Israele

 

 La tregua durerà?

 di Israel De Benedetti

 

Oggi, primo settembre, più di due milioni di scolari tornano a scuola, tutti, compresi quelli della zona prospiciente a Gaza. Nella zona la maggior parte delle scuole sono blindate, ma il problema resta sempre quello dei viaggi in autobus. Qui non si dimentica che qualche anno fa un autobus della scuola è stato centrato in pieno, dopo che tutti i bambini, tranne uno, erano scesi. Quello rimasto non è più tornato a casa.

Anche questa mini guerra, durata 50 giorni, pare sia terminata. È la terza guerra con Gaza negli ultimi cinque anni, la più lunga e la più dolorosa per il paese. I kibbuztim e i moshavim distanti non più di sette chilometri dal confine, dopo 14 anni passati tra missili sporadici (uno per settimana, uno ogni tre giorni ecc. e Israele risponde con attacchi aerei…) si sono trovati davanti a una nuova realtà minacciosa: le gallerie e i mortai, cannoni a breve gittata, tanto breve che finora non c’è allarme che tenga. Per i missili c’è molto tempo (si fa per dire!) per trovare un rifugio: tra 15 e 30 secondi per i posti più vicini al confine fino a più di un minuto nelle città del sud!!!! Per i mortai non è possibile nessun allarme e così è stato per Daniel, morto sul colpo a 4 anni e mezzo nel suo kibbutz Nahal Oz.

Oggi si possono tirare le somme: 50 giorni di combattimenti, 50 giorni di vita d’inferno per gli abitanti della zona, molti dei quali si sono trasferiti al nord e oggi si dibattono sul quesito tornare o non tornare alle loro case al sud. 50 giorni e più di settanta tra soldati e civili morti e una sessantina di feriti ancora in ospedale. Dall’altra parte centinaia di case distrutte, più di duemila morti e un numero imprecisato di feriti. Da una parte e dall’altra miliardi di dollari andati in fumo, soldi che avrebbero potuto servire a rialzare il tenore di vita di questi e di quelli.

Le due parti cantano ciascuna a modo suo vittoria, ma sono due vittorie di Pirro. E per ottenere cosa?

Hamas vuole libertà di entrata e uscita per merci e persone sia dalla parte egiziana che da quella israeliana, vuole un porto e un campo di aviazione. Israele vuole ottenere il cessate il fuoco completo, senza più né un missile, né altri tipi di minacce e la smilitarizzazione della striscia. In questi cinque anni, e tre periodi di guerra, non si è fatto un passo avanti né da una parte, né dall’altra, per cui non è da escludere un quarto round. Gli uomini di Hamas da una parte e il governo di Israele dall’altra non sanno, o non possono o non vogliono capire che la sola soluzione del problema è la trattativa, parlare gli uni con gli altri e cercare assieme soluzioni che soddisfino questi e quelli. La parola d’ordine della destra israeliana "con Hamas non si tratta!" significa prepararsi a un altro giro di vite e ogni volta più sanguinoso.

D’altra parte, nell’Autonomia Palestinese Abu Mazen ha avuto il suo ruolo, assieme agli egiziani, per portare avanti le trattative per il cessate il fuoco. Israele avrebbe dovuto riconoscerlo e complimentarsi per il suo comportamento, invece nulla. Bibi ha ottenuto la tregua, evitando di portare la decisione nel Gabinetto di Guerra dove avrebbe avuto 4 voti a favore e 4 contro, poi, per accontentare la destra, ha deciso la requisizione di 4000 dunam (400 ettari) in favore delle colonie di Gush Ezion. Le reazioni da parte araba e da parte degli Stati Uniti e di vari stati europei sono state dure, ma purtroppo lasceranno il tempo che trovano. Chi continua a dire che è a favore dei due stati (e Netanyahu si preoccupa ogni tanto di riaffermarlo) non vuole rendersi conto che ogni dunam di terra confiscata è una spina per il popolo palestinese. Così dobbiamo dolorosamente segnalare che, contro i sondaggi israeliani che danno ora una maggioranza pericolosissima alla destra, i sondaggi nella Autonomia Palestinese segnalano un numero sempre maggiore di fautori di Hamas. Il giornalista e scrittore israeliano Jonatan Ghefen ha dichiarato che Begin a suo tempo con la decisione di fare la pace con l’Egitto ha voluto preoccuparsi del bene delle future generazioni, anche a scapito di un suo futuro successo elettorale.. Questo è il comportamento di un vero leader come lo sono stati Ben Gurion, Rabin e perfino Sharon. Bibi non è certo a questa altezza.

