Israele

 

Moralità e pragmatismo

 di Rimmon Lavi

 

Non c’è dubbio che la situazione attuale del Medio Oriente in generale e della Siria in particolare sia molto complessa, e che le analisi e le posizioni tradizionali, ideologiche o pragmatiche, non aiutano a chiarificarla. Non per nulla si dilaniano internamente repubblicani e democratici americani, destra e sinistra europea, coalizioni occidentali “imperialistiche” di fronte al rinnovato blocco della Russia post-comunista con la Cina.

Può darsi che soltanto la minaccia di attacco americano abbia promosso un accordo che neutralizzi l’uso delle armi chimiche senza portare alla guerra civile, incerta e pericolosa per tutti. Accordo a cui avrebbero dovuto tendere gli sforzi diplomatici fin dall’inizio della crisi, invece di attendere l’iniziativa di Putin, interessato solo a salvare Assad come unico avamposto dell’influenza russa. Tutti prima esitavano su chi puntare nella roulette caotica della guerra civile in Siria. L’assenza di obiettivi strategici realizzabili è palese, e comune a tutti gli interventi esterni nel mondo islamico: Libano, Afganistan, Irak, Libia, Egitto, e oggi la Siria. L’esportazione della democrazia e la sua imposizione artificiale solo come sistema elettorale, mentre l’economia e la società restano vassalle allo sfruttamento post-coloniale, è chiaramente fallimentare. È chiaro che un accordo, pur importante se implementato, sulle armi chimiche in Siria potrebbe aprire speranze riguardo al pericolo atomico in Iran, malgrado l’isolazionismo europeo e americano, e grazie all’indebolimento dell’asse comune con la Siria ed Hezbollah. Tra gli assurdi della situazione bisogna contare anche il fatto che la Francia, protettrice tradizionale dei cristiani del Libano e della Siria, si trova adesso, con presidente socialista, a promuovere l’attacco contro Assad che è, stranamente, l’unica difesa delle minoranze alawi, cristiane e druse, minacciate in Siria (come in Egitto) dai gruppi sunniti fondamentalisti.

Detto questo, vorrei tentare di analizzare la posizione israeliana, che forse è ancora più complessa, proprio perché Israele sarebbe l’unico stato che possa essere minacciato direttamente sia da qualsiasi esito della guerra civile in Siria, sia dall’intervento americano, sia dalla sua assenza, sia direttamente dalle armi chimiche, sia indirettamente da un accordo che le blocchi, sì, ma indebolendo la minaccia di intervento contro lo sviluppo nucleare iraniano. In più la ferocia e la violenza interna tra gli arabi e i musulmani di differenti sette o gruppi ci fa orripilare dappertutto nel Medio Oriente (anche se l’Europa cristiana non deve certo essere fiera della sua “umanità”, nella storia meno e più recente, vedi Irlanda, Bosnia, Kosovo, etc.): ma per Israele, che è visto da tutte le forze belligeranti come nemico comune, odiato mortalmente come causa prima di ogni malanno, questa ferocia interna esaspera la minaccia di cosa succederebbe se i rapporti di forza fossero sbilanciati, come è successo 40 anni fa, all’inizio della guerra d’Ottobre 1973. La guerra d’allora si è conclusa in modo da permettere sia a Israele sia all’Egitto di considerarsi vincitori (e quindi poi arrivare all’accordo di pace, anche se fredda), solo grazie all’esitazione degli eserciti arabi, sorpresi loro stessi dall’impreparazione israeliana, grazie all’eroismo di molte unità israeliane, grazie alle distese del deserto del Sinai e delle alture del Golan che allontanavano le frontiere e la guerra dai centri abitati israeliani, ma soprattutto grazie al ponte aereo di armi e rifornimenti militari americani a Israele, che ha reso possibile allora il contrattacco. Oggi la minaccia militare su Israele è soprattutto di missili a corto e lungo raggio, anche a poco prezzo, sia da Gaza, sia dal Libano, sia dalla Siria e dall’Iran, e forse anche da una plausibile Cisgiordania palestinese caduta in mano ai fondamentalisti: quindi il valore delle frontiere lontane è molto ridotto, mentre l’odio delle popolazioni vicine sembra ancora più grave, e la possibilità di aiuto diplomatico e militare, diretto o indiretto, di una grande potenza estera è esistenziale.

