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Un centenario in parte anche mio

 di Aldo Zargani

 

Il mio primo ricordo dell’Hashomer Hatzair risale a quasi 70 anni fa, quando la Guardia aveva 30 anni e io 12.

Nella diruta Comunità ancora Israelitica di Torino, si diffuse la voce che i Palestinesi (così allora venivano chiamati i soldati della Brigata Ebraica) davano da mangiare ai bambini. Erano stati soldati combattenti: Shmuel, ancora affetto da choc postraumatico, si nascondeva sotto la cattedra quando sentiva il rombo metallico di un aereo da caccia. Cattedra? Sì, perché avevano sequestrato una scuola vuota, principalmente per darci da mangiare; e ne avevamo bisogno in quei primi giorni di maggio. Eravamo superstiti, ma a noi non veniva neppure in mente di esserlo: eravamo vivi. Mangiavamo a quattro ganasce, e poi i Palestinesi ci insegnavano canzoni, balli, ci davano lezioni di ebraico cominciando col corsivo, a noi che leggevamo a stento la Tefillah con le vocali. Erano soldati che, non contenti di esserlo, dedicavano il loro tempo libero a bambini, molti orfani di padre e di madre, che superstiti non ci sentivamo, ma miserandi eravamo. Quegli uomini dell’Hashomer Hatzair ci tendevano la mano per farci uscire dalla fossa.

Questo è il mio primo ricordo: uvetta zibibbo, paste con la marmellata, pane bianchissimo rubato agli americani che chi non l’ha assaggiato allora, mai saprà che cos’è il lehem. “Dei lanu lechem”, e loro ce lo davano.

Secondo ricordo: noi parlavamo, già allora ininterrottamente, del nostro recentissimo passato: “Ma, quando sono arrivati i tedeschi ci siamo rifugiati nel fienile dei vicini”, “Allora un tedesco mi ha guardato…”, ”Sentivamo le moto tedesche che risalivano la vallata, tre tedeschi per Zundap, due tedeschi sui sellini e un tedesco sul sidecar…”, “Ho visto un tedesco morto stecchito…”.

Avraham ci fece una predica, credo in un miscuglio di tedesco-italiano, yiddish-italiano, ebraico-italiano che traduco per voi: “Mai, mai, mai, mai dovete dire la parola tedeschi. I tedeschi sono un popolo come quello ebraico, non sono loro i nostri nemici, ma i nazionalsocialisti che sono nemici dell’umanità, degli italiani, degli ebrei e, sì, anche dei tedeschi: dovete sempre dire Nazisti”. È da allora, dal giugno del 1945, che quando nel mio cervello mi narro la Shoah e si formula la parola tedesco, mi traduco “Nazista”.

Non è forse un caso che il giorno dopo ci insegnarono, in ebraico, l’Internazionale. L’ho cantata in ebraico due mesi fa con un vecchio medico russo che, lui, la cantava in russo. Funziona benissimo dal punto di vista musicale anche in due lingue così diverse.

Terzo ricordo: Itzhach aveva sottratto un camion inglese per farci fare una gita in montagna, e ognuno si era portato con sé il proprio pranzetto. La mamma aveva arrangiato per me e mio fratello due panini con dentro due cotolette alla milanese avanzate dal giorno prima e nessuno al mondo mai saprà quanto sono buone quelle del giorno prima. Però Itzhach mescolò le nostre merendine e a me toccò una frittatina di spinaci di chissà chi. Io volevo la mia cotoletta, la mia cotoletta, quella della mia mamma! Quando si giunse alla fine del pranzetto, Itzhach mi chiamò da solo sul camion, aprì il mio cestino, tirò fuori il capolavoro della mia mamma e sussurrò: “Eccola qui, la tua cotoletta, ma tu hai mangiato oppure no? Ricordati che il socialismo è questo: si vive felici, si mangia allegri e si risparmiano molte cotolette”.

Quarto ricordo: i Palestinesi se n’erano già andati da un bel po’ lasciandoci il loro ricordo e portandosi dietro alcune delle nostre cugine più grandicelle, ma noi insistevamo con la storia degli Zofim e dell’Hashomer Hatzair e chiedevamo alla riluttante Comunità una stanza per 15-20 persone per le nostre riunioni e per celebrare l’Oneg-Shabbath, la felicità del Sabato. Non c’era modo di trovarla, la nostra saletta, fin quando Rav Dario Disegni, austero, colto, inflessibile, iracondo e sentimentale, trovò una soluzione un po’ paurosa che noi ritenemmo anche oltraggiosa, erroneamente penso adesso, dopo tanti anni. Spaventosa: ci assegnò la sala mortuaria della Casa di Riposo.

Non potevamo ovviamente usarla quando c’era il morto, ma sì quando c’era la bara vuota in attesa. Fu in quella sala che celebrammo ogni nostro Oneg-Shabbath con riti laici: le opere di Franz Kafka, Spoon River, un medico amico di una mia cugina che non si era innamorata di nessun Palestinese fece una lunga trattazione sulle teorie di Mendel-Lissenko rispetto a quelle di Darwin. Capimmo poco, ma intendemmo che Mendel si sbagliava, Lissenko era un delinquente e Darwin un genio. E vi risparmio Marx, Freud, il kibbutz, la coltivazione del cotone, gli aranceti, i “Quaderni di Malte Laurids Brigge”. Ci si preparava per tutta la settimana, la bara, quando c’era, serviva da cattedra o da proscenio e il fatto di essere stati beffati dal Rabbino Capo ci rendeva ancora più allegri. Ma era una beffa?

Da quei tempi ne abbiamo viste di tutte, nessuno dei nostri sogni si è realizzato, nemmeno quello del ’68, quando i giovani protestarono contro i padri come avevamo fatto noi più di 20 anni prima.

Tutto è cenere, salvo una cosa sola: l’Hashomer Hatzair ha insegnato a noi e alle generazioni successive il significato di un quadro di Chagall dove un uomo, con un passo, scavalca il mondo. Siamo pochi, anzi, pochissimi, ma siamo durati di generazione in generazione e adesso giovani e vecchi davanti alla Grande Crisi, economica, sociale, antropologica, morale, intellettuale sappiamo che c’è un futuro e qualcuno lo raggiungerà d’un balzo: il progresso è un dovere che spetta a tutti.

Questo è quel che ci hanno insegnato quei giovanotti dell’Hashomer Hatzair.

Aldo Zargani

Roma, 4 settembre 2013