Israele-Palestina

 

Di qua e di là del muro

 di Alberto Fierro

 

Alberto Fierro ha 23 anni, studia economia ed è rappresentante nel senato accademico torinese per gli studenti indipendenti. Quest’estate dal 31 luglio al 28 agosto ha girato con un amico Israele e Palestina. I report, nati dall’esigenza di raccontare immediatamente le emozioni e le cose che vedeva, sono stati inizialmente pubblicati su facebook. Ne riprendiamo qui alcuni che riteniamo molto interessanti, sia per ciò che raccontano sia per i problemi che pongono. In particolare l’ultimo, come sottolinea l’autore stesso, invita a una riflessione più ampia sull’identità di Israele come stato che aspira ad essere contemporaneamente ebraico e democratico, tema che meriterà di essere sviluppato ulteriormente nei prossimi numeri.

 

Hebron

Hebron (Palestina). Siamo arrivati stamattina con un taxi collettivo da Ramallah. La prima impressione è quella di essere in una normalissima cittadina araba: mercato, gente in giro, confusione, odori strani. Sulla guida c’è il numero del Christian Peacemaker Team, un’organizzazione che lavora a Hebron per fare “pressione pacifica”.

Inger è svedese e gentilissima. Vive in Palestina da molti anni. Ci porta sul tetto del loro edificio: ci sono soldati israeliani su molti tetti tutto intorno, “controllano”. Vediamo le colonie intorno alla città, una yeshivà a 20 metri. Inger ci spiega che la strada sotto di noi è il confine con la parte di città sotto il controllo dell’esercito israeliano. Ci fa vedere un buco in un muro da cui sono costretti a passare alcuni palestinesi per tornare a casa (è come se dovessero entrare dal retro). Hebron è divisa in due parti: la prima sotto il controllo palestinese, la seconda invece completamente controllata da Israele. La cosa più importante a Hebron sono le tombe dei patriarchi. Luogo santissimo per tutti, indiscriminatamente.Inger ci spiega come entrare nella parte controllata da Israele. Mentre andiamo ci accorgiamo che sopra la strada del mercato c’è una rete, serve a proteggere la strada dal lancio di pietre (se ne vedono parecchie sopra). Per entrare bisogna passare un checkpoint, poi, la città fantasma. È la stessa città di prima, solo che non c’è anima viva in giro. I negozi sono tutti sprangati. Militari più o meno ogni cento metri. Ci sono cartelli che spiegano che Hebron era una città ebraica, che nel 1929 gli arabi del luogo hanno ammazzato 67 ebrei tra cui anziani e bambini.

 

Dalla Sukkà si deve vedere il cielo stellato
(disegno di Stefano Levi dalla Torre)

 

Altri cartelli rivendicano la proprietà di quelle strade, di quel quartiere, dicono “gli arabi ce lo hanno rubato”.Spiegano che a causa della seconda Intifada hanno dovuto chiudere i negozi della strada per ragioni di sicurezza. Continuiamo a camminare nella città fantasma. Ad un certo punto vediamo delle persone, sono ebrei che vanno al luogo di sepoltura dei patriarchi. C’è un grande parcheggio, arrivano addirittura i bus di linea della Egged (la compagnia più importante di Israele). Facciamo una breve visita ai patriarchi, continuiamo a camminare, la strada ci porta a Kyriat Arba, una colonia israeliana a 15 minuti di cammino. Nel mentre incontriamo qualche persona, sono palestinesi che abitano nella città fantasma. Hanno dei permessi speciali per entrare, ogni tanto c’è anche qualche negozietto. La colonia è tutta circondata di filo spinato, ci chiedono il passaporto per entrare. Dentro sembra un tranquillissimo quartiere residenziale. Ci aspettavamo solo ebrei ultraortodossi, invece no, ci sono tante persone “occidentali”. Chissà che vitaccia, pensiamo. Facciamo la strada all’indietro, scattiamo qualche fotografia, dei bambini ci chiedono degli shekel e un ragazzo palestinese ci offre di fare un giro con lui. Uscire di nuovo nella Hebron “viva” fa impressione.

