Prima pagina

 

Uno, due, tre stati palestinesi

di Sergio Della Pergola

 

La calda estate del 2014

Il risultato militare della battaglia estiva di Gaza fra Hamas e Israele è chiaro. Quello della ben più importante e complessa guerra maggiore che si sta combattendo oggi in tutto il Medio Oriente, e le cui propaggini estreme penetrano in molti paesi europei fra cui l’Italia, è invece incerto, e per conoscere i suoi esiti sarà necessaria chiarezza, integrità, e determinazione. I recenti avvenimenti svelano un ben definito spartiacque fra civiltà e barbarie, e qualunque critica si voglia fare allo stato d’Israele, questo sta ben fermamente dalla parte della civiltà nella quale confidiamo l’occidente e certamente l’Italia vorranno continuare a identificarsi senza compromessi.

Antonio Ferrari, in un commento apparso sul Corriere del 23 agosto, riferendosi alle esecuzioni di supposti "collaborazionisti" sulla pubblica piazza a Gaza, scriveva che "difendersi ricorrendo alla concorrenza della ferocia è una barbarie che si rivelerà anche politicamente suicida". L’osservazione nasceva dall’analogia, non chiara a tutti, fra le azioni dell’incappucciato che ha barbaramente trucidato (finora) tre giornalisti americani e inglesi nel nome del califfato islamico, e quelle degli incappucciati palestinesi che a Gaza hanno fucilato decine di persone nel nome della lotta di liberazione di Hamas.

L’obiezione che si tratti di due situazioni completamente diverse non sembra reggere al vaglio di un’osservazione più attenta. In entrambi i casi gli incappucciati fanno parte di movimenti islamici armati, di ispirazione sunnita, dediti alla "liberazione" del loro territorio da una supposta "occupazione" straniera: in Iraq, dalle ingerenze del mondo americano e occidentale, ma anche sciita e curdo, cristiano e yazida; a Gaza, da quelle di Israele, ma anche dell’Autorità palestinese, di fatto cessate nell’agosto 2005. In entrambi i casi l’esecuzione pubblica avviene senza alcuna procedura legale nella quale sia stata fornita una prova di colpevolezza e sia stato consentito ai condannati a morte di far udire le proprie ragioni.

Che cos’è una società civile

Al di là del parallelismo nelle tragiche coreografie, in entrambi i casi il problema di fondo è quale società civile vorrebbero creare questi movimenti di "liberazione" se dovessero riuscire nel loro intento; quali sarebbero le istituzioni democratiche e le garanzie civili, quali i diritti delle minoranze etniche e religiose, del genere femminile, dei diversi. L’occidente, che certo si riconosce in questi parametri irrinunciabili, e che sembra pretenderli senza compromessi da parte dell’Isis, appare invece stranamente reticente nel richiedere lo stesso a Hamas. La rappresentazione mediatica e politica dei fatti in Iraq e a Gaza resta in gran parte divisa da paratie stagne, e questo lancia un segnale preoccupante sulla capacità e volontà di giudizio in Occidente. Anche i tempi necessari alla soluzione del conflitto Israele-Palestina oggi si sono allungati perché per arrivare a instaurare una vera società civile deve essere prima domato il fondamentalismo islamico, e questo non appare all’orizzonte.

Questi interrogativi hanno potuto udire di prima mano durante le loro visite al Tempio e al Museo Italiano a Gerusalemme Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, e Federica Mogherini, il ministro degli esteri e neo Commissario agli affari esteri dell’Unione Europea. Purtroppo, al contrario, esistono e crescono a vista d’occhio in Europa e in Italia derive totalitariste,  o addirittura selvagge, di stampo fascista, nazista, stalinista, o nostalgiche dei gruppi terroristi post-sessantottini.Abbiamo anche dovuto subire le ripugnanti esternazioni di Gianteresio Vattimo, o il grottesco documento di Angelo d’Orsi e dei suoi cofirmatari. Le voci che dovrebbero contrastare queste aberrazioni ora non più isolate, si sentono non sempre, non abbastanza, e fra molte esitazioni.

I grandi mezzi di comunicazione, stampa, televisione, internet e reti sociali, riflettono questa situazione di anomia, e a volte di esplicito fiancheggiamento. In Italia, oggi come in passato, milita in prima linea in questa mistificazione continua un canale televisivo di stato, Rainews24, che durante tutto il periodo del confltto estivo ha trasmesso ora per ora in diretta una martellante campagna di supporto unilaterale e fuorviante delle posizioni di Hamas. Un tempo dirigeva il canale Corradino Mineo che ora invece ha trovato una sua pedana mediatica dai seggi del Parlamento italiano. Oggi c’è un’inviata, Lucia Goracci, che durante tutta la sua permanenza a Gaza pur avendo a disposizione un cameraman fisso non è riuscita a riprendere nemmeno una volta un solo lancio di razzi da parte di Hamas verso le località urbane e rurali in Israele. Ha invece commentato con grande dettaglio le conseguenze delle azioni di rappresaglia israeliane. Essendosi trovata in piazza a Gaza durante le fucilazioni da parte degli incappucciati di Hamas, senza processo o senza istruttoria, non ha saputo esprimere una sola parola di sdegno che ci si sarebbe potuti aspettare da chi è dotato di una minima coscienza civile e democratica.

