Germania

 

Questo Paese è invotabile

di Arne Kellerman

 

Pubblichiamo con interesse critico questo articolo di un sociologo tedesco che Manuel Disegni ci manda da Berlino. Si tratta di un punto di vista e ed un giudizio perturbante e inquietante, che rompe schemi di giudizio consolidati e correnti sul presente della Germania. Non pare, così come è scritto, sufficientemente argomentato nelle sue accuse, ma se anche solo in parte fosse vero questo ritratto, non ci sarebbe più molto da sperare. Certo non è tutto luce, benessere, successo quanto avviene nella florida Germania di oggi ma si stenta a credere che il presente e il futuro siano così foschi e segnati. Un dibattito e un approfondimento di questi temi sarebbe utile e di palpitante attualità e ci proponiamo che avvenga.

 

Nel 1963 il filosofo e critico dei rapporti sociali Ulrich Sonneman, ebreo ritornato in Germania dopo la fine della guerra, tentò, con il libro Land der unbegrenzten Zumutbarkeiten (il paese delle pretese illimitate), di pigiare il dito sulla piaga di una nazione che si andava immunizzando contro il proprio passato e esaltava come un progresso il suo presente di “miracolo economico”, in realtà sempre più indurito e cieco. Egli ancora non sapeva, allora, quanto questa nazione avrebbe, in futuro, esatto l’inesigibile.

Già a partire dal 1968 venne apparentemente contraddetta la sua tesi secondo cui i tedeschi non sono capaci di qualcosa come la spontaneità, necessaria per una resistenza efficace: la versione tedesca del movimento studentesco sembrò capace di articolare assai bene la resistenza contro l’irrigidimento dei rapporti sociali. Cionondimeno, già allora non si poteva ignorare la netta direzione che questa resistenza andava prendendo: invece di porsi seriamente la questione di quale orrore e quale sofferenza i loro genitori avevano portato nel mondo, e, di conseguenza, estendere il senso spontaneo di ripugnanza fino allo spontaneo “sabotaggio del destino” (Sonnemann), gli studenti del movimento iniziarono fin troppo rapidamente a ricadere nella passività tedesca. Essi ripresero cioè quell’abitudine di raffigurarsi come mere vittime inermi di strutture soverchianti e, di conseguenza, si misero a manifestare contro la guerra americana in Vietnam; a inveire contro le armi atomiche che, appunto, erano viste come una minaccia che proveniva nuovamente da fuori; a combattere contro la distruzione dell’ambiente in sé, senza - d’altro canto - voler vedere il loro proprio invischiamento nella storia, il loro accumulo di violenza contro la natura e contro gli uomini.

Certamente non furono pochissimi quelli che tentarono di confrontarsi seriamente con questi problemi, vere e proprie catastrofi in corso; eppure anche costoro non si smarcarono da quella tradizione tedesca che non ne vuol sapere di far davvero autocritica. Perciò erano anche assai meno sensibili a quelle situazioni in cui davvero bisognava intervenire. È legittimo chiedersi, per esempio, se la condanna dei giudici nazisti - pretesa formulata concretamente da Sonneman -, qualora fosse avvenuta, non avrebbe almeno parzialmente impedito la riproduzione del tutto, non sarebbe stata di ostacolo al corso del destino mitico. Eppure questa domanda rimane inutilmente ipotetica.

Con questa lotta contro i giudici nazisti avrebbe forse potuto essere preservata quella sensibilità che invece viene permanentemente distrutta a beneficio del progressivo adattamento. Così, forse, l’indurimento preistorico di fronte alla sofferenza altrui e l’inviluppo nel “contesto colpevole di ciò che vive” benjaminiano avrebbero avuto un decorso meno liscio. Così forse sarebbe stato privato di fondamento quell’assenso alla società che gli individui devono dare per poter sopravvivere in essa. Quel fondamento, cioè, che rese possibili le infamie collaborazioniste. Nella resistenza immediata contro il tutto - ovvero contro l’annientamento atomico del mondo, la distruzione irreversibile della natura e il sistema capitalistico come un tutto - balenò ancora una volta la verità della critica sociale radicale, la quale, quando non ha nel mirino il problema nella sua dimensione complessiva, trapassa necessariamente nel riformismo. Essa però sfumò, altrettanto inane quanto insensata mostrò essere ogni successiva resistenza, e in questo modo spalancò porte e portoni all’arrendevolezza, all’adattamento.

E così i tedeschi poterono nuovamente rifugiarsi nell’idea della fatalità della vita, nel punto, cioè, a cui erano rimasti nel ’68-’69 gli studenti non mobilitati. I ribelli di allora, portando a compimento il fallimento di una rivolta astratta e quindi conformista, avevano fornito alla nazione tedesca elementi per la sua autoassoluzione. Essa faceva apparire la sensibilità nei confronti della sofferenza altrui come del tutto priva di fondamento: in fondo, contro il tutto, che soltanto è causa di tale sofferenza, non c’era più nulla da fare. Il gelo nei confronti del prossimo divenne giustificato in quanto apparentemente privo di alternative.