 

Mohammad Othman

Stasera ho conosciuto un uomo incredibile, da rimanere senza parole.

Si chiama Mohammad Othman, è un attivista palestinese e lotta da quando era ragazzo per la libertà del suo paese. Ha i capelli lunghi, è musulmano ma gli piacciono le abitudini occidentali (ci siamo trovati molto d’accordo sul whisky). Mohammad è stato in carcere circa 22 volte, la prima aveva 16 anni. Ha ricevuto la prima carta d’identità appena uscito dal carcere, a 18 anni. Ha una fidanzata israeliana, e un gran cuore. Ci ha raccontato un po’ della sua esperienza, le sue idee sono di una radicalità estrema, ma in un senso estremamente diverso da quello che ci si potrebbe immaginare: “Ve lo dico per la quarta volta: una resistenza non violenta”, questo è quello che ci ha detto.

“Ma come potrei voler buttare gli israeliani a mare?” (luogo comune rispetto alle intenzioni dei palestinesi) - si chiede - “l’80 per cento dei giovani palestinesi nati dopo il ’96 non l’ha mai nemmeno visto. Stanno costruendo barriere su barriere, non ci possiamo proprio andare al mare!”

Mohammad è stato sei mesi in isolamento, più altri tre mesi in cui le uniche persone che ha visto erano il giudice e l’investigatore, e l’unica cosa che chiede è che gli israeliani riconoscano i palestinesi in quanto esseri umani.

Gli ho parlato delle difficoltà nell’affrontare il tema del conflitto israelo-palestinese in Europa, in Italia. Dell’idea che Israele in quanto “stato per gli ebrei” porti inevitabilmente con sé un fortissimo rischio di razzismo e discriminazione nei confronti di coloro che ebrei non lo sono. La sua risposta e la sua convinzione mi hanno scioccato. “ Tu, in quanto europeo, hai una responsabilità, ed è quella di condividere la realtà della situazione palestinese, la nostra vita, la condizione dell’apertheid. Non importa quanto le persone siano accecate, tu devi invitarle a venire con te a Ramallah, a Nablus, a Hebron, per vedere la realtà.”

Gli israeliani subiscono un forte meccanismo di propaganda, e in più non possono andare in Palestina per vedere con i loro occhi cosa succede, non possono proprio, è illegale.

Ma Mohammad è ottimista: “è come se vivessero in una bolla, che però prima o poi scoppierà, tra quanti anni non lo so, ma so che c’è un futuro per i miei figli”. Alla mia visione pessimista (se la bolla non scoppiasse in tempo? Se nel frattempo le condizioni peggiorassero sensibilmente? Se ci fosse una guerra?), Mohammad risponde: “la storia non si può ripetere, la comunità internazionale ci vede”. Lo speriamo tutti.

Mohammad è un uomo dal cuore grande, che non ha paura, sono contento di averlo conosciuto.

 

Freedom Theatre

Oggi siamo andati al Freedom Theatre di Jenin. Si prende un taxi dalla città perchè si trova a 3 km, nel campo profughi. È una normalissima casa. La facciata è colorata, c’è un cortile davanti all’ingresso e sulla destra c’è il teatro. Cerchiamo qualcuno per presentarci, ieri Mohammed ci ha detto di chiedere di Jonathan (un ragazzo israeliano).