Lo stesso Bibi sa che vere e proprie trattative con l’altra parte sarebbero appoggiate da una maggioranza di voti alla Keneset: i partiti di opposizione Avodà e Meretz gli offrono un appoggio incondizionato che metterebbe in minoranza la destra estremista. Ma Bibi pensa al suo futuro politico: nel suo partito Likud l’ala destra è in continua ascesa, pertanto il non far niente è tutto a favore di Bibi, purtroppo non a favore del futuro di Israele.

 

Siamo arrivati al giorno 8 di settembre e Israele non ha ancora preso nessuna iniziativa: il governo si dibatte sul come coprire le spese della guerra, ogni tanto qualche politico lancia dichiarazioni, ma niente di costruttivo. Dall’altra parte corre voce che Hamas sta ricostruendo missili e riaprendo gallerie. L’unico a muoversi in senso positive è Abu Mazen: ha spedito due suoi fedeli per presentare a Obama un programma dell’Autorità Palestinese per la creazione dello stato entro tre anni, con una decisione dell’ONU. Per contro ha dichiarato che Hamas è colpevole per la morte di tanti cittadini e se vuole entrare nel governo futuro deve accettare l’indirizzo politico, una sola legge, una sola e unica forza militare (di polizia). A quanto pare questo programma verrà presentato anche all’Assemblea Generale dell’ONU.

 

Intanto siamo arrivati al 23 settembre e oggi al Cairo si sono incontrate le delegazioni palestinesi e quella di Israele, dopo il pericolo di un rinvio causa le proteste di Hamas per la uccisione avvenuta nella notte dei due assassini dei tre ragazzi tre mesi fa. In questi giorni termina la tregua firmata un mese fa e dovrebbero iniziare delle trattative vere e proprie. Hamas chiede l’apertura completa dei valichi con Israele e l`Egitto, il permesso di creare a Gaza un porto e un campo di aviazione e il pagamento da parte dell’autorità palestinese dei soldi bloccati degli stipendi dei funzionari vari. Israele da parte sua chiede la smilitarizzazione della striscia e un controllo internazionale per evitare nuovi armamenti.

Queste le due posizioni dichiarate ma a quanto pare Israele sarebbe disposto a una più ampia apertura dei valichi d’accordo con le Nazioni Unite e sotto sorveglianza di forze di Abu Mazen. Israele sarebbe anche disposto a considerare il permesso di creare un porto a Gaza, ma cosa offrono in cambio i dirigenti di Hamas? Di smilitarizzazione non vogliono neppure sentire parlare; saranno pronti invece a impegnarsi per un cessato il fuoco totale e senza limiti di tempo ?

In effetti le due parti pare non siano interessate ora alla ripresa delle ostilità: Hamas vede la necessità di ricostruire tutto quanto è stato distrutto (con aiuto internazionale) e di offrire alla popolazione un miglioramento socio economico. Israele fa i conti delle spese militari (conti sui quali è in atto una forte divergenza di opinioni tra Netanyahu e Lapid, che rischia di mandare a monte la attuale coalizione governativa). I giorni a venire chiariranno se le due parti sono in grado di seguire la via della ragione, ignorando ciascuna parte l’ostilità dei propri estremisti-ultra.

Per ora, 24 settembre, pare che nell’incontro tra le due delegazioni, ieri, si sia arrivati a un tacito comune accordo di rimandare le trattative a dopo le feste ebraiche. Bibi certo è d`accordo (ogni rinvio va bene), ma non è giunto il momento che Israele prepari un suo piano di azione politica, offrendo all’altra parte un minimo di concessioni?

Con l’inizio del nuovo anno ebraico non ci resta che augurarci che la via della ragione prevalga e si possa continuare a vivere in pace di qua e di là dal confine.

Da segnalare, per ultimo, una serie di manifestazioni da parte degli abitanti dei kibbutzim, moshavim e di Sderot che chiedono al governo un’azione politica per evitare di ricadere nelle azioni militari.

 

 Israel De Benedetti

 Ruchama, vigilia di Rosh Ha-Shanà

 

Io e il villaggio, 1911 (Marc Chagall, Museum of Modern Art, New York)

   

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