Memoria

 

Quei clandestini di Rorà

 di Daniele Diena

 

Quest’estate sono tornato a Luserna per salutare lo zio Sergio, primo partigiano caduto in Val Pellice durante la Resistenza. Aveva soltanto 24 anni quando fu colpito durante un’azione contro i nazifascisti, dopo aver scelto di lottare per la libertà del suo Paese, mentre la sua famiglia cercava riparo in Svizzera dalle persecuzioni razziali.

Uscito dal piccolo cimitero, che sorge ai piedi delle medesime montagne che hanno visto lo zio combattere e poi morire, mi è venuto il desiderio di vedere il posto dove, in quegli stessi anni bui, si erano rifugiati i miei cugini Terracini: mi ricordavo il nome, Rorà, ma non ne ero sicuro, così ho raggiunto la borgata, ancor oggi ben nascosta tra i boschi, sopra Luserna.

Avvicino la prima donna che incontro sul piazzale antistante la trattoria, visto che ha i capelli bianchi, e le chiedo se è qui che durante la guerra abitanti del posto avevano nascosto tre famiglie ebree. E lei: “Sì, certo, una famiglia era da me, si chiamavano De Benedetti!”. Le ricordo che c’erano anche i Terracini e lei mi indica una casa fatta di tre corpi, uno attaccato all’altro, che intravvedo in basso, dietro gli alberi: “Erano là i Terracini, a casa Vernarea: vedevo spesso la figlia e suo padre”. Non mi sembra vero di aver subito trovato la persona giusta e, anche per fermare il brivido che sento correre sulla schiena, le ricordo il nome del capofamiglia, lo scultore Roberto Terracini, docente di Plastica all’Accademia Albertina, di Torino, e della primogenita Lia. Udendo i loro nomi, all’anziana donna brillano gli occhi, ma poi si immalinconisce: “Oh sì, Roberto, poverino, ho saputo che è morto sotto una macchina!” Mi chiede ragguagli su com’è successo, le dico quello che so, poi, sollecitata da me, le riaffiorano i ricordi. Poi nacquero i due gemelli e allora abbiamo cominciato a vedere anche la signora”.

I due gemelli sono David, architetto e collaboratore di questa rivista, che oggi vive a Pinerolo, e Laura, ceramista e illustratrice, vive ad Annecy. La testimone della loro storia si chiama Rosetta Tourn, ha 88 anni la pelle abbronzata e i polpacci sodi di chi va ancora per boschi ed è in ottima salute. Dice che andava a trovare i Terracini quando aveva qualche pacchetto di thè e caffè che le faceva avere uno zio finanziere che li trafugava nel porto di Genova. “Ma solo quando non mi vedeva mio padre, perché lui mi sgridava, dicendo: “non sappiamo mica quanto durerà questa guerra!” Dice che si dava da fare anche lei perché la famiglia che li ospitava non aveva grandi possibilità ed erano già in otto. Le chiedo se ha mai visto lo zio disegnare o dipingere e lei: “Eccome”, risponde indicando la boscaglia a monte della casa, “qualche volta lo vedevo su di là, ben nascosto dietro i rami degli alberi: quando si accorgeva che lo guardavo, mi faceva segno di stare zitta e di andar via”. Le chiedo cosa dipingeva, mi dice ritratti di donne e io penso che possa trattarsi di Lia, ricordo che l’ha ritratta spesso da piccola. Cerco di sollecitarle qualche altro ricordo dello zio e lei aggiunge soltanto che era “un bell’uomo, con i capelli folti e ondulati” e che i figli avevano gli stessi capelli.

Mi piacerebbe vedere la casa, ma dice che non è possibile perché ci abita una donna che sta male, una certa Odilla Pavarin, che vive lì insieme al figlio. Però mi accompagna nei pressi, precedendomi giù per una ripida stradina sterrata col passo d’uno stambecco nonostante la veneranda età. Dobbiamo accontentarci di vederla dall’alto, affacciandoci da una sua vecchia proprietà che è pochi metri sopra.

Poi, quasi a scusarsi, dice che può farmi vedere dove stavano i De Benedetti, visto che erano a casa sua. Risaliamo sul piazzale, con lei che corre sempre avanti come si muovesse in piano, e prendiamo la stradina che svolta dietro alla trattoria. Pochi passi ed eccoci in quest’altra casa, disabitata: due piccole stanze ancora oggi ben nascoste, che si raggiungono attraverso un ballatoio, dopo aver percorso un cortile fangoso dove razzolano libere le galline. L’emozione è forte e provo un certo imbarazzo entrando: mi sembra di violare l’intimità della famiglia che vi si nascondeva. Una cucina e una camera da letto soltanto, dove stavano in cinque: “Non li vedevamo mai”, dice Rosetta, facendo capire che non era riserbo ma la paura di essere scoperti: “So solo che i De Benedetti erano marito, moglie, due figli e una nonna che morì qui. Quando successe la portarono via i miei, di notte, sul carro tirato dal mulo” dice Rosetta, indicando un grande portone in fondo al cortile e aggiungendo: “Le poche volte che uscivano, i De Benedetti passavano da lì, “mai davanti”.

Al ritorno, un altro incontro e altri ricordi che affiorano alla memoria di gente che ha ancora tutto ben vivo nella mente, come, per altro, fa ben intendere il fatto che sulle case, al 25 Aprile, sventola il tricolore, cosa che non ho mai visto al di fuori dei palazzi istituzionali. Nella prima casa all’inizio della stradina abita la famiglia Tourn Boncueur: la Rosetta si ferma a parlare con una signora sulla sessantina per farsi aiutare a ricostruire quei giorni. Mettono a fuoco il periodo, ’43-’45, e ricordano dove stava la terza famiglia, i Levi, a casa Vagera, un po’ più su. Chiedo anche a lei dello zio, ricordandole che era un artista e che aveva l’abitudine di fare qualcosa tutti i giorni, per tenersi in esercizio: se non era possibile con la creta almeno con la matita. Ed ecco l’ultima sorpresa: la signora rientra in casa un momento e poi ricompare con un ritratto. Riconosco subito il tratto dello zio, l’emozione è forte e lei conferma: “L’ha fatto Roberto a mio nonno Augusto”.

Ormai si sta formando un capannello, si avvicina un signore con capelli e barba brizzolati: ricorda con orgoglio la medaglia di bronzo che il paese ha avuto per la coraggiosa generosità verso le tre famiglie ebree. Gli chiedo se mi può aiutare a ricostruire alcune circostanze della morte di mio zio Sergio, lui mi fa i nomi di persone di Torre Pellice che ne sanno di più e capisco che dovrò tornare presto.

Daniele Diena

 

Laura Terracini, medaglione per la cascina Vernarea a Rorà. Ceramica colorata

 

    

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