Storie di ebrei torinesi

 

Hashomer Hatzair

Mentre fervono i preparativi per la grande festa del centenario, abbiamo pensato di dedicare in questo numero la rubrica proprio a questo movimento sionista e socialista che ha avuto un ruolo essenziale nella vita di molti di noi. Insieme alla testimonianza di Aldo Zargani potrete leggere le interviste a Sergio Lascar, Claudia Reichenbach e suo figlio Nadir Nsongan. Generazioni diverse, molto in comune, perché, come si dice, “Shomer paam, Shomer tamid”, chi è stato Shomer una volta lo sarà per sempre.
 

 

Sergio Lascar


SERGIO LASCAR, classe 1957, ci ricorda che l’Hashomer Hatzair è un’associazione giovanile ebraica, socialista e sionista. Ebraica: un sabato, mentre è in corso una festa del Ken, uscendo dal bagno, per sbaglio, spegne la luce, mentre passa il rabbino Momigliano. Non si spegne la luce di Shabbat, lo sgrida il rabbino. Oh scusi, fa lui, e la riaccende. Ma cosa fai, non si accendono le luci di Shabbat. Disorientato, la rispegne. E pensa: Sarà questo il pilpul?

 

Cos’ha di socialista l’Hashomer?

Al campeggio tutti debbono versare i loro averi nella cassa comune. Io tengo un gruzzolo per me, col quale mi compro un pacchetto di olive. Vengo scoperto dal madrich, che mi denuncia allo shaliach. Vengo processato in direttissima per aver violato le norme socialiste della Hashomer Hatzair. Segue una predica collettiva e collettivista.


È anche un’associazione giovanile sionista…

Certo, ci si deve abituare alle situazioni più disagevoli per essere pronti a fare l’alià in Israele, paese duro. Un campeggio invernale si svolge in Toscana: fuori neve e gelo, dentro zero riscaldamento. Nel sacco a pelo io mi scaldo con la ragazza, ma gli altri senza compagnia si sono temprati per la vita dura. Io l’alià non l’ho fatta. Altri (pochi) sì.
Parlami della sezione di Torino.
Degania era il nome assegnato alla sezione (ken) di Torino. Ricordo i compagni più attivi del gruppo (kvutzà) di miei coetanei: Micaela Vitale, Davide Greco, Gabriele Levy, Angelo Piperno, Anna Debenedetti. Il nostro istruttore (madrich) era Gabriele Eskenazi, coetaneo che veniva da Milano una volta la settimana, il weekend. La kvutzà di Milano era stata denominata Solelim e Dror quella di Roma.

E i campeggi?

In occasione dei campeggi le tre kvutzot si fondevano ed assumevano il nome unificato di Soleindror. Ci si divertiva moltissimo. Giochi, recite, scherzi, ciascuno era chiamato a esprimere il meglio. Le gite erano un po’ alla ventura, scuola di sopravvivenza: si partiva al mattino, magari dopo una notte di pioggia e pioveva ancora. Le scarpe affondavano nell’argilla e sotto le suole ad ogni passo cresceva lo zoccolo pesante di fango, per poi staccarsi di colpo e ricrescere di nuovo. Il mio zaino pieno era una specie di pallone di telaccia permeabile che si infradiciava, con le bretelle sottili che tagliavano le spalle. Sul mio ho scritto tutti i raduni invernali ed estivi cui ho partecipato. Hashomer Hatzair vuol dire giovane guardia. Naturalmente anche allora si organizzavano turni di guardia, nella prospettiva di trasferirsi in kibbutz, anche se negli anni ’70 le minacce di attentati in Italia erano ancora inesistenti.

Perché non hai fatto l’alià?

Perché avevo una fidanzata ed una ditta di famiglia che non mi son sentito di abbandonare. E poi, diciamocelo tra noi, l’ideale socialista dei kibbutzim col tempo si era affievolito. Israele non era più il paese delle origini. Al momento della scelta sono stato sottoposto ad una specie di interrogatorio. Non avendo fatto l’alià ho dovuto lasciare l’associazione. Hanno fatto l’alià da Torino, invece, Davide Greco, Laura Lascar e Gabriele Levy. Quest’ultimo è tornato in Italia, gli altri sono rimasti.


Intervista a cura di
David Terracini


Lo zaino di Sergio

 

    

Share |