Israele

 

Netanyahu, ovvero: l’odierna realtà d’Israele

 di Sandro Natan Di Castro

 

È triste ammetterlo, ma da tempo è necessario ricordarlo e continuamente: il capo del governo israeliano è un semplice uomo “politico”, non certo dotato delle caratteristiche dello statista, lontano (insieme all’attuale governo) dal voler realmente comprendere le vere necessità della popolazione, poco interessato a giungere ad un equo accordo di pace con i palestinesi e con il mondo arabo. Con un’ennesima dimostrazione degli ultimi giorni, avrebbe volutamente “invitato” e “suggerito” ad esponenti dell’Ebraismo americano di non partecipare ad un incontro con Abu Mazen negli Stati Uniti, dopo che quest’ultimo avrebbe proposto una formula di accordo di pace escludente condizioni da parte palestinese in cambio del congelamento di ulteriori insediamenti già progettati in Cisgiordania da parte israeliana.

Anche quando gli israeliani sono arrivati, da un anno a questa parte e sia pure in ritardo, allo stadio iniziato con l’avvento della “primavera araba”, dilagata in brevissimo tempo nella maggior parte del Medio Oriente ed in altri Paesi africani sulle sponde del Mediterraneo, “il politico” è stato colto di sorpresa reagendo con indifferente lentezza.

Anche quando gli israeliani, specie i giovani, si sono finalmente resi conto delle ingiuste ed assurde sperequazioni sociali esistenti da tempo, a vantaggio dei vari gruppi legati ad interessi pubblici e privati, (similmente a quanto accade in Grecia, Spagna, Italia e così via), “il politico” ha cercato inutilmente di barcamenarsi per evitare coraggiose decisioni, aggiudicandosi (per meglio definire: “accaparrandosi”) soltanto e per breve tempo i voti del partito Kadima, con i risultati ormai ben noti. Poco o niente è migliorato per gli strati medi della popolazione che necessitano da tempo un cambiamento di rotta delle risorse economiche investite senza limiti nei pluriennali insediamenti oltre confine.

Anche quando Israele è entrata a far parte della triste e agghiacciante storia di quei cittadini di vari Paesi che hanno scelto la strada di appiccarsi il fuoco come ultimo atto di protesta sociale, “il politico” non ha sentito la spontanea necessità (né lui e né gli altri membri del governo) di incontrare almeno gli autori di tale gesto per rendersi personalmente conto dell’urgenza della situazione economica di alcuni strati della popolazione.

Anche quando la maggior parte della popolazione ha fatto sentire la propria voce in favore dell’arruolamento nell’esercito di giovani ortodossi (sia pure con molte facilitazioni concesse, a differenza dei giovani laici), “il politico” si è chiuso in un labirinto di condizioni dettate da alcuni membri della maggioranza, senza tentare una coraggiosa via di uscita.

Anche quando si è delineata, più di una volta, la possibilità di un accordo con i palestinesi, basato sul giusto riconoscimento della restituzione di gran parte dei territori occupati con la guerra del ’67, “il politico”, preoccupato principalmente dallo smembramento della coalizione oltranzista, ha di nuovo fatto marcia indietro avallando la decisione di un apposito comitato che ha sanzionato (su ordinazione) la legalità della costruzione di nuove colonie e di nuove abitazioni in Cisgiordania.

Anche quando si è delineata l’assurdità (politica oltre che economica) della fondazione di un superfluo Istituto Universitario in Cisgiordania, “il politico” ha fornito senza indugi il suo “atteso” benestare ponendo così un’ulteriore pietra sul cammino di quella giusta pace che appare sempre più lontana.

Anche quando sono recentemente riaffiorate le proteste sociali dei vari ceti della popolazione, delusi dalle insoddisfacenti iniziative e richieste di cambiamenti dell’estate 2011, “il politico” ha ritenuto giunto il momento di premiare esponenti del partito Likud e degli altri partiti della coalizione, proponendo negli ultimi giorni un costoso festeggiamento a spese del suo Ministero (proposta rientrata, solo in seguito all’energico intervento dell’Ente preposto al controllo dei Conti dello Stato).

Mentre proseguono incessantemente i malcelati tentativi di Netanyahu di sostenere il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti attraverso il dissenso con Obama sulla necessità di un prossimo attacco unilaterale d’Israele all’Iran, il quotidiano “Haaretz” sintetizza così in un recente editoriale dal titolo “Tratti neri sulla nostra immagine”:

“Nel momento in cui Netanyahu elogia la democrazia illuminata d’Israele, sacerdoti si affidano all’Halachà sui temi della sicurezza e della pace, rabbini negano a giovani il diritto ad un’istruzione basilare mentre le donne sono sospinte verso il retro degli autobus (o sul marciapiede opposto! n.d.r.). Il governo di Netanyahu nega la libertà ad un altro popolo, ricaccia indietro migranti verso una tragica sorte, perseguita le organizzazioni per i diritti umani e attacca la libertà accademica… Ogni terzo bambino in Israele vive al disotto della soglia di povertà ed ogni quarto scienziato cerca occupazione oltremare. Israele ha giustamente ottenuto notevoli risultati ed ha acquisito un onorevole ruolo nel mondo scientifico, nella tecnologia e nella cultura. Sotto la direzione di Netanyahu, le milizie medioevali dell’Ebraismo radicale e nazionalista tracciano spesse linee nere sull’immagine d’Israele”.

In assenza di uno statista dotato di una visione ben più ampia e ben più consona ed adatta ai mutamenti sociali e politici in atto, quella espressa dall’attuale capo del governo israeliano si associa purtroppo alle altre limitate risorse di cui dispone da tempo il Paese.

C’è solo da augurarsi che quanto prima nuove correnti e movimenti possano accordarsi democraticamente per la formazione di un nuovo governo, incamminandosi su ben altri binari e percorsi consoni ai principi di legalità su cui è stato creato lo Stato.

Sandro Natan Di Castro

Ottobre 2012