Sud

 

Tra i monti della Calabria

 di Giuseppe Gigliotti

 

L’idea dell’ebraismo come mondo a parte, rispetto al Mezzogiorno, rappresenta un tratto tipico nell’orizzonte mentale meridionale, ed ha finito per prevalere presso la stessa comunità ebraica, che si è a lungo ancorata all’idea preconcetta per cui l’esperienza storica nel profondo Sud fosse ormai da ritenersi un capitolo concluso. Non deve allora stupire che la riemersione degli anusim, i discendenti degli ebrei meridionali costretti alla conversione all’inizio del XVI secolo, sia stata accolta con sentimenti contrastanti: essa mette in dubbio l’ideologia di un nucleo cattolico, fondativo dell’identità meridionale, ed impone all’ebraismo nostrano sfide che toccano nervi scoperti nella vita comunitaria. Proprio il desiderio di farmi un’idea più chiara sulla questione mi ha portato dalla Rabbina Barbara Aiello. La biografia familiare di questa donna esemplifica l’enorme difficoltà incontrata dagli anusim nel riportare alla luce in terra italiana la propria identità religiosa. I genitori, sebbene consapevoli della propria ebraicità, furono costretti a celarla sino all’emigrazione negli States, dove divennero membri di una comunità ortodossa. Accostatasi al movimento reform e divenuta rabbina, la figlia ha deciso da adulta di percorrere un tragitto all’indietro, nella ferma convinzione che solo la presenza di un focolare religioso potesse aiutare l’ebraismo meridionale a venire pienamente alla luce. A tal fine, si è stabilita a Serrastretta, comune d’origine del padre, aprendovi nel 2007 la sinagoga Ner Tamid, il primo edificio religioso ebraico in Calabria dal 1541. L’aspetto del tempio è lontano dall’immagine d’opulenta imponenza che traspare dalle sinagoghe delle grandi comunità. Incuneato in una stretta stradina del vecchio centro storico, ricorda semmai i piccoli oratori così familiari agli ebrei italiani dell’epoca antecedente l’emancipazione: un luogo celato da sguardi indiscreti, entro cui potersi dedicare alla preghiera ed alla vita ebraica. L’interno, in cui mura imbiancate a calce sostengono un tetto ligneo, rafforza la sensazione di voluta ma gioiosa semplicità che traspare dall’esterno. L’essenzialità dell’ambiente, in cui scaffali contenenti testi di storia e di devozione giudaica si affiancano a mobili adornati da menorot ed altri simboli di fede, trova un suo coerente compimento nella stanza di preghiera, dove due file di sedie lignee rimandano alla tevah ed all’unico elemento di maggior distinzione, l’aron hakodesh. Osservando questo mobile è possibile cogliere in pieno il senso del paradosso cui sembra improntarsi il cripto ebraismo meridionale. Si è ben lontani dai capolavori marmorei delle sinagoghe di Casale Monferrato o di Venezia. I rotoli contenenti la parola divina sono custoditi in un modesto armadio, e celati allo sguardo da due tende di un bianco sbiadito, ravvivato da magen david e da colorate decorazioni. Ma ad uno sguardo più attento, si comprende la sagacia della scelta di un tendaggio in apparenza così modesto. Come ha tenuto a sottolineare la Rabbina, trattasi di un tessuto antico, di fattura locale, realizzato con la ginestra, fiore utilizzato in queste zone sino a tempi recenti per ricavare una fibra simile al lino. E, quel che più conta, la vivace linea rosso azzurra a motivi geometrici si rivela un delicato intreccio di stelle a sei punte. Un prodotto di derivazione anusim, sulle cui fibre un’anonima mano ha voluto imprimere il marchio di un’identità sommersa, ma non per questo perduta. Ed a questi muti testimoni è stato dato il compito di celare da occhi indiscreti i due rotoli della Torah, di origine settecentesca ed ottocentesca, il più antico dei quali è stato copiato a Torino. Racchiusi in squisite opere d’argenteria, essi rappresentano l’unica nota di sfarzo in un contesto altrimenti estremamente sommesso. Ambedue i rotoli sono donazioni effettuate da musei ed istituzioni ebraico-statunitensi, come sottolinea con una punta d’ironia la Rabbina, nel suo italiano dalle marcate inflessioni anglofone. Comprendo perfettamente a cosa intenda riferirsi: le comunità riformate non sono mai state riconosciute dall’Ucei, e di conseguenza non godono del sostegno economico fornito alle istituzioni ufficiali. Talvolta insperati aiuti sono arrivati dai gruppi d’oltreoceano, come nel caso del generoso dono dei rotoli, ma in generale la Rabbina deve fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze, oltre a quelle del marito Enrico. Per procurarsi le risorse necessarie a supportare se stessi, e la comunità in crescita, la coppia si reca alcuni mesi all’anno negli States, dove la Aiello presta i propri servizi presso un centro per anziani, oltre ad organizzare a Serrastretta la celebrazione di eventi religiosi a favore di famiglie reform americane. Ed è proprio lo svolgimento di un Bar Mitzvah che mi ha consentito di osservare l’approccio all’ebraicità che fluisce tra i monti di Serrastretta. Mentirei se non affermassi che la mia prima impressione sia stata di profondo sconcerto: con la sola eccezione della Rabbina e della coppia, nessuno dei presenti è ebreo. Come avrò modo di sapere più