Storie di ebrei torinesi

 

Donne e istituzioni

Domenica 14 settembre è stata la Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno alla figura della donna. Abbiamo tratto spunto dall’occasione per intervistare Lia Montel Tagliacozzo e Claudia De Benedetti, due donne di Torino che hanno coperto e coprono ruoli di primo piano nelle istituzioni ebraiche piemontesi, italiane e internazionali.

 

Lia Montel Tagliacozzo

 

La nostra antica amicizia, che risale ai tempi della FGEI degli anni sessanta, ci porta a divagare, a sollecitare reciprocamente e a confrontare i ricordi su momenti ed episodi del mondo ebraico italiano e torinese in particolare. Nel mezzo ci sta qualche domanda, visto che devo intervistare la prima e unica - per ora - donna Presidente della nostra Comunità.

Prima di essere nominata Presidente avevi coperto incarichi nella nostra Comunità?

La mia prima esperienza "ufficiale" (e Lia fa una risatina) è stata un tentativo di colloquio, quale genitore ai tempi dei famosi Decreti Delegati, con le Opere Pie Israelitiche, da cui dipendeva la Scuola in cui studiavano i miei figli: volevamo sollecitare un maggiore interesse nell’insegnamento dell’ebraismo. Siamo state invitate - io e un’altra mamma - a esporre le nostre proposte in una riunione del Consiglio; ci hanno ascoltato… e non abbiamo avuto alcun riscontro. Poi sono stata eletta nel Consiglio delle Opere Pie, allora presieduto dall’ing. Jarach, con il quale si è creato un positivo rapporto di collaborazione. Nel 1981 sono entrata come consigliera nel primo Consiglio in cui il Gruppo di Studi Ebraici ha avuto la maggioranza.

Quando sei diventata "La Presidente"?

Nel 1987 a metà mandato Tullio Levi ha dovuto dimettersi dalla carica di Presidente a causa dei suoi impegni di lavoro, e il Consiglio mi ha nominato in sua sostituzione; l’incarico mi è stato confermato nei due mandati successivi: ho così coperto l’incarico per dieci anni.

Il fatto nuovo di essere una Presidente donna ti ha creato qualche problema?

Direi proprio di no: non ho avuto alcuna impressione di rifiuto. Ti ricordo che Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche era allora Tullia Zevi, il cui incarico era vissuto come normale. Tullia Zevi era sempre puntuale e attenta in tutte le occasioni in cui erano coinvolti l’ebraismo italiano o lo Stato di Israele; lei era il mio punto di riferimento per le questioni di carattere politico, e così io mi sentivo sostenuta.

È vero che normalmente il Presidente della Comunità è chiamato ad aprire l’Aron ha Kodesh, e che io in quanto donna non lo potevo fare, ma questo non è stato un problema, certamente non per me, né, credo, per la Comunità. Non ho avuto opposizioni da parte del Rabbino, che però non accettava che una donna parlasse nel Tempio, neppure in occasioni politiche in cui fossero presenti autorità cittadine. Io l’ho fatto lo stesso.

Qualche ricordo del tuo mandato decennale?

Il lavoro di routine era - ed è - molto vasto: la gestione della Casa di Riposo, delle scuole, dell’amministrazione, del patrimonio, i rapporti con le autorità cittadine; allora la Comunità si occupava anche della cultura, si organizzavano conferenze, presentazione di libri, attività che poi sono state normalmente gestite dalle associazioni che operano all’interno della Comunità, con la partecipazione della Comunità.

La prima "grana", che mi è capitata appena eletta, è stata la caduta di un cornicione del Tempio; si trattava di trovare i soldi per i necessari interventi di riparazione: ho in proposito un ricordo particolare: il dott. Annibaldi, del Consiglio di Amministrazione della FIAT, aveva promesso - mi pare spontaneamente - un intervento, che però non ha avuto seguito per l’opposizione del dott. Romiti. Dopo un colloquio con il dott. Lamberto Jona, che mi ha accolto con attenzione e cortesia, abbiamo avuto il finanziamento dal San Paolo. Importanti contributi pervennero anche dagli Enti Pubblici, Regione Piemonte e Comune di Torino, con i quali abbiamo avuto ottimi rapporti.

(a questo punto Lia mi parla della sua timidezza, che le creava difficoltà a chiedere soldi; il ruolo di Presidente della Comunità le ha però imposto - e consentito - di fare cose che - mi dice - non avrebbe mai pensato di poter fare, e che oggi non farebbe).

Durante il mio mandato abbiamo avuto un periodo di grossi problemi per il culto, dopo le dimissioni di rav Roberto Colombo; a differenza di oggi, in quegli anni era difficile trovare persone in grado di condurre le funzioni al Tempio: è stato eccezionale l’impegno di Giulio Tedeschi, che ha provveduto a non far mancare le ufficiature del Tempio fino all’arrivo di rav Somekh. Io ero andata a Roma per chiedere a rav Toaff l’indicazione di qualche laureato della Scuola Rabbinica disposto a venire a Torino, ma il consiglio è stato di cercare il Rabbino nelle Comunità più piccole, ed è quello che sono stata costretta a fare.

E i rapporti "esterni"?

Con i vari Sindaci che si sono succeduti nei dieci anni ci sono stati per lo più buoni rapporti; ottimi con Giovanna Cattaneo; con la Regione Piemonte e il Comune di Torino abbiamo sovente organizzato manifestazioni prestigiose.

A San Salvario non c’era ancora stata la grande immigrazione, i rapporti con i pochi islamici erano amichevoli. Allora era un periodo in cui era possibile fare discorsi politici, non c’era l’estremismo di oggi; all’inizio del mio incarico ho potuto raccogliere il risultato positivo dell’azione condotta da Tullio Levi con la Sinistra: c’era stato un incontro "difficile" tra il Gruppo di Studi Ebraici e il Partito Comunista, poi sanato grazie alla mediazione di Piero Fassino; è stato notevole l’incontro al Centro Sociale con Giorgio Napolitano e Piero Fassino, che avevano riferito le impressioni del primo viaggio effettuato da rappresentanti del PCI in Israele.

Sono trascorse quasi due ore durante le quali Lia mi ha dimostrato tra le righe che non esiste un problema di genere per condurre una Comunità ebraica. Se non ora, quando?

 

Intervista di Paola De Benedetti

   

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