Israele ha, come la Turchia, una frontiera comune con la Siria, un’intelligence molto precisa e una forza aerea già più volte intervenuta (secondo fonti “estere”) non ufficialmente ma molto efficacemente in Siria. Se fosse tecnicamente possibile neutralizzare o distruggere le armi chimiche (che minacciano a lungo termine anche Israele stesso) e bloccare le stragi della popolazione civile siriana, questo sarebbe certo più facilmente realizzabile da Israele che non da basi e stati lontani. Israele è nemico comune sia di Assad, sia di tutti i gruppi d’opposizione, forse ad eccezione dei curdi, e il suo intervento palese potrebbe forse unire tutte le parti, inclusi gli stati arabi, in una condanna unanime, e soprattutto rendere legittima la rappresaglia contro la popolazione civile israeliana.

È chiaro dunque perché Israele mantiene formalmente e pragmaticamente una posizione neutrale, temendo l’instabilità che succederebbe al crollo di Assad e il pericolo dei gruppi più fanatici (come quelli basatisi nel Sinai dopo il crollo di Mubarak,e durante il breve potere di Morsi e l’amicizia dei Fratelli Musulmani col Hamas di Gaza), ma temendo pure la vittoria di Assad, avamposto assieme ad Hezbollah con decine di migliaia di missili dal Libano dell’asse iraniana che si sta nuclearizzando.

Ma come si possono accettare invece le posizioni informali di quasi tutti i politici israeliani, e palesi di tutti i giornalisti locali, che puntano sull’intervento armato americano, e sottolineano l’obbligo “morale” di Obama e degli USA, nel loro compito di sceriffo internazionale, di punire le stragi di civili siriani? Senza parlare del disprezzo per l’astensionismo europeo: le posizioni diplomaticamente esitanti dell’Europa sulle stragi civili tra gli arabi nel Medio Oriente sono viste in Israele come espressioni d’ipocrisia anti-israeliana. È vero che la debolezza ispirata da Obama, la tendenza isolazionistica dopo le avventure militari di Bush e il diminuito interesse economico dell’Occidente per il petrolio mediorientale lasciano Israele praticamente sola e senza appoggio internazionale nel caso di minaccia nucleare (anche se questa minaccerebbe soprattutto gli stati arabi). Ma proprio la pressione israeliana sulla politica americana (adesso persino sfruttata da Obama per riottenere la fiducia del Congresso) è ancora più pericolosa, perché dà prova del potere esagerato degli ebrei e della loro ricchezza, e degli interessi israeliani a spese degli interessi diplomatici ed economici e delle vite di soldati americani.

Dunque anche pragmaticamente tale pressione è per lo meno controproducente all’interno degli USA, e rinforza anche nel mondo la visione d’Israele come avamposto del colonialismo americano. Ma più grave è la posizione morale. L’obbligo morale d’intervento umanitario sarebbe anzitutto d’Israele stesso, e della Turchia. Questa per lo meno ha accolto un milione di profughi, mentre Israele (senza parlare del suo comportamento amorale verso i profughi africani, contrario alle convenzioni internazionali che Israele stessa aveva promosso in seguito alla triste esperienza dei profughi ebrei dell’Olocausto, respinti da tutti) cura poche decine di feriti gravi e li rimanda indietro in Siria.

Ma forse Israele deve chiedersi perché da anni non può più sollevare una bandiera morale o essere parte di coalizioni “morali” internazionali. Anzitutto il mondo intero, eccetto la Micronesia, rigetta le tesi di legittimità morale della sua politica e delle sue azioni, anche quando spesso sono veramente di legittima difesa a corto termine di fronte al terrore e a odio fanatico. Anche se fosse solo risultato d’ipocrisia generale e d’interessi sempre più pesanti, che cancellano il ricordo dell’Olocausto, questo dovrebbe preoccuparci tutti, o per lo meno quelli che non si affidano solo a Dio per la giusta direzione da seguire confidando nei miracoli.

Ma cosa si potrebbe fare? Anzitutto l’ipocrisia si combatte solo con posizioni intransigenti anche rispetto ai fatti nostri, per esempio evitando di sostenere per interessi a corto termine governi e dittatori sanguinari e criticando le azioni e le decisioni politiche che non sono moralmente degne di un popolo che ha sofferto per secoli la discriminazione etnica.

Anche rispetto all’ipotetico (e temuto da Israele) accordo con l’Iran sul progetto nucleare ci si può chiedere con quale “huzpa’” (sfacciataggine) possa Israele insistere sul blocco totale anche del progetto civile dell’Iran (che per lo meno era firmataria dell’accordo internazionale e aveva parzialmente permesso certi controlli internazionali): Israele che non ha mai firmato l’accordo di non-proliferazione nucleare, e non ha mai ammesso controlli internazionali nei suoi impianti. Israele che non minaccia con dichiarazioni belligeranti altri stati, né ne chiede l’eliminazione, come faceva Ahmadinejad - ma il cui ministro della difesa nel 1973, Dayan, aveva proposto istericamente di fare uso di mezzi non-convenzionali per fermare l’attacco arabo. Una posizione intransigente israeliana dovrebbe essere accompagnata per lo meno dall’accenno a una possibile apertura di trattative con l’Agenzia Nucleare Internazionale.