Non c’è nessuno, esploriamo un po’. È tutto molto carino, vediamo la guesthouse dove stanno i volontari. Aspettiamo un po’ davanti all’ingresso finché non arriva un signore: è Adnan Nghnghya, il tecnico e credo un po’ anche tuttofare del teatro. Ci fa entrare, è gentile e parla inglese. Gli chiediamo delle attività del teatro. Ci spiega che la maggior parte dei progetti non sono per bambini, bensì per studenti. Non c’è solo teatro, organizzano anche corsi di scrittura creativa, filmmaking etc. Ad un certo punto inizia il racconto della nascita del progetto Freedom Theatre. Ci parla di una signora, Arna Mer, un’ebrea che nel 1948 lavorava per l’esercito e che si innamorò di un uomo arabo, Saliba Khamis. Lui è stato uno dei fondatori del partito comunista in Israele, lei è stata un’attivista per i diritti dei palestinesi ed un po’ la madre spirituale del teatro. All’inizio si chiamava Stone Theatre, perche era l’epoca della prima intifada e la lotta dei palestinesi era la lotta delle pietre.

 


Goliat e David (disegno di Stefano Levi Della Torre)

Un gruppo di ragazzi, amici tra loro e abitanti di Jenin, aveva la passione del teatro; insieme ad Arna Mer e a Juliano Khamis (suo figlio) realizzarono il primo progetto del teatro a Jenin. Era fin da subito una forma di emancipazione sociale, era la passione di questi sette ragazzi. Adnan ci racconta anche dei problemi finanziari che ebbe il teatro dopo gli accordi di Oslo: tutto a un tratto i soldi degli europei arrivarono solamente all’Autorità Nazionale Palestinese, che fu corrotta nella gestione di questi soldi, e così molti progetti culturali non trovarono più i finanziamenti.

Passarono gli anni, e la situazione politica non migliorò, anzi. Nel 2000 iniziava la seconda intifada. I ragazzi attori del freedom theatre diventarono terroristi. Yousef nelle brigate Al-Aqsa, il braccio militar-terroristico di Fatah. Ne sono sopravvissuti solo due.

Adnan dice: “Gli israeliani ci fanno fare quello che vogliono loro, ci indicano dov’è il buco e noi ci buttiamo dentro”. È chiaro che non è d’accordo con il cambio dei metodi della seconda intifada: prima erano pietre, poi sono diventate bombe. “Così noi siamo passati dalla parte dei terroristi e loro da quella delle vittime. Ma c’è una storia dietro ogni terrorista: Youssef stava camminando vicino alla scuola femminile, una bomba israeliana è scoppiata causando diversi morti e feriti. Youssef vide una ragazza morente, la prese tra le braccia per portarla all’ospedale, ma lei morì tra le sue braccia.”

Nel 2002 torna a Jenin Juliano Khamis, con l’intenzione di riprendere il progetto del teatro all’interno del campo profughi. Adnan ci porta in una stanza che hanno adibito a piccolo cinema, è carino! È una presentazione del Freedom Theatre. Si vede Juliano travestito da clown che fa ridere i bambini. Nel 2007 era già riuscito a ricostruire tutto, il teatro era di nuovo in funzione. “Era un uomo, ma valeva trenta” dice Adnan. Poi ci sono interviste alle ragazze e ai ragazzi del Freedom Theatre: le prime rivendicano finalmente uno spazio per loro, per sentirsi libere, per sfuggire dall’oppressione casalinga che le obbliga a sbrigare mille faccende. I secondi ringraziano il teatro perche ha dato loro un obiettivo, uno scopo. Un ragazzo dice: “prima volevo morire martire, ora spero di morire anziano. voglio fare l’attore”

Purtroppo Juliano è stato assassinato un anno e mezzo fa. Sia la polizia israeliana che quella palestinese stanno ancora indagando.

Quando gli chiedo la sua opinione sulla responsabilità per l’assassinio, Adnan non ha dubbi: “Secondo me è Israele”. Purtroppo, per Juliano mancano sia la verità, sia la giustizia. Ringraziamo Adnan commossi, peccato per le magliette: troppo costose!