In seguito anche la DDR, dopo il suo crollo, fu depredata “con non-violenza” grazie a una mescolanza di pressioni politiche e supremazia economica, così come fu resa impossibile ai suoi abitanti ogni forma di esistenza autonoma - indipendente dal capitale tedesco-occidentale. L’annessione della Germania dell’est, il “risanamento” della sua economia, che obiettivamente altro non fu che il rilevamento di quell’economia da parte del capitale occidentale, costituisce il modello materiale di quelle politiche neoliberali imposte ora dalla Germania alle altre società europee. È vero che gli abitanti della DDR una volta, almeno, erano parte del “Volk” tedesco, il quale avrebbe dovuto garantire una relativa protezione ai suoi membri, ma i tedeschi nel frattempo si erano mutati in “unwilling capitalists”, come quelli che Tuvia Tenenbom racconta nel suo libro I sleep in Hitler’s room: uomini freddi che, stando alla loro generosa idea di se stessi, hanno grossi problemi morali col capitalismo e con la devastazione ambientale e odiano l’egoismo - e che tuttavia sono costretti dalla conclamata mancanza di alternative a depredare proprio la natura e l’economia di altri paesi alla loro mercè.

Mentre, da una parte, il citoyen tedesco della Questione ebraica di Marx si affida, innocente e purificato, al destino, del quale non può comunque modificare nulla, dall’altra il bourgeois tedesco con le armi pacifiche della nazione economica tedesca depreda strutturalmente gli altri paesi, avendo imparato a farlo con violenza non manifesta. E come l’autoassoluzione dei tedeschi si basava materialmente su quel benessere che diede agli studenti del movimento la possibilità di pensare al resto del mondo, così quest’autoassoluzione oggi si fonda sul fatto che il bourgeois tedesco - cioè ogni singolo cittadino tedesco - se la passa piuttosto bene.

Che questo “piuttosto” sia obiettivamente un eufemismo, dettato dalla considerazione dei tagli subiti dal sistema sociale tedesco e dei rapporti di produzione “concorrenziali” che sono stati introdotti - misure adottate in preparazione dell’odierna dominazione - e che conducono direttamente allo status di “working poor”, non cambia nulla nel fatto che l’apprensione per la mera autoconservazione, enucleata come forza motrice della preistoria nella Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer, è mitigata, nella collettività tedesca, rispetto al resto del mondo.

E proprio in questa costellazione: la rinuncia storica a ogni sentimento di solidarietà; l’autoassoluzione degli “unwilling capitalists” tedeschi; un rapporto con la natura che viene pensato a priori - prima di ogni difesa del diritto tedesco di fabbricare automobili inquinanti - come protettivo; l’apprensione dell’autoconservazione del tutto rimossa - proiettata a livello nazionale -, che, proprio in quanto oggetto di rimozione, schiaccia ogni resistenza a terra con ancor più potenza; in questa costellazione ha avuto luogo un’elezione in cui i partiti avevano smesso già da tempo contestare quel consenso, la cui stolidità cresce nutrendosi della costellazione medesima. Mentre ciò cui andrebbe richiamato il tedesco è la solidarietà che ha smarrito, in modo che, forse, questi potrebbe guardare con occhi responsabili al mondo, che, sotto la sua direzione capitalistica, assume un aspetto sempre più post-apocalittico.

Il nazionalismo tedesco agisce da anni attraverso strutture obiettive per mezzo della catastrofica costruzione dell’euro e della politica di austerità “senza alternative”, e i tedeschi sanno molto bene ciò che ottengono da questa politica. Perciò, nella Germania del 2013, sarebbe impossibile per un grande partito sollevare obiezioni contro queste strutture senza, da un lato, perdere gran parte dei suoi voti, e dall’altro, far emergere alla coscienza anche quella brutale e latente resistenza contro la solidarietà verso gli altri uomini e far uscire allo scoperto quel potenziale nazionalista che monta da anni e si nasconde dietro l’istituzione UE.

Benché la politica della tronfia e fredda Germania nei confronti dell’Europa, che sembra aver assicurato ai tedeschi la loro dominazione sul continente, non sia stata per nulla tematizzata nella campagna elettorale, ci sono abbastanza elettori che hanno voluto dare il libero sfogo al loro odio verso i “faulen Südländer”, i meridionali nullafacenti, e così hanno votato “Alternative für Deutschland”, che supera la realtà tedesca solo nella sua barbarie manifesta.

In questa situazione la verità della critica radicale del parlamentarismo va ancora al nucleo del problema e sfiora la realtà: se il voto “democratico”, dal fallimento della costruzione di una società libera, è sempre una legittimazione del sistema di dominio parlamentare e quindi un sostegno dell’ordine mondiale capitalistico - e dunque votare il “male minore” ha sempre un carattere ambivalente; allora in Germania, nell’anno 2013, si vota non solo un tale consenso generale, bensì uno più determinabile: con ogni partito si sceglie di condiscendere al sentire nazionale tedesco, che “noi” dobbiamo andare avanti così nella sottomissione dell’Europa; all’odio latente verso gli stranieri che agisce con violenza non manifesta. Chi invece in questa situazione senza prospettive si astiene dal voto non fa che confermare l’esito di quei voti che non si ritraggono inorriditi di fronte alla brutalizzazione della politica.

A trarre le catastrofiche conseguenze della politica tedesca, che è affermata e gode di largo consenso, si rimane disorientati. Resta verissimo il giudizio spontaneo di una conoscente del sottoscritto, che negli anni Settanta si rivoltò e non ha ancora perduto del tutto il suo anticonformismo: “questo paese è invotabile!”. Che questo giudizio sia stato pronunciato dopo le prime proiezioni elettorali, quando ancora sembrava che Merkel dovesse conseguire un dominio solitario, non ne scalfisce in alcun modo il contenuto di verità, in cui ebbe a riparare tutta la spontaneità rimasta in questo paese ferocemente concorde.
 

Arne Kellerman, sociologo

traduzione dal tedesco di Manuel Disegni

 

 
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