Donne

 

Donna Sapiens

 di Ruth Mussi

 

Il 14 settembre, Giornata Europea della Cultura Ebraica, Ruth Mussi, insegnante alla Scuola Ebraica, ha parlato in Comunità a Torino del ruolo della donna nella cultura ebraica in una conferenza che ha riscosso notevole successo, della quale riportiamo alcuni stralci.

Il titolo di questa giornata è "Donna sapiens: il ruolo della figura femminile nell’ebraismo". Ritengo sia importante sottolineare ma soprattutto definire il termine sapiens. A cosa volevano riferirsi gli ideatori di questo titolo? Quale aspetto particolare dell’essere sapiens caratterizza la donna?

Praticamente tutti conoscono l’importanza e la centralità che lo studio ed il sapere rivestono nel mondo ebraico e per il popolo del libro.

Nello specifico, lo studio femminile non è una novità dell’ultima generazione. La grande differenza è che nei secoli passati lo studio era una possibilità limitata a poche donne in eccezionali situazioni mentre oggi è una libera scelta delle donne accettata in quasi tutti i gruppi e contesti religiosi ebraici moderni.

Ma io non sono sicura che il sapiens delle donne sia quello; vorrei oggi riflettere insieme a voi su un altro aspetto dell’essere sapiens, un altro modo in cui si manifestano la conoscenza ed il sapere delle donne. Ciò che veramente distingue il sapere delle donne non si studia sui libri, è una sapienza informale ma certamente non meno importante e non più facile da acquisire rispetto allo studio formale tradizionale. E cosa si intende?

Insieme alla alakhà formale, documentata ed elaborata in migliaia di testi scritti, cioè il codice legislativo ebraico che deriva dalla Torà, dalla Mishnà e dai maestri - decisori (ovviamente, uomini studiosi che hanno dedicato allo studio della Torà la maggior parte della loro vita), si è formato nel corso dei secoli un vissuto ebraico tutto al femminile. Questo si manifestava nei giorni feriali, nella preparazione e durante lo Shabbat, nei capi mese e nelle feste ma anche nelle esperienze e nei momenti femminili del ciclo della vita (maturità religiosa a 12 anni, matrimonio, la gravidanza, i funerali, la vecchiaia). Le studentesse non erano preparate attraverso i libri in contesti formali, ma erano istruite tramite un tutoring personale che le introduceva delicatamente al mondo ebraico, al Signore del mondo, alla alakhà, agli usi e ai modelli cui ispirare la propria vita.

La norma culturale ebraica della separazione tra i sessi ed il fatto che poche studiassero la lingua ebraica ha fatto sì che le donne stabilissero, nel corso della storia, una "religione femminile" ricca, con un suo modo di vedere ed interpretare le esperienze della vita.

Questi usi e cerimonie hanno probabilmente soddisfatto anche dei bisogni personali o di gruppo; forse davano inoltre una sorta di "autorizzazione sociale" ad uscire fuori dalle mura domestiche per visitare gli ammalati, per festeggiare con una futura sposa, per assistere una partoriente, per andare a visitare le tombe dei giusti e pregare per se stesse e per i loro cari. Molti esempi si possono trovare nel libro di A. Lavie, Women’s customs - A Journey of Jewish Customs,Rituals, Prayers and Stories, Miskal Editors, 2012.

Una delle usanze femminili più particolari, sviluppate in questo contesto che abbiamo definito "vissuto ebraico al femminile", mantenute fino a oggi è la ricorrenza di Rosh Chodesh - cioè il capo mese ebraico.

Nel passato, gli ebrei scrutavano attentamente la luna e la sua ciclicità per scandire il tempo, per segnalare i giorni e stabilire le feste e le ricorrenze dell’anno. Questo è il funzionamento tecnico del calendario lunare. Ma vorrei soffermarmi sul perché il Capo mese è legato alle donne; perché proprio questo giorno è stato affidato in particolare a loro.

Leggiamo nella Torà, nel libro dell’Esodo, che le donne di Israele si rifiutarono di partecipare al peccato del vitello d’oro e non consegnarono i loro gioielli per costruire un idolo. Nelle intenzioni degli uomini, il vitello d’oro doveva consolare il popolo durante l’attesa di Mosè che sembrava essere improvvisamente sparito sul monte Sinai, dopo la salvezza in Egitto. Secondo il midrash, le donne non temettero e capirono in modo naturale che la grande luce che li aveva condotti fuori dall’Egitto, Mosè, era soltanto temporaneamente sparito. Mentre gli uomini si spaventarono per il vuoto imprevisto e per l’assenza della conduzione spirituale di Mosè e si affrettarono a riempire lo spazio con un sostituto materiale, le donne compresero di dover avere pazienza e fede fino al riapparire di Moshè, portatore delle Tavole della Legge, la parola divina.