 

Gerusalemme Est

Oggi abbiamo fatto un tour di Gerusalemme organizzato da ICHAD (Israeli comittee against house demolitions). Ci porta Inbar Horesh, una ragazza ebrea israeliana di 24 anni che studia alla Open University. Siamo insieme a David, un signore ebreo canadese che lavora come free-lance per la radio.

Il tour inizia con una chiacchierata nella sede di ICHAD. Inbar ci fa vedere le cartine di Israele e Palestina prima del conflitto del ’48, dopo la guerra del ’67, ed oggi. Inbar, cartina alla mano, ci spiega gli accordi di Oslo e di Camp David. Poi ci parla degli insediamenti e del muro. Oggi gli insediamenti israeliani non garantiscono di fatto una continuità territoriale alla West Bank, ed è molto interessante vedere come il muro non sia stato costruito sul confine tra Israele e Palestina, ma dentro la West Bank,come ad isolare le quattro aree dove ci sono le maggiori città palestinesi.

Iniziamo il tour. Gerusalemme est è stata conquistata dagli israeliani nel ’67, ad oggi solo due paesi al mondo riconoscono quest’annessione come legittima. I cittadini palestinesi di Gerusalemme non sono cittadini israeliani, anche se secondo la legge israeliana vivrebbero in israele. Sono solo cittadini di Gerusalemme. Ma devono provare, per legge, di avere domicilio continuativo in città. Altrimenti perdono automaticamente la cittadinanza. l’onere della prova spetta a loro. Guardiamo la città da un punto panoramico: a sud si vede il muro, sotto di noi ci sono i villaggi palestinesi dell’area di Gerusalemme est. Questi villaggi sono all’interno dell’area municipale di Gerusalemme, dovrebbero quindi usufruire degli stessi benefici della città. Ma non e così.

Come si fa riconoscere una casa palestinese da una israeliana? Quelle palestinesi hanno una botte nera sul tetto per tenere l’acqua: perche l’acqua corrente arriva solo poche ore al giorno (spesso di notte). È interessante vedere sulla cartina il percorso che fa il muro rispetto ai confini della municipalità: non li rispetta, un villaggio palestinese del nord che sarebbe a Gerusalemme è stato escluso attraverso il muro.

Scendiamo per questi villaggi: di colpo non ci sono più i marciapiedi, Inbar ci mostra cumuli di immondizia bruciati. Quà non c’è il servizio di smaltimento rifiuti della Gerusalemme normale.

Ci porta al muro. Alto 8 metri e con filo spinato (l’hanno aggiunto dopo perche i bambini si arrampicavano); Inbar si chiede perche qua sia così alto mentre in tanti altri posti è solo una barriera di metallo. Perche qui è assolutamente innaturale un confine, ci spiega.

Dietro il muro c’è la moschea e l’università. Un giovane abitante di Gerusalemme est, che in linea d’aria è a venti metri dall’università, per andarci ci mette un’ora (come da Tel Aviv a Gerusalemme). Inbar ci mostra i numerosi progetti di insediamenti ebraici a Gerusalemme: “non è come molti dicono che i coloni siano pazzi e il governo non li aiuti o li osteggi: qua per esmpio c’era la più grande stazione di polizia di Gerusalemme est che è stata spostata per edificare nuove case per gli ebrei, ora la nuova stazione di polizia è una cattedrale nel deserto, in piena zona C in West Bank: si vede benissimo da Ma’le Adumim.

Un’ultima cosa. I palestinesi non possono costruire case nè a Gerusalemme est nè tantomeno nella zona C. Vengono negati loro i permessi.

L’unica possibilità è di costruire illegalmente. Per farlo bisogna pagare una tassa alla municipalità di 200 euro per metro quadro. E non vale come sanatoria. Su queste case pende il decreto di demolizione, che può essere esercitato a piacimento. Di solito viene notificato di giovedì, perche venerdì e sabato è festa e ci sono solo tre giorni per fare ricorso. Di solito vengono di notte a demolire, e i palestinesi devono pagare una tassa per la demolizione, e poi sono addirittura responsabili per i calcinacci. Gli abitanti di Gerusalemme est pagano le stesse tasse degli abitanti ebrei di Gerusalemme, ma vivono in queste condizioni. Anzi, sono i cittadini modello! Perche l’unico modo che hanno per provare che vivono in modo continuativo in città è mostrare le ricevute delle bollette.