Ma anche nelle scelte pragmatiche a più lungo termine Israele deve rendersi conto che il prolungarsi della dominazione diretta o indiretta di un gruppo etnico, per ora ancora maggioritario (grazie ai profughi del 1948 fuori della Palestina) su un altro gruppo etnico già quasi eguale in numero, ma non partecipe alla vita civile e alla libertà di cui gode il gruppo dominante, è la causa dell’immoralità intrinseca alla sua stessa condizione esistenziale attuale.

A differenza della situazione tra il 1948 e il 1967, e malgrado il problema dei rifugiati, sfruttato e cristallizzato dai paesi arabi e dalla guerra fredda, l’occupazione della popolazione palestinese, e dei suoi ultimi territori vitali, già da 46 anni, più di due terzi dell’età stessa dello stato, ha creato una realtà coloniale intrinsecamente immorale, che non si può distinguere dall’essenza dello Stato d’Israele ad occidente della linea verde del 1949.

 

Purtroppo la soluzione di due stati per due popoli, come prevista dalla decisione dell’ONU del 1947 - respinta dagli arabi sia allora sia dopo il 1967 a Khartoum, forse proposta da dieci anni dalla Lega Araba ma ignorata da Israele, forse plausibile sotto condizioni irreali persino secondo Netanyahu - pare oggi difficile e persino pericolosa da attuare (le colonie israeliane, la forza degli estremisti sia in Israele sia tra i palestinesi, il pericolo del fondamentalismo islamico che s’impone alla Primavera Araba). Ma pur sempre terminare l’occupazione resta fondamentale per Israele, forse più ancora che per i palestinesi, e adesso già si sa che non lo si può fare unilateralmente. Solo rendendosi conto di questo Israele potrà forse trovare la via di una soluzione, adesso ancora inimmaginabile, la cui realizzazione sarebbe graduale, ma con un obiettivo strategico ben preciso, pragmatico - come unica possibilità israeliana di ridurre l’odio popolare generale di tutte le popolazioni arabe verso lo stato ebraico - ma anche decisamente “morale”.

Solo così la legittimità d’Israele sarà rinforzata e la sua base morale le permetterebbe di rinnovare alleanze fondate su interessi comuni a corto o a lungo termine - da cui invece è proscritta da anni. Altrimenti Israele dovrà continuare a fidare solo in Dio e nei miracoli, forse con l’aiuto della Micronesia e di regimi precari come l’Eritrea, il Sudan del Sud, il Kenia, l’Uganda (come a suo tempo il Sudafrica dell’apartheid) che però la sfruttano solo di nascosto. Quanto agli Stati Uniti, non solo sono oggettivamente indeboliti, ma anche la reazione isolazionista all’influenza esagerata delle lobby pro-israeliane ebraiche ed evangeliche potrebbe ridurne l’appoggio incondizionato: a meno che non ci sia in Israele chi si auguri che anche negli USA si sviluppi antisemitismo, come rigurgita in Europa, sotto forme di anti-sionismo legato a gruppi musulmani, per la speranza di emigrazione ebraica di massa (come a suo tempo dall’ex Unione Sovietica) dall’occidente in Israele, per rendere meno minaccioso e incombente il problema demografico rispetto ai palestinesi. A questi bisogna ricordare la battuta attribuita a Eshkol spaventato da previsioni di siccità, ma rincuorato se si trattava “solo” di Israele e non degli Stati Uniti. Antisemitismo o anti-sionismo negli USA, indebolimento demografico e politico della comunità ebraica negli Stati Uniti non avvicinerebbero probabilmente la venuta del Messia, né sarebbero un risultato degno del sionismo, la cui raison d’être è la difesa del popolo ebraico e il suo maggiore benessere.

Pare dunque che specialmente per uno stato come Israele, fondato su base morale, in seguito a persecuzioni millenarie esasperate nell’Olocausto, non ci possa essere scelta tra politica morale e pragmatica: le due devono essere intrecciate e interdipendenti.

Rimmon Lavi

 Gerusalemme, 2 ottobre 2013

 

Immagini: Gerusalemme (foto di Chicco Fubini)