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Patti chiari, amicizia lunga
Intervista a Rav Ariel Di Porto, Rabbino Capo di Torino dal 1° settembre 2014

 

La Comunità è uguale o diversa dall’idea che si era fatto precedentemente?

L’immagine della Comunità corrisponde abbastanza all’idea che mi ero fatto in precedenza. Negli ultimi mesi ho avuto modo di frequentare la comunità in varie occasioni, e ciò che colpisce è la totale assenza di varie fasce di iscritti dalla vita comunitaria, ed in generale è necessario individuare delle strategie per coinvolgere queste fasce e creare punti di contatto. In tal senso è di fondamentale importanza la creazione della Banca del tempo. Spero che gli iscritti percepiscano la centralità di tale progetto e rispondano adeguatamente.

Che cosa si diceva a Roma a proposito della Comunità di Torino?

L’immagine della Comunità che arrivava a Roma dipendeva dalle infuocate cronache degli ultimi movimentati anni. Non avendo passato questi anni a Torino non saprei dire se quanto arrivava corrispondesse al vero, ma l’idea che derivava era quella di una profonda lacerazione, che attraversava trasversalmente la comunità intera. In questi primi mesi non ho potuto apprezzare tale fenomeno, avendo incontrato un atteggiamento abbastanza aperto e conciliante nei miei confronti, e non posso fare altro che sperare che prosegua così...

A Torino negli anni passati è stato sentito come molto caldo il problema di definire modalità certe per chi è interessato a un percorso di ghiur. Quale sarà la sua politica su questo tema?

In tutta l’Italia ebraica il tema dei ghiurim è certamente molto sentito, e la fortuna di un Rabbino dipende molto da questo. La definizione di iter certi è sicuramente fondamentale, e molto è stato fatto negli ultimi anni in questo senso. A Roma ho accumulato una discreta esperienza nel campo, prima come insegnante nei gruppi di famiglie miste (progetto che è iniziato una decina di anni fa), poi come membro del Bet Din. Il proposito ora è quello di entrare a far parte del Bet Din di Milano, presieduto da Rav Arbib, in qualità di giudice, e ciò comporterà l’adozione delle sue procedure e "regole d’ingaggio". La Comunità dal canto suo dovrà rendersi conto dell’esistenza di certe realtà, creando conseguentemente delle strutture ricettive adeguate. Ma alla base di tutto c’è un serio impegno da parte dei candidati e delle loro famiglie. In assenza di ciò, qualsiasi discorso lascia il tempo che trova.

I bambini figli di solo padre ebreo saranno coinvolti fin da piccoli nell’educazione ebraica?

I figli di solo padre ebreo si trovano in una situazione molto particolare, da considerare molto attentamente, trovandosi ad affrontare un percorso che da una parte è paragonabile a quello degli adulti, con la difficoltà (o l’opportunità) di dipendere in tutto e per tutto dalle proprie famiglie. Pertanto è molto importante il lavoro su tali famiglie, volto a creare un ambiente pienamente ebraico in ambito domestico, e favorire l’educazione ebraica di questi bambini. Circa l’educazione ebraica vale lo stesso discorso: se fa parte di un percorso più ampio sicuramente è bene accetta, in caso contrario non farebbe altro che creare false illusioni nei bambini, con effetti disastrosi a numerosi livelli.

È possibile conciliare l’esigenza di avere una Comunità in cui tutti gli iscritti possano sentirsi a casa con l’esigenza di avere una Comunità rispettosa dell’alakhà e riconosciuta come tale anche all’estero e in particolare in Israele?

Bisogna capire cosa si intende per sentirsi a casa. Se si tratta di tenere atteggiamenti contrari all’alakhà in ambito comunitario, certamente è difficile immaginare una conciliazione. Se invece si vuole cercare di creare un ambiente accogliente nel quale vigano certe regole condivise ed applicate da tutti, sicuramente è un obiettivo da perseguire, anche se questa è per un rabbino la vera e propria quadratura del cerchio...

Infine, una curiosità: da cosa ha tratto l’impressione (come ha scritto sul notiziario di settembre) che gli ebrei torinesi non dicano sempre quello che pensano?

Non so se quella che definivo un’impressione è stata recepita secondo quanto intendevo: a Torino si è arrivati ad affrontare delle situazioni estreme, che hanno portato a delle conseguenze disastrose nella vita comunitaria. A quanto ho percepito, lo strappo si è consumato in grandissima parte nella sfera pubblica, mentre molte situazioni si sarebbero potute affrontare con molta più serenità nella sfera privata. La mia richiesta era semplicemente quella di recuperare questa dimensione fondamentale, visto che i rapporti umani sono alla base dell’esperienza comunitaria.

 

Intervista a cura di Anna Segre