 

Akka

Akka (Akko) è una città di circa 50.000 abitanti poco distante da Haifa, sulla costa israeliana. Come Jaffa, storicamente era una città araba. Ora esiste una consistente minoranza di palestinesi con passaporto israeliano (circa 15.000), concentrati prevalentemente nella città vecchia. Lì ho incontrato Sami, un attivista per i diritti dei cittadini palestinesi con passaporto israeliano. Mi ha parlato di numerose forme di discriminazione. Sull’istruzione, ad esempio. In città ci sono nove scuole elementari: sette sono per bambini ebrei e due per arabi. La concentrazione degli scolari è evidentemente molto più alta nelle “scuole arabe”. Mi ha raccontato anche del consiglio comunale: su 19 componenti, solo tre rappresentano la minoranza palestinese (e purtroppo a suo parere sono anche corrotti). Ma il problema su cui si è soffermato maggiormente è quello delle case.

Ai palestinesi con passaporto israeliano residenti ad Akka viene impedito di fatto l’acquisto di nuovi appartamenti, in particolare nella città vecchia. Le agenzie immobiliari sono prevalentemente gestite da ebrei ed i prezzi che vengono richiesti agli acquirenti palestinesi sono “incredibilmente” alti. Per lo stesso alloggio esistono due prezzi diversi: uno per gli ebrei israeliani ed un altro per i palestinesi. Sami ed altri attivisti (anche ebrei israeliani) hanno provato a denunciare pubblicamente la situazione, raccogliendo le prove dell’ingiustizia. Hanno mandato alla ricerca di un appartamento un cittadino palestinese, al quale l’agenzia immobiliare ha cordialmente detto che in quel momento non c’erano appartamenti liberi a disposizione. Successivamente, un’ebrea israeliana munita di telecamera nascosta, si è informata rispetto alla medesima possibilità: magicamente, è stato trovato un appartemento disponibile. Inoltre, di fronte alle finte preoccupazioni dell’attivista (“ho visto entrare un arabo qui da voi! Non è che per caso ci sono anche loro in questi nuovi appartamenti?”), sono giunte rassicurazioni del fatto che non avrebbero venduto neanche uno di questi nuovi appartamenti ai cittadini palestinesi. Il video è stato trasmesso dalla televisione pubblica israeliana.

L’episodio dell’agenzia immobiliare è un esempio della discriminazione che subiscono i cittadini israeliani non ebrei. Purtroppo esistono forme anche più gravi, poichè sono stabilite per legge. Se un ebreo israeliano decide di andare a vivere all’estero, lo Stato gli offre interessanti agevolazioni per tornare a vivere in Israele (prestiti a tassi agevolati, sostegno per l’educazione dei figli, e così via); lo stesso non vale per un cittadino non ebreo. Questo fenomeno viene chiamato “giudeizzazione” di Israele. Si tratta di una tendenza, a mio parere assolutamente conclamata, a favorire i cittadini ebrei piuttosto che i non ebrei.

A prescindere dalle ragioni storico-politiche di tale fenomeno, su cui sarebbe auspicabile un’approfondita riflessione, è importantissimo denunciare e riflettere sulla discriminazione che lo Stato d’Israele opera nei confronti dei cittadini non-ebrei.

È una questione che interessa primariamente Israele stesso: citando Israel Shahak, noto scienziato e attivista politico: “Non si può combattere efficacemente l’antisemitismo se allo stesso tempo non si combatte lo sciovinismo ebraico”.

Alberto Fierro

   

Share |