Germania

 

Incisioni

Intervista a Tommaso Speccher, guida al Museo Ebraico di Berlino

 

È il 3 di ottobre, il Tag der Deutschen Einheit, l’anniversario della riunificazione tedesca. È giorno di festa nazionale, le strade di Berlino sono piene di gente che si gode le ferie e uno degli ultimi pomeriggi soleggiati dell’anno, probabilmente. Il museo ebraico invece è aperto, si lavora. È nel suo bel cortile alberato che incontro Tommaso Speccher, che mi concede il tempo di una chiacchierata fra una guida e l’altra. Mi offre anche un caffè, tedesco, è orribile, “io ormai ci sono abituato”, dice lui. Speccher, esperto di cultura ebraica tedesca, è guida del museo ebraico di Berlino, si sta addottorando a Berlino con una dissertazione dal titolo La rappresentazione dell’olocausto tra Italia e Germania: architetture e politiche della memoria.

 

Il museo ebraico a Berlino

 

Tommaso, dopo aver compiuto i tuoi studi nel campo della filosofia e della giudaistica in Italia sei venuto in Germania, dove da molti anni lavori occupandoti dei temi della memoria storica. La dissertazione di dottorato che stai portando a termine si concentra sull’aspetto specifico dell’architettura della memoria, di cui Berlino offre forse gli esempi più significativi. Partiamo da questo.

Guarda lì, il famoso edificio progettato da Libeskind. Cosa salta all’occhio innanzitutto?

 

Righe, direi, fenditure sulle pareti esterne.

Esatto. Queste “righe”, così nette e irregolari, sono delle incisioni. L’incisione è un concetto centrale per l’architettura della memoria. È profonda come una ferita profonda, di quelle che lacerano la carne, permanente come una cicatrice. È lo stigma che non ti puoi levare di dosso, rappresenta la radicalità della colpa, che è un tema che attraversa tutta la cultura tedesca, dalla letteratura alla filosofia alla psicologia, certamente anche prebellica, fino a giungere all’architettura contemporanea. La ferita profonda non sparisce mai, riemerge, anche nelle generazioni successive. I grandi architetti che si sono confrontati con il tema della Shoah hanno inevitabilmente fatto ricorso al motivo dell’incisione, che è forse la caratteristica più pregnante dei memoriali tedeschi. Pensa al Denkmal di Peter Eisenman, il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa che sorge di fianco alla porta di Brandeburgo, quelle migliaia di stele di cemento nel centro di Berlino, passaggio obbligato di ogni turista. L’intera, gigantesca struttura è scavata nel terreno. A differenza di molti memoriali non guarda in alto, non si eleva al cielo: è saldamente piantata a terra, scavata in profondità nella terra. È presente e incancellabile nella sua pesante materialità.

 

Va bene, capisco la genialità di questi architetti, se me la spieghi tu. Ma quanti la capiscono? Credi che tutto ciò abbia davvero un forte impatto sulla coscienza della gente, come dire, un effettivo valore educativo?

Sicuramente questo tipo di costruzioni ha il grande merito di catturare l’attenzione e imprimersi, per l’appunto, a fondo, nella sensibilità di chi li osserva. Il visitatore è costretto ad attraversare fisicamente queste profonde strettoie grigie, a immergersi nel loro pesante cemento. D’altro canto, ovviamente, non si può pensare di delegare interamente agli architetti l’immenso compito pedagogico cui il Novecento tedesco mette di fronte, ed è chiaro che nella società tedesca vi sono ancora problematiche insolute.

 

Parliamo di queste. Ti capita spesso di lavorare con le scolaresche tedesche?

Accompagno circa un centinaio di gruppi all’anno.

 

Che impressione ti fanno i ragazzi?