Più avanti ancora, quando fu ordinato al Popolo d’Israele di costruire il tabernacolo e i suoi arredi, le donne donarono volentieri i loro gioielli e gli specchi di argento che usavano per agghindarsi, perchè desideravano partecipare anche loro alla costruzione del luogo santo che accoglie il Signore. Il midrash Tanchumà ci fornisce un’interpretazione interessante. In un primo momento Moshè rifiutò di utilizzare gli specchi e i gioielli per costruire il santuario e si arrabbiò con le donne, tanto da ordinare di cacciarle via. "Disse il Signore a Mosè: Mosè, proprio da loro rifiuti di accettare la donazione e le umili? È per merito di questi specchi, che il popolo ebraico si moltiplicava e cresceva in Egitto!". Ricordiamo quanto è scritto nel libro dell’Esodo: "I figli di Israele furono fertili e prolifici e crebbero di numero e di vigore in modo straordinario, e il paese fu pieno di loro" (1,7). E qui il Signore rivela a Mosè la vera saggezza delle donne che ha, praticamente, evitato che il popolo si annientasse in Egitto.

La dura schiavitù in Egitto e i decreti del faraone che obbligavano a gettare nel Nilo i figli maschi portarono gli uomini a perdere ogni speranza di salvezza e quindi persino a decidere di divorziare dalle loro mogli. "In quale mondo portiamo i nostri figli?", gli uomini pensavano. Amram, il padre di Mosè, era uno di loro. Miriam, la sorella maggiore di Mosè, spiegò a suo padre che mentre il faraone aveva decretato la morte soltanto sui maschi, lui stesso e gli uomini che lo imitavano, separandosi tutti dalle mogli, decretavano la morte di tutto il popolo d’Israele, maschi e femmine insieme.

La reazione delle donne di Israele, in contrasto alla paura, al pessimismo e alla resa degli uomini, fu invece di usare i loro specchi ed i loro gioielli. Fecero in modo di rendersi più attraenti e riuscirono a convincere i loro mariti a non andarsene. Credendo nel domani, le donne scacciarono via le paure degli uomini ed il popolo di Israele si moltiplicò. Gli specchi ed i gioielli non furono solo semplici strumenti di bellezza delle donne, ma furono soprattutto un mezzo utilizzato da loro per restituire la fiducia nelSignore e la certezza che il futuro sarebbe stato migliore.

Il popolo di Israele costruì il tabernacolo nel giorno di Rosh Chodesh, cioè il primo giorno del primo mese (Nissan) e le donne ricevettero questa ricorrenza in affidamento, quasi fosse un premio.

La ciclicità della luna, il suo perpetuo crescere e decrescere fino a sparire, grazie al quale gli ebrei ancora oggi fissano le loro ricorrenze, è un simbolo, una metafora che guida la nostra esistenza: la vita è composta di presenza e di mancanza, di forza e di debolezza, di luce e di tenebre, che si perpetuano. Bisogna avere coraggio e credere che il bene, la luce, tornerà e non lasciarsi spaventare dalla tenebre. Così come hanno fatto le donne in Egitto, che credettero nella salvezza e rifiutarono di smettere di procreare; come continuarono a credere durante la temporanea assenza di Mosè e non furono tentate da sostituzioni profane come il vitello d’oro.

Non dimentichiamo che persino il corpo della donna con la sua ciclicità (che coincide con la durata del mese lunare ebraico) incorpora e concretizza l’idea di perpetua trasformazione, di presenza e di assenza.

Rosh Chodesh: come viene festeggiato questo giorno? Gli uomini celebrano questa ricorrenza con aggiunte speciali durante la preghiera. Le donne, invece, usavano smettere di lavorare in questa giornata e dedicarla a riunioni gioiose. Nonostante le distanze tra le diverse comunità, la solitudine e la mancanza di una lingua in comune, si individua una grande somiglianza tra le usanze delle donne. È un giorno di perdono, di richieste personali e di dialogo intimo con il Signore, tramandato dalle donne senza una Torà scritta.

Troviamo nel Talmud Yerushalmi l’approvazione (ovviamente da parte di un uomo): "Questo uso che fanno le donne di non lavorare durante Rosh chodesh è un buon uso ed è corretto" (Pesachim, 4,5). Le donne di Ashkenaz (Germania e Francia) durante il Medioevo usavano indossare a Rosh Chodesh un abito prezioso ricamato. Era un indumento cosi importante nel guardaroba femminile di allora che tra il corredo che doveva procurare il padre della sposa per la dote nuziale era incluso anche questa veste speciale. Nella terra di Israele le donne usavano fare un grande banchetto. Tante di loro frequentavano il muro del pianto e la tomba della matriarca Rachele, essendo esenti dai lavori in quel giorno. In Kurdistan le donne accendevano delle candele e preparavano un pane speciale che rimaneva per un paio di settimane. In Tunisia le donne usavano a visitare i cimiteri per trovare i loro parenti e si riunivano per un pasto festoso a base di carni (A.Lavie, Women’s customs 2012).

Questa usanza festosa continua anche oggi, in particolare in Israele e nord America, dove le donne si incontrano per riunioni conviviali "al femminile" e studiano insieme.

Questa dote, di vedere lontano, oltre l’orizzonte e comprendere che la vita è fatta di capovolgimenti rotondi, e non soltanto di linee dritte, è anche la caratteristica di Hannà, la madre del profeta Samuele.

Hannà, per tanti anni sterile, andò al tabernacolo a versare davanti al Signore la sua amarezza. La sua preghiera, intensa ma silenziosa, con le labbra che si muovono senza produrre nessuna voce, sembrava così strana al grande sacerdote Eli da fargli credere che fosse ubriaca e la volerla cacciare via.

Non sappiamo cosa disse nella sua prima Tefillà, tranne un voto: "Signore delle schiere, se vorrai osservare l’afflizione della tua serva e ti ricorderai di me... darai alla tua serva un figlio maschio giusto, allora io lo dedicherò all’Eterno per tutti i giorni della sua vita" (Samuele 1). La sua richiesta viene esaudita e così nasce Samuele.

Dopo una lunga strada di gravidanza, il parto e la maternità, Hannà si trova di nuovo davanti il grande sacerdote Eli, e si presenta come la donna che pregava a fianco a lui anni prima: "io sono la donna che si era fermata qui insieme a te a pregare l’Eterno". Hannà, una donna anonima, vede se stessa nel momento di preghiera come paritaria a Eli il gran sacerdote, la guida spirituale di quella generazione, stabilendo cosi una verità sociale ebraica fondamentale: davanti al Signore siamo tutti uguali, tutti bisognosi, tutti in difficoltà ed amarezza; tutti portiamo davanti a lui la nostra preghiera, sperando nella sua grazia.

La sua seconda preghiera, completamente riportata nella Bibbia, è un inno alla possibilità eterna di cambiare ed essere cambiati, alla possibilità di essere esauditi dal Signore, al fatto che nessuna situazione rimane immutata per sempre. Al fatto che i momenti bui si alternano a quelli chiari, con la stessa ciclicità della luna di cui abbiamo parlato prima.

Vorrei concludere con una frase del Talmud che mi ha sempre colpito e persino fatto sorridere: "Se tua moglie è bassa, chinati e ascolta i suoi consigli" (Bavà mezià). Il Talmud indica che la donna, la donna sapiens, è portatrice di un sapere tale che l’uomo deve chinarsi ed ascoltarla; una sapienza che prescinde dallo studio dei libri; un punto di vista legato alla sua natura ed al suo vissuto.

Questa evidenza è sancita anche dal cielo. Viene immediatamente in mente quando Dio dice ad Abramo "Riguardo tutto quello che Sara ti dirà, dai ascolto alla sua voce… (Genesi, 21)". Sembra di vedere il nostro patriarca Abramo che si china per meglio ascoltare i consigli di sua moglie Sara.

Se siamo d’accordo che esiste la donna sapiens, dobbiamo comunque ammettere che le donne non sono tutte uguali. Frasi come "le donne credono nel domani" o "le donne sanno unire pensiero ed emozione", "le donne prendono in considerazione l’opinione degli altri" o anche il famoso "le donne risolvono i conflitti meglio degli uomini", sono tutte espressioni problematiche perché sappiamo che le donne non sono fatte tutte nelle stessa maniera. Quello che ci accomuna, però, sono il risultato di uno sviluppo psicologico, l’appartenenza sociale e costruzioni culturali.

La vera sfida è che ogni donna sappia dimostrarsi sapiens nel suo modo personale portando il suo contributo speciale al mondo, e che il mondo sia disposto ad accettarlo.

 

Ruth Mussi

 

Compleanno (Marc Chagall)

Bella col berretto bianco (Marc Chagall)

 

   

Share |