Germania

Suggestioni della memoria

 di Bruna Laudi

 

Memorie cancellate, memorie imposte, memorie suggerite delicatamente. Ho avuto occasione di riflettere sui diversi modi di “fare memoria” e sull’impatto che questa può avere sulle persone durante il viaggio a Berlino “Sulle tracce di Regina Jonas, prima Rabbina d’Europa” organizzato da Maria Teresa Milano con l’agenzia Effatà.

La prima tappa è stata Norimberga: qui Hitler tenne discorsi infuocati dallo Zeppelintribune, imponente costruzione di stile fascista situata alla periferia della città. Durante il nazismo la tribuna aveva di fronte un enorme spiazzo, dove si disponevano schiere ordinate di SS in divisa ad ascoltare le parole del “Führer”. In alcune foto d’epoca ho visto che alle sue spalle c’erano colonne di luce che rendevano la scena quasi mistica.

 

 
Norimberga: la Zeppelintribune ai tempi del III Reich   La Zeppelintribune come appare oggi

Adesso invece il monumento appare spoglio, in degrado, come spesso accade al cemento armato dopo anni di abbandono: il piazzale prospiciente è stato spezzato da una strada che interrompe la grandiosità dello spazio. Ho attribuito a questa sistemazione una precisa volontà: l’immagine di decadenza che si presenta agli occhi del visitatore dà l’idea di come il potere sia effimero, dell’inutilità di un’ambizione politica straripante che sognava il dominio totale e la sottomissione dei popoli. Quale sarebbe invece l’impatto sulle nuove generazioni se la grandiosità fosse rimasta inalterata, se la percezione di quell’enorme potere fosse ancora così suggestiva? Certamente desterebbe ammirazione e, forse, rimpianto.

Personalmente, mentre salivo i gradini che portavano alla balaustra, ho provato una sensazione stranissima, fisica, nel pensare che poggiavo i piedi sullo stesso suolo che aveva calpestato quell’uomo orrendo lui voleva distruggere il popolo ebraico, annientarlo, ed io poggiavo le mie suole “di razza inferiore” dove lui le aveva appoggiate. E quel luogo da dove aveva arringato la folla con le grida esaltate ora era spoglio, abbandonato. Raramente ho amato tanto la vita come in quel momento.

Un tipo di memoria completamente diverso è quello che abbiamo incontrato a Berlino: una città che fa continuamente i conti col suo passato, contrapponendo alla morte la vita, con sensibilità, pudore e delicatezza. La memoria accompagna il visitatore ad ogni passo, nella presa di coscienza delle atrocità commesse durante il nazismo e della sofferenza subita quando Berlino era divisa, ma lo sguardo è sempre rivolto al futuro, alla possibilità di costruire una normalità consapevole.

La memoria a Berlino è capillare: ci sono le pietre d’inciampo, che ci ricordano la persecuzione degli individui, che avevano un nome, una data di nascita, una casa, in contrapposizione con la scelta nazista di giustificare i massacri in quanto le vittime erano “Untermenschen”, esseri inferiori.

Vicino alla Sinagoga di Oranienburgerstrasse si trova “La casa che non c’è”, uno spazio vuoto fra due palazzi, sulle cui facciate laterali ci sono delle grandi targhe, in corrispondenza dei piani, con i nomi delle famiglie ebree che lì abitavano.

Sulle recinzioni si trovano spesso pannelli istoriati che ricordano la cronologia di avvenimenti fondamentali, negli slarghi fra due strade si incontrano i totem che raffigurano protagonisti di una cultura “degenerata” cacciati o uccisi dai nazisti.

Ci sono musei piccoli e grandi, spesso interattivi, per ricordare il passato, per esempio quello sulla vita nella DDR.

La memoria non è mai invasiva, non è imposta, ma è presente ovunque, sempre: è collettiva, condivisa, Berlino non sarebbe com’è se non si fosse fatta carico del suo passato.

A Monaco, invece, ho avuto la netta impressione della memoria “cancellata”: la famosa birreria dove Hitler cominciò a progettare il suo disegno imperialista è uguale ad allora, forse più festosa. La gente brinda allegra e inconsapevole, non c’è traccia del passato, quasi fosse stata una parentesi da spazzare via, meglio non farsi tante domande. Monaco, con le sue vetrine più eleganti che espongono orgogliosamente i costumi bavaresi, mi ha dato la sensazione sgradevole di non aver coscienza del suo passato; ho provato il sottile disagio che provavo le prime volte che andai in Germania, quando i racconti famigliari bruciavano sulla pelle e non si compravano per nessuna ragione elettrodomestici tedeschi.

C’è poi la memoria “imposta”, almeno così ho vissuto negli ultimi anni il 27 gennaio: inizialmente apparve un’iniziativa lodevole, un modo per forzare le coscienze ed impedire l’oblio. Poi, col tempo, per alcuni è diventata un’incombenza fastidiosa, altri la ignorano e pochi volenterosi cercano di darle sempre nuovi significati, perché non diventi una routine. Negli anni dell’insegnamento ho conosciuto diverse tipologie di colleghi: quelli sensibili e preparati che sapevano sempre trovare il modo giusto per coinvolgere gli studenti e farli riflettere, quelli distratti, che non coglievano mai le occasioni che si presentavano per rendere la memoria concreta con riferimenti precisi: per esempio nei viaggi di istruzione non coglievano i mille spunti culturali dei luoghi (Ferrara, Trieste con le loro tracce indelebili…), ed infine quelli che affrontavano l’argomento in maniera assolutamente superficiale, senza mai approfondire le radici dell’antisemitismo, relegandolo a problema tedesco.

Infine c’è l’impegno degli storici che operano o in strutture organizzate, come il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, gli Istituti Storici della Resistenza, le Università oppure a livello individuale, come ad esempio Maria Teresa Milano con i lavori sul ghetto di Terezin o sulla già citata Regina Jonas.

A Borgo San Dalmazzo il 1° settembre, all’annuale cerimonia in ricordo degli Ebrei francesi da là deportati: è stata presentata una ricerca storica sulle famiglie che, provenienti dalla Francia e sicure di trovare la salvezza in Italia, avevano visto crollare le loro speranze dopo l’armistizio. La ricerca “Oltre il nome”, di Adriana Mancinelli ed Elena Fallo dell’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea della provincia di Cuneo, racconta l’origine di queste famiglie, giunte in Francia dopo mille peregrinazioni ma provenienti dalla Polonia, dall’Austria, dalla Germania… Ai nomi sono state associate delle fotografie, delle storie, alcune, per fortuna, a lieto fine, altre terribilmente tragiche. Come hanno detto le ricercatrici, si è voluto passare dai numeri alle persone, perché solo così la memoria può assumere significato.

Prima di avviarci sulla via del ritorno ho voluto andare alla stazione di Borgo San Dalmazzo e vedere il monumento che ricorda questi avvenimenti: un marciapiede con incisi i nomi delle famiglie deportate, altri nomi scritti in verticale, come una recinzione fatta di lettere di ferro e, sullo sfondo, alcuni carri bestiame. L’illuminazione è tenue e sale dal basso verso l’alto.

Chi passa non può non vedere, non fermarsi, non porsi delle domande: questa è memoria.

Bruna Laudi

 

Berlino: la "casa che non c'è", accanto alla Sinagoga di Oranienburgerstrasse

 

   

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