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Responsabilità di ieri e di oggi

 di Anna Segre

 

I processi di riconoscimento e assunzione di responsabilità - si sa - durano a lungo. Solo da pochi anni si è sviluppata in Germania una seria riflessione sulla propria storia, tema affrontato, da angolature diverse, da alcuni articoli presenti in questo numero. Da un lato abbiamo il contributo del sociologo tedesco Arne Kellerman, molto critico verso il proprio paese; un articolo denso e originale, di cui alcuni di noi non condividono del tutto la drasticità dei toni e dei giudizi. Dall’altro abbiamo le impressioni più positive di Maria Teresa Milano e di Bruna Laudi, dettate anche dal confronto tra la riflessione tedesca - pur con tutti i limiti evidenziati da Kellerman - e quella italiana, ben più immatura e autoassolutoria. Interessante anche l’intervista a Tommaso Speccher, guida al museo ebraico di Berlino.

Mentre chiudevamo questo numero ricco di spunti di riflessione sul tema della responsabilità è avvenuta la tragedia di Lampedusa, che richiederà certamente analisi più approfondite di queste brevi note. Tutti sono addolorati, tutti sono indignati, tutti gridano che non dovrà più accadere. Dietro a questa apparente e inutile unanimità, però, si celano idee ben diverse, visioni del mondo radicalmente opposte tra loro. Non è la stessa cosa chiedere l’abolizione della legge Bossi-Fini o sognare un Mediterraneo controllato centimetro per centimetro, come se bastasse spostare le morti un po’ più in là, fare in modo che non avvengano proprio sulle nostre coste o nelle immediate vicinanze, per liberarsi la coscienza e non sentirsi responsabili. Tragedie come queste chiamano in causa noi, l’Europa, l’intero mondo occidentale. Come possiamo far convivere il sostanziale rispetto dei diritti umani all’interno dei nostri confini con la sostanziale indifferenza per ciò che accade all’esterno? Problemi che si pongono oggi e si ponevano settant’anni fa quando le vittime, i profughi, gli immigrati clandestini erano i nostri genitori e nonni.

Anna Segre

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