tardi, la congregazione è geograficamente sparpagliata in numerosi comuni della zona, ed alcuni hanno dovuto, per motivi personali, prendere la residenza a Roma. Di conseguenza, in occasioni non strettamente legate al calendario ebraico, quali un bar mitzvah, spesso capita che la celebrazione sia officiata in assenza dei membri. Eppure, basta ascoltare i discorsi proferiti durante il rinfresco offerto al ragazzo prossimo a celebrare la sua maturità religiosa per percepire una presenza anusim tra i presenti. Molti di loro parlano con orgoglio delle loro radici ebraiche, e dei piccoli segni di riconoscimento tramandatisi nelle loro famiglie, quali l’uso d’imprimere una mano sull’ultimo curi cu l’ovu, un dolce preparato nei periodi pasquali nell’intera regione, a ricordo della yad usata dai loro antenati nelle letture religiose. Nessuno di loro cela il proprio legame con un mondo ritenuto scomparso, ma quando mi decido a chiedere se riconoscano un’appartenenza religiosa all’ebraismo, ottengo risposte evasive ed imbarazzate. Essendo la cerimonia ormai imminente, mi riprometto di chiarire in seguito la questione con la rabbina. A dispetto dei miei dubbi sulla riuscita di un bar mitzvah con una maggioranza di gentili, il rito si rivela di una meravigliosa dolcezza. Questa donna minuta, il cui italiano talvolta anglicizzato sembra così fuori posto nel cuore della Calabria, si trasforma in una celebrante decisa e coinvolgente, il cui volto si apre ad ampi sorrisi mentre mette a suo agio il ragazzo con piccoli assaggi d’umorismo ebraico, ed i cui occhi s’illuminano di piacere mentre con voce limpida e leggermente aspirata recita nella lingua sacra le benedizioni d’uso. Le polemiche tra riforma ed ortodossia sembrano sfumare nel richiamo ai valori fondanti dell’ebraismo, mentre non manca di commuovermi l’invito che la Aiello fa ai presenti affinché nominino i propri defunti, durante la lettura del Kaddish. Sentire pronunciare i nomi di persone il cui sangue fu in bilico tra ebraicità e cristianità, mentre a distanza le campane del paese richiamano i fedeli alla messa serale, produce uno strano effetto di pace, quasi che i trapassati siano infine riusciti a ritrovare il loro giusto posto. Terminata la cerimonia, ci si sposta nel giardino sottostante la sinagoga, nel cui pergolato assistiamo al Kiddush voluto dai genitori del neo maggiorenne, tra un bicchierino di vino locale kasher portato da uno degli anusim crotonesi e la challah fatta preparare per l’occasione. In mezzo ai festeggiamenti generali, colgo l’opportunità di appartarmi con la rabbina, per sciogliere i dubbi sorti chiacchierando con gli amici da lei invitati, e le chiedo se abbia senso invitare ad un Bar Mitzvah persone che non si dichiarano ebree. A dispetto dei miei timori di una reazione adirata, ottengo una risposta di straordinaria onestà morale. Sa benissimo che simili iniziative possono apparire sconcertanti, e persino offensive agli occhi degli ortodossi italiani. Tuttavia la realtà è ben diversa da quanto possa apparire ad un occhio superficiale. Molti dei presenti, mi spiega, sono arrivati da lei dopo essere stati altrove respinti in quanto sposati con gentili. Le accuse di non essere realmente ebrei, che hanno accompagnato la riscoperta di sé in queste persone, ha costellato il loro cammino verso la fede degli avi d’insicurezza e disagi, tali da consigliare una cautela nell’accettazione del proprio lato ebraico. L’invito a partecipare ad eventi religiosi insieme ai propri congiunti vuole consentir loro di comprendere che una prossima conversione non implicherà rotture dolorose con il proprio retroterra familiare. Trattandosi di un passo importante, lei stessa desidera che il percorso di preparazione al ghiur inizi una volta infranto con amici e familiari il tabù legato all’essere anusim. Come la Aiello ha sottolineato con forza, ricondurre all’ebraismo questa gente non è un’impresa impossibile, ma richiede una giusta dose di equilibrio frammista a pazienza. Inoltre, mosse troppo azzardate rischierebbero di causare conflitti con la gerarchia cattolica e questa, mi ha spiegato con un sorriso, è un’eventualità da evitare, dato che rischierebbe di mandare in fumo il lavoro svolto sinora. La Calabria può apparire una terra difficoltosa per gli ebrei, ma la realtà è che, una volta rotto il muro di silenzio che circonda il cripto ebraismo meridionale, si può assistere a sorprese inaspettate. E proprio un senso di rivelazione dell’inaspettato sembra orientare l’azione della Rabbina. Il suo approccio all’ebraismo potrà forse sgomentare gli ortodossi, ed il suo essere donna e maestra di fede risulterà estraneo alla tradizione italiana. Ma la sua sinagoga di Serrastretta, il suo paziente lavoro di preparazione al ghiur, i cicli di conferenze e di storia ebraica tenuti nel Catanzarese e nel Vibonese, la prossima apertura di una sinagoga a Nicastro, sede dell’antica giudecca nell’odierna Lamezia Terme, tutto questo dà agli anusim che le si accostano qualcosa che sinora non è pervenuto dalle comunità ufficiali: un senso di speranza.

Giuseppe Gigliotti

 

Serrastretta

 

    

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