A volte sembra quasi che si tratti di una cosa lontana, che i nazisti siano considerati una specie di marziani apparsi sulla terra fra il ’33 e il ’45. Il momento in cui più sembra di raggiungere corde profonde, mentre lavoro con i ragazzi; il momento in cui i ragazzi sentono qualcosa che è loro molto vicino, è quello in cui li metto davanti alle logiche strategiche e burocratiche dei nazisti, al loro linguaggio funzionale. Sto parlando in particolare di quando li porto alla villa della conferenza di Wannsee, quando studiamo insieme i protocolli. Quello è un linguaggio di funzioni, ci sono le funzioni, non gli argomenti. Si parte da un problema: la Judenfrage. Bene, si tratta di vedere come risolverlo. Si son provate le leggi razziali, non ha funzionato. I ghetti, non hanno funzionato. Che si può tentare ora? Questa estrema funzionalizzazione del linguaggio, questa logica strumentale, è qualcosa che i ragazzi sentono sulla pelle perché è ancora presente, è il linguaggio della cultura politica tedesca.

 

Ma, al di là del loro coinvolgimento emotivo, ti sembra che i ragazzi siano preparati, che abbiano familiarità con i temi che tratti con loro?

Non sempre sono preparati, non ho la sensazione che i temi che affrontiamo insieme siano stati discussi molto con i loro genitori, per esempio. La Shoah è per lo più un tema che si affronta a scuola durante le ore di storia, come in Italia. E come in Italia, non sempre gli insegnanti sono molto preparati. Inoltre qui è venuta a mancare completamente la cultura ebraica; qui non esiste più, non è più viva la cultura ebraica tedesca, è stata smembrata completamente, e anche per questo è scarsa la conoscenza delle cose ebraiche.

 

Tutto come in Italia, quindi.

Be’ al netto del cattolicesimo, che naturalmente non è poco. La sensibilità cattolica percepisce la Shoah come un evento quasi metafisico, astorico, come una cosa non politica. Non è un caso che Gianni Alemanno, lo sceriffo degli zingari, possa accompagnare le scolaresche in visita a Auschwitz. La cultura protestante è differente, meno metafisica, meno universalista, più legata alla terra e alla dimensione storica e secolare. Ecco la grande rottura con Roma (da cui ha le radici anche la tradizione antisemita luterana), determinante per la storia tedesca: “Cuius regio eius religio”. In questo risiede la sua faccia più materialista, e anche più brutale, se vogliamo (la ritrovi, come dicevamo prima, anche nell’architettura). Ognuno è inchiodato alla sua responsabilità - inderogabilmente. Nel luteranesimo non esiste la confessione, non c’è la cultura del perdono.

 

Eccoci di nuovo alla questione della colpa.

La colpa non si confessa, non ce ne si libera, rimane incisa.

 

Come sono andati, da questo punto di vista, gli ultimi settant’anni qui in Germania?

Lei, la colpa, è sempre lì, ritorna, in forme diverse, ma ritorna. La sua elaborazione è un processo travagliato, vive vicende alterne e noi, nel 2013, ci troviamo in un punto di svolta interessante e incerto.

 

La prima generazione non riuscì a fare i conti, esorcizzò tutto. E questo è vero anche per il livello istituzionale: grandi criminali nazisti continuarono a ricoprire cariche di responsabilità nel dopoguerra. Hans Globke, per fare un esempio, giurista, uno dei sottoscrittori delle leggi di Norimberga, fu per dieci anni Direttore della Cancelleria della Repubblica Federale di Germania, uno dei più stretti collaboratori di Adenauer. Poi arrivò la seconda generazione, fu quella che iniziò a assumere la coscienza dello stigma. All’inizio degli anni Sessanta veniva processato davanti a tutto il mondo Eichmann. Il tedesco medio, fra maggiori criminali della storia. Fu allora che si iniziò a riflettere sul passato. Poi venne il 1989, cadde il muro, alla terza generazione si presentava il problema di riunificare la Germania e il suo popolo. Oggi si festeggia proprio quella riunificazione. Successe che la memoria divenne un motore del riconoscimento collettivo. La colpa, la sua necessità, la fatica di portarne il peso divennero mattoni per la ricostruzione di una forte identità nazionale. Su questo meccanismo c’è di nuovo una luce problematica.

C’è un senso in cui si può dire che la Shoah assurge a mito fondativo della nuova Germania unificata.

Ora siamo alla quarta generazione, la prima senza testimoni diretti. La domanda è: cosa rimane, cosa può essere trasmesso loro?

 

Grazie Tommaso, buon lavoro.

Intervista di Manuel Disegni

 

Holocaust-Denkmal-Berlin   Tommaso Speccher

 

   

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