Israele

 

51 giorni d’inutile prova di forza

 di Rimmon Lavi

 

È possibile, per un israeliano o per un palestinese, essere obiettivo in una situazione così complessa? Non servirebbe pur sempre a trovare una via d’uscita, perché quest’ultima guerra, non voluta da nessuna delle parti, è la dimostrazione del proverbio "un saggio non entra in una situazione da cui un furbo non sa come uscire".

D’altra parte di fronte agli orrori dei gruppi estremisti islamici in varie parti del mondo, pare veramente sproporzionata e macchiata di antisemitismo più o meno latente la reazione ossessiva (anche se giustificata dalla grave situazione a Gaza) solo contro Israele sia dei gruppi islamici, sia di certa sinistra in Europa, sia della Commissione dei diritti dell’uomo dell’ONU, quando invece non si condannano le più gravi infrazioni dei diritti dell’uomo da parte di nazioni "per bene", all’Est o all’Ovest, o di gruppi estremisti, come in Ucraina, Siria, Irak e Africa.

A Gerusalemme quest’estate è passata quasi come al solito, anche se disturbati, di rado, da allarmi. Ci fidiamo della santità della città (per quanto io continui a dimostrare ogni venerdì in città est con una maglietta con la scritta "non c’è santità in una città occupata").

Ma la situazione è stata molto diversa nel sud di Israele, con continui attacchi di missili, che riescono a fare relativamente poco danno (grazie alla Cupola di Ferro, antimissili straordinaria, e ai rifugi costruiti in ogni casa, per strada e in ogni edificio pubblico) ma la vita quotidiana è stata scombussolata, creando grave tensione e trauma, anche per il pericolo di terroristi che potessero sbucare da tunnel vicino ai villaggi di frontiera. Persino il centro metropolitano di Tel Aviv e dintorni è stato scosso 2-3 volte al giorno da raffiche di missili che hanno minacciato anche l’aeroporto principale. Sotto attacchi si sono trovati cinque milioni di persone, due terzi del paese, ebrei, arabi e beduini inclusi, molti, specialmente tra gli ultimi, senza rifugi.

Sarebbe anche nulla in confronto alla tragedia di Gaza, dove il governo di Hamas (che ha iniziato, anche senza voglia, lo scontro armato e che rifiuta ogni trattativa con Israele se includa riconoscimento della sua legittima esistenza) ha investito per anni soldi, cemento armato e lavoro solamente per comprare o costruire missili, scavare bunker per il commando militare e politico e per postazioni di lancio sotterranee (sotto scuole, ospedali e abitazioni povere), e una rete di decine di lunghe gallerie sotto la frontiera per attacchi o contro il blocco economico. Invece ha lasciato la popolazione senza fognature sostenibili, senza qualsiasi difesa attiva o passiva: anzi ne ha impedito la fuga, pur se fosse stata possibile, nella zona di Gaza, così densamente popolata. Persino alcune scuole dell’ONU, che avrebbero dato rifugio a molte famiglie dei rioni attaccati direttamente, sono state usate come depositi di missili, o postazioni di cecchini, attirando fuoco israeliano.

Le statistiche, quando sono iniziati i missili, contavano già 4845 palestinesi di Gaza morti e 174 israeliani, mentre nei 51 giorni dell’azione recente 4500 bombe e missili palestinesi lanciati verso Israele (dei quali 733 intercettati), 67 soldati e 7 civili israeliani uccisi, 4868 attacchi aerei israeliani, 2104 morti palestinesi (tra cui 518 bambini) e 17000 abitazioni distrutte, senza parlare dei feriti, e delle azioni terrestri. E con quali risultati? Anche con l’attuale tregua, Israele non ha ottenuto deterrenti a lungo termine, Hamas non ha ottenuto alleviamento vero del blocco economico e civile per il ghetto di Gaza e le trattative al Cairo non promettono di sbloccare l’impasse tra il governo della destra in Israele e quello unitario dell’OLP e di Hamas per i palestinesi.

Nessuno, né da noi, né da Hamas, voleva il conflitto attuale: è chiaro che i rapitori dei tre giovani israeliani avevano sorpreso anche Hamas, che cercava di salvarsi dall’isolamento politico, militare e finanziario accordandosi con il presidente Abbas. Il nostro governo ha creduto di poterne profittare (pur sapendo fin dall’inizio che i tre erano stati assassinati subito) per smantellare le basi personali e organizzative di Hamas in Cisgiordania e imprigionando 350 di loro, sperando così di far crollare il governo unitario palestinese, che dà loro migliore legittimità internazionale. L’odio popolare soprattutto a Gerusalemme, fomentato dai nostri politici estremisti, si è sviluppato in manifestazioni razziste per strada con caccia all’arabo, e nei social network: "morte agli arabi", che è culminato nel rapimento e assassinio spaventoso di un giovane arabo da parte di giovani ebrei. I giovani palestinesi hanno fatto manifestazioni violente (quasi solo a Gerusalemme est e in alcune città arabe-israeliane, mentre in Cisgiordania quasi nulla) e alcune organizzazioni più estremiste di Hamas si sono sentite in dovere di parteciparne con alcuni missili da Gaza, anche per istigare Hamas, e quindi rappresaglia aerea israeliana, e il circolo vizioso non si è potuto fermare. L’illusione israeliana che la pressione militare potesse convincere la popolazione di Gaza a ribellarsi contro Hamas o esso ad arrendersi non si è realizzata, naturalmente: mai nella storia pressione militare esterna sulla popolazione civile ha prodotto ribellione contro il potere locale, sia democratico sia totalitario: vedi i missili e i bombardamenti tedeschi su Londra, l’assedio nazista di Leningrado, i bombardamenti alleati a tappeto in Italia, Germania e Giappone (questa poi colpita con le atomiche dopo aver già proposto la resa incondizionata), gli attacchi sul Vietnam del Nord, e qui in Israele gli attentati dei suicidi palestinesi etc.

Ho letto poco fa la traduzione in ebraico di un manifesto eccezionale di un gruppo clandestino di giovani palestinesi a Gaza, pubblicato in inglese sul Facebook e citato da una giornalista sul Guardian. Commovente, e forse inizio miracoloso grazie ai social network digitali di quella rivolta dal basso che non è mai avvenuta prima, contro i giochi di forza tragici e inutili e la tragedia che i fondamentalisti islamici di Hamas e dei gruppi più estremi hanno causato alla popolazione civile della striscia di Gaza. Purtroppo anche in Israele, malgrado più libertà e democrazia, la maggioranza della popolazione è troppo rassicurata dal successo della Cupola di Ferro e spaventata dal ricordo dell’Olocausto e dalle minacce degli estremisti islamici e si illude di potersi fidare ancora a lungo solo sulla nostra forza militare e sulla nostra supremazia economica e tecnologica, invece di cercare sul serio un’alternativa politica di coesistenza. Le poche notizie su manifestazioni di musulmani moderati in Europa contro gli estremisti non sono arrivate al pubblico israeliano – e la sinistra è paralizzata, soprattutto perché non si riesce a creare un blocco antinazionalista comune a ebrei e arabi (io sono attivo appunto in un gruppo di solidarietà e azione politica arabo-ebraica).

La rete permette invece in Israele scoppio di razzismo e di odio contro gli arabi e contro chiunque osi esprimere dissenso dalla linea ufficiale di "legittima difesa" solo con la forza. Nell’atmosfera della Coppa del Calcio, uno sciocco studente palestinese al Tekhnion è sotto inchiesta per aveva detto "3-0 per i palestinesi", dopo il rapimento e uccisione dei tre giovani ebrei (e prima del rapimento e assassinio del giovane arabo a Gerusalemme est), che sono stati le micce dell’ultimo scontro.

Ma soprattutto non c’è speranza di soluzione durevole né per noi né per loro. Si è pubblicato un bilancio dall’inizio dei missili nel 2001: ogni tanto c’è un’azione israeliana, con sempre più morti, e poi c’è una tregua che dura sempre meno. David Grossman ha scritto e anche detto in una manifestazione antimilitarista che non si deve perdere la speranza, e ci ha chiesto di continuare a lottare per una soluzione pacifica. La prova di forza militare non ha risolto nulla, tra l’elefante attrezzato israeliano e la resistenza palestinese (che usa il terrore e i missili contro i civili, anche ideologicamente ma anche vista la sproporzione iniziale). Si sono invece rinforzate sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi, la coesione nazionalistica, la xenofobia e l’incredulità rispetto a ogni possibilità di cambiamento.

Qui in Israele si cerca di far dimenticare i motivi attuali dell’ostilità palestinese che aggravano il conflitto storico iniziato con l’immigrazione sionista e la creazione dello Stato ebraico, sulle orme adesso scomparse del vecchio colonialismo europeo. L’odio anti israeliano, che certo ha anche altre origini, è alimentato dalla presenza stessa delle colonie nella Cisgiordania, che è ancora sotto controllo militare israeliano, dal loro sviluppo a scapito dei palestinesi e dal blocco economico e civile, per ragioni purtroppo comprovate di sicurezza, che trasforma in enorme ghetto la striscia di Gaza, da cui le colonie erano state sì smantellate, ma unilateralmente e senza accordi. Cioè tutto il territorio in cui potrebbe formarsi lo stato palestinese (se ciò fosse ancora realizzabile) è sotto pressione civile e militare continua. È verosimile purtroppo il pericolo che gli estremisti di Hamas o altri gruppi islamici ancora più fanatici, come persino Al-Qaeda o l’ISIS dalla Siria e l’Irak, prendano il potere anche in Cisgiordania, con la forza o con libere elezioni. Ma già da 47 anni (dei soli 64 dalla sua creazione nel 1948) Israele, "la sola democrazia del medio oriente", con i suoi attuali otto milioni di cittadini, controlla la vita e la morte di quasi quattro milioni di palestinesi privati di vera libertà, di diritti civili completi e di speranza in un futuro migliore. Solo mantenendo l’occupazione e il blocco si potrà combattere il pericolo? Per quanto tempo ancora il prezzo pagato sia dalla nostra che dalla società palestinese non porterà a effetti ancora peggiori?

Dal 2002 Israele non ha dato nessuna risposta alla proposta dell’Arabia Saudita, rinnovata e riapprovata ogni anno, anche durante e dopo la "Primavera Araba", dalla Lega Araba, di trattati di pace con tutti i paesi arabi se si arrivasse a un accordo su uno stato palestinese nei confini dei territori occupati nel 1967, assieme a una soluzione concordata del problema dei profughi del 1948. Il nostro primo ministro Netanyahu si è accorto solo adesso dei comuni interessi nostri con certi governi arabi moderati, incluso quello dell’OLP, e forse persino con l’odiato Iran sciita, contro gli estremisti sunniti che minacciano sia loro sia noi. Speravamo che, chissà, osasse, malgrado le catene ultra nazionalistiche all’interno del suo partito e della coalizione del suo governo, fare anche i passi che potrebbero forse aprire un’alternativa al circolo vizioso in cui siamo bloccati da anni. Ma il suo discorso e quello di Abbas all’ONU hanno deluso questa speranza in un nuovo orizzonte politico comune.       

 

Rimmon Lavi, Gerusalemme

Settembre 2014

    

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