 

La raison d’être di Israele

In questo quadro sconfortante, Israele non può riposare sugli allori della dura lezione militare impartita a Hamas. È assolutamente necessario e urgente stabilire un piano strategico politico a più lungo termine, anche se obiettivamente la probabilità che si possa giungere a risultati concreti nell’immediato futuro è scarsa. La strategia di Israele, partendo dalla sua vera raison d’être di Stato del Popolo ebraico, deve tradursi in una serie di proposte concrete che, senza rinunciare agli interessi fondamentali del paese, si spingano con coraggio fino al limite del possibile nelle relazioni bilaterali con gli altri attori attivi nella regione. Per poter essere veramente lo Stato del Popolo ebraico Israele deve configurarsi sul piano della demografia, della cultura e della politica in mdo da rispecchiare pienamente questa aspirazione irrinunciabile.

All’inizio del 2014, sull’intero territorio della Palestina/Eretz Israel storica vivevano 12,4 milioni di persone: di questi 6,1 milioni ebrei, e 350.000 non ebrei membri di famiglie ebraiche. Di questi circa 6,5 milioni, oltre 350.000 vivevano in insediamenti urbani e rurali in Cisgiordania. D’altra parte vi erano 1,7 milioni di cittadini arabi in Israele (inclusi i residenti di Gerusalemme est), 4 milioni di Palestinesi nei territori (2,3 milioni in Cisgiordania e 1,7 milioni a Gaza), e infine 250.000 lavoratori stranieri e rifugiati africani. Da questo risulta che la percentuale di ebrei sul totale delle persone presenti (6,1/12,4 milioni) è del 49%, ma sale al 52% se assimiliamo alla popolazione ebraica i 350.000 familiari non ebrei (cosa che il rigido rabbinato centrale di Gerusalemme non accetterà mai di fare). Nel primo caso gli ebrei sono in minoranza, nel secondo sono in leggerissima maggioranza. Se ignoriamo i lavoratori stranieri e i profughi, ed escludiamo dal calcolo Gaza dove non vi è oggi alcuna presenza israeliana, la percentuale di ebrei (inclusi i familiari non ebrei) sulla popolazione totale di un potenziale aggregato Israele + Cisgiordania è di poco sotto il 62%, con un 38% di arabi palestinesi. Per chi pensa all’ideale di uno Stato nazionale ebraico sono dati non certo confortanti, e soprattutto non tali da permettere una gestione democratica e basata sulla cultura, la lingua, la tradizione ebraica.

 

Uno stato per due popoli

Le tendenze demografiche conducono alla creazione e al rafforzamento di una maggioranza araba sul territorio unificato. Dunque, in prospettiva, a uno stato palestinese con una minoranza ebraica. Nell’epoca delle crescenti sensibilità identitarie etniche particolari (vedi il recente caso del referendum in Scozia), questa soluzione di uno stato per due popoli che si sente proporre da varie parti non è solamente impossibile, è stupida e anacronistica. La proposta di uno stato per due popoli suscita forti opposizioni in qualsiasi altra situazione di conflitto al mondo ma viene cocciutamente riproposta nel caso Israele-Palestina. In realtà si tratta soltanto di una provocatoria e ostentata negazione della legittimità di uno stato per il popolo ebraico.

 

Due stati per due popoli

Quali sono le alternative politiche nell’equazione Israele-Palestina? La vera alternativa è quella di una separazione negoziata fra le sovranità politiche e territoriali della parte ebraica e dalla parte palestinese, entro confini concordati e riconosciuti. Dunque, in primo luogo, due stati per due popoli. La soluzione di uno stato palestinese unificato comprendente la Cisgiordania e Gaza è problematica a causa non solo della separazione geografica fra le due unità territoriali, ma soprattutto delle differenze politiche fra le due parti. L’idea di un corridoio che fisicamente congiunga le due parti separate del territorio è estremamente improbabile e senza precedenti al mondo, ma si tratta comunque di un problema risolvibile di ingegneria. Ma sul piano politico esiste una acerrima rivalità fra Hamas che domina a Gaza e l’OLP che governa la Cisgiordania. Hamas nella sua costituzione formulata nel 1987 proclama testualmente la distruzione di Israele e l’uccisione di tutti gli ebrei. La posizione dell’Autorità Palestinese a Ramallah è più moderata, anche se sempre massimalista, ma di fatto Abu Mazen è un presidente il cui mandato è scaduto già da tre anni, e se oggi ci fossero elezioni, le perderebbe quasi certamente.

Esiste un’incompatibilità profonda fra i Palestinesi in Cisgiordania e a Gaza che si è manifestata più volte in esplosioni di violenza reciproca tipiche di una guerra civile. L’OLP/Autorità Palestinese non può mettere piede a Gaza, Hamas è persona non grata in Cisgiordania. La messa in scena del governo di unità nazionale, su cui è stato versato tanto inchiostro, ha un senso nella stessa misura in cui un governo di coalizione Grillo-Berlusconi lo avrebbe in Italia. Durante la campagna di Gaza, l’Autorità palestinese è stata molto discretamente a guardare senza intervenire, così come ha fatto Hezbollah dal Libano. I nemici dei miei nemici sono i miei amici, e nella fattispecie Israele funzionava da nemico di Hamas sunnita, dunque amico di Hezbollah sciita, e in particolare dell’OLP sunnita palestinese.

 

Tre stati per due popoli

Una soluzione alternativa e molto logica, che però al momento attuale tutti amano respingere, sarebbe dunque quella della doppia sovranità politica e territoriale: uno stato a Gaza e uno stato in Cisgiordania. Sarebbe una soluzione di parcellazione territoriale di tipo yugoslavo nell’era in cui, con l’appoggio della comunità internazionale, paesi come Kossovo e Montenegro hanno potuto secedere dalla Serbia, il Sudan del Sud dal Sudan, e Timor Est dall’Indonesia, e in cui tante autonomie regionali sognano la sovranità in varie parti di Europa. La separazione geopolitica fra i territori palesitnesi e Israele è imperativa; quella fra Gaza e la Cisgiordania è sociologicamente e politicamente più che plausibile.

Se si scegliesse questa via, Israele sarebbe vincolata a trattare con le dirigenze delle varie parti. Una trattatva fra Israele e Hamas al momento attuale è considerata tabù da entrambe le parti, ma si cominciano a sentire le prime voci isolate che vano in questa direzione. Israele ha già trattato con Hamas nei giorni del rapimento e della liberazione di Gilad Shalit. E la pace si fa come è noto con i nemici. Hamas è l’autorità politica costituita a Gaza. L’idea della trattativa separata potrebbe affascinare l’ego ipertrofico dei boss di Gaza e aiutare a supeare lo stallo. L’Autorità palestinese potrebbe svolgere a Gaza semmai una funzione di mediazione, ma come potenza straniera, alla stessa stregua dell’Egitto o, al limite degli Stati Uniti o dell’Unione Europea. La trattativa non sarebbe semplice ma sarebbe possibile sulla base di un piano di smilitarizzazione in cambio di ricostruzione.

Con l’Autorità Palestinese in Cisgiordania la trattativa non sarebbe più semplice perché la sotuazione geopolitica sul terreno è molto più complessa. La vera via d’uscita, anch’essa oggi molto inpopolare, sarebbe quella di uno scambio di territori e delle sovrastanti popolazioni in un rapporto di uno a uno. Parti di Israele adiacenti alla Cisgiordania, con una popolazione di centinaia di migliaia di cittadini arabi, potrebbero essere annesse alla Palestina cisgiordana. Parti della Cisgiordania adiacenti a Israele, dove sono state costruite importanti località urbane israeliane, potrebbero essere annesse a Israele. Ne guadagnerebbe la coerenza demografica e societaria delle due parti, e ne deriverebbero minori frizioni fra le due popolazioni.

 

Domande inquietanti

Resta infine l’inquietante domanda: chi paga per sostenere i fondamentalismi? Il conflitto in Medio Oriente coinvolge tante forze estremiste, e il caso dei Palestinesi non può essere isolato dal contesto generale. Se verrà debellata l’insurrezione terrorista che imperversa dall’Iran all’Iraq alla Siria, coi ricchi contributi del Qatar ma anche dell’Arabia Saudita, si sarà fatto un importante passo in avanti. Ma quando? E se la sopravvivenza di importanti imprese europee e italiane (per esempio l’Alitalia) dipende fortemente da investimenti provenienti dall’area di influenza islamica, come si configureranno le rispettive politiche estere?

Per finire, una nota personale. Ho insegnato a studenti palestinesi sia in Israele sia negli USA, e i rapporti personali sono sempre stati corretti. Ho conosciuto e familiarizzato con colleghi palestinesi a congressi scientifici internazionali. Un tentativo di creare un progetto di ricerca congiunto con un influente collega di Ramallah era arrivato quasi al traguardo ma è fallito quando lui ha rifiutato di firmare il modulo che andava sottoposto all’ente finanziatore. E per sottolineare come il dialogo sia difficile, recentemente è stata organizzata una partitella di calcio in Israele fra ragazzi israeliani e palestinesi, ma il presidente della Federcalcio e del Comitato Olimpico palestinesi, Jibril Rajoub, un ex-capo delle milizie palestinesi, ha dichiarato che tale partita era un delitto contro l’umanità. Il percorso è ancora lungo.

 

Sergio Della Pergola
Università Ebraica di Gerusalemme

 

Mucca con ombrello (Marc Chagall)

 

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