Italia

 

Una storia degli ebrei di Alessandria in cerca d’editore

 di Fabrizio Quaglia

 

Non è facile scrivere una storia degli ebrei alessandrini che dal primo insediamento quattrocentesco giunga fino alla forte cesura costituita dalla concessione agli acattolici dei diritti civili e politici nel 1848. Perché molte delle fonti (libri, manoscritti, registri e carte varie) necessarie per realizzare un simile racconto sono scomparse, distrutte dalla violenza fascista, quando non vendute dagli stessi proprietari, o semplicemente perdutesi. Fortunatamente mezzi un tempo inimmaginabili - il web con i suoi cataloghi online e le numerose scansioni d’interi testi, di vecchi cataloghi, di vasti faldoni comunitari - ora possono essere sfruttati per creare il romanzo minimo di questo popolo, in aggiunta a quanto è fisicamente reperibile in archivi statali, biblioteche, riviste e monografie italiane e straniere.

In questo modo credo di essere riuscito comunque a chiarire situazioni e illuminare personaggi altrimenti ignoti e presentare elementi innovativi e inediti, di cui consegno alcuni esempi, a cominciare dalla distante relazione intercorsa tra Alessandria e la cultura ebraica fra Trecento e Quattrocento, