica in Romagna, come la Bertinoro di Ovadyah Yare, come la Cesena di Ovadyah Sforno, come il cimitero ebraico di Lugo. Infatti, per i soldati di Israele, ha dichiarato un reduce, il fiume Senio è importante come il Giordano, anche se all’insaputa del mondo.

Giovanna Fuschini

    

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