Germania

 

Berlino. narrazione di una città

 di Maria Teresa Milano

 

“Viaggiare ti lascia senza parole, poi ti trasforma in un narratore”, scriveva nel 1300 il grande esploratore arabo Ibn Battuta. Non c’è frase migliore per descrivere quanto è successo al gruppo dei 40, che ho avuto il piacere di guidare in Germania per conto della casa editrice Effatà, da qualche anno divenuta anche Tour operator con il nome di Effatà Viaggi. La loro proposta “In viaggio con lo scrittore” è un’idea brillante: l’itinerario è definito a partire da un libro e la guida è affidata all’autore stesso. Alla sottoscritta, dunque, il compito di creare un percorso alla scoperta della figura di Regina Jonas, nata a Berlino nel 1902 e qui ordinata rabbino nel 1935, deportata a Theresienstadt e morta ad Auschwitz. Idea brillante, certo, ma non di semplice realizzazione, perché parlare di Regina Jonas significa affrontare diversi temi: i ruoli della donna nell’ebraismo di ieri e di oggi, la storia dei movimenti femminili in Germania tra ’800 e ’900 e la preminenza delle donne in campo educativo, ma anche la storia dell’ebraismo tedesco, che all’epoca della Jonas esperiva una condizione particolarmente felice, conseguente alla Haskalah e al processo di emancipazione con la piena integrazione nel mondo borghese e stava riscoprendo l’interesse per la storia, la lingua e la tradizione, grazie all’incontro-scontro con gli ostjuden. E ovviamente, significa parlare della storia del nazismo, delle persecuzioni e della Shoah. Un vero e proprio mare magnum, fiumi di pensieri e di parole da rendere tangibili passeggiando nei luoghi che furono i suoi, toccando oggetti, creando suggestioni.

Viaggiare “in compagnia” di Regina Jonas significa innanzitutto conoscere i luoghi della sua vita, com’erano allora e come si sono trasformati, perché nel frattempo ci sono state la Seconda guerra mondiale, l’erezione del Muro e il suo abbattimento e i costanti flussi immigratori che hanno influito profondamente non solo nella definizione mai statica del tessuto sociale, ma anche sull’aspetto urbanistico.

Regina Jonas era nata nel quartiere Scheunenviertel, in cui nell’800 confluivano gli ebrei emigrati dai villaggi dell’est Europa, un microcosmo intrappolato in una situazione sociale di degrado e povertà, che negli anni Venti ammaliava scrittori e letterati di grande fama come Franz Kafka e Bertolt Brecht e che oggi è una bella area residenziale, popolata di giovani artisti. Era cresciuta con l’insegnamento del rabbino liberox (liberal-orthodox) Max Weyl, presso la sinagoga di Rykestrasse, simbolo di una sintesi fra tradizione e presente, ovvero della capacità di trovare un compromesso tra le spinte liberali e le resistenze conservatrici. In quel quartiere, Prenzlauer Berg, con gli spazi verdi, le casette in tinta pastello e i deliziosi dehor dei caffè russi, ci ha accolti la nuova congregazione di Rykestrasse, una comunità consapevole della sua storia e oggi desiderosa di “andare oltre”, per costruire un centro vitale e in continua crescita.

Regina Jonas ha vissuto e operato nella Berlino illuminata, simbolo di cultura ed emancipazione, quella Berlino che con la Seconda guerra mondiale diviene immagine di una ferita profonda, tuttora non rimarginata. Dopo la caduta del Muro, la città ha iniziato a rielaborare con senso di responsabilità e lucidità il suo passato difficile e oggi si racconta “mettendo in vetrina” documenti, e fotografie, rendendo la storia accessibile a tutti, gratuita e fruibile in ogni luogo, con modalità tali per cui la decifrazione dell’orrore non è auto-accusa né monumento, ma semplicemente un primo passo verso la comprensione. Berlino sembra dire “So quel che è successo e ti offro i mezzi per conoscerlo, a te la scelta”.

“Come gli uomini tacciono, così urleranno le pietre”, ha scritto Marc Augé e in effetti, passeggiando per le vie del Mitte si può inciampare casualmente nelle Stolpersteine realizzate dall’artista Gunter Demnig, una per ogni deportato, e si resta a immaginare i volti di chi visse nella Casa mancante, immagine di un’assenza, opera di Christian Boltanski. Quel vuoto, simbolo di strappo e perdita, si percepisce in tanti angoli della città, di fronte al terreno in cui vi era il bunker di Hitler o nell’installazione di Menashe Kadishmann Foglie in caduta nel Judisches Museum progettato da Daniel Liebeskind, con i suoi lunghi corridoi, metafora di quanto non esiste più ma si può ancora rappresentare.

È una Berlino ricostruita e in continua evoluzione, una città di cantieri e progetti, che guarda sempre al futuro avendo acquisito consapevolezza sul passato. Una città che a volte lascia senza parole, ma instilla un profondo desiderio di narrare, come dimostra questo numero di Ha Keillah.

Maria Teresa Milano

 

Nell'immagine in alto: Maria Teresa Milano narra Regina Jonas


 
Kaffeehaus (B.Fritta)   Quinta (B.Fritta)

I disegni di Bedřich Fritta (1906-1944) riprodotti in questo numero ed eseguiti tra il 1942 e il 1944, sono stati esposti nella mostra “Disegni dal Ghetto di Theresienstadt”, al Museo Ebraico di Berlino, conclusasi il 30 settembre. La città fortificata di Theresienstadt (Terezìn in ceco), a nord di Praga, era stata costruita alla fine del 1700 e trasformata in ghetto nel 1941. Vi sono stati internati circa 140.000 ebrei dall’Europa centrale e occidentale, prima di essere deportati nei campi di sterminio. A Theresienstadt sono stati imprigionati e quindi deportati ad Auschwitz il pittore Bedřich Fritta e la rabbina Regina Jonas, di cui si parla in questo numero. Al pubblico internazionale - e in particolare alla Croce Rossa - era stato fatto credere che si trattasse solo di una cittadina dove gli ebrei vivevano in isolamento, ma in condizioni accettabili. Vi morirono di tifo 33.000 ebrei. Sopravvissero solo 17.247 prigionieri.

I disegni del pittore Bedřich Fritta, nascosti ai tedeschi e scoperti dopo la guerra, testimoniano le condizioni inumane di sopravvivenza nel ghetto e le messe in scena organizzate dai nazisti in occasione delle visite della Croce Rossa. I disegni alle pp. 14 e 15 sono stati eseguiti da Fritta come regalo a suo figlio Tomás_ in occasione del suo terzo compleanno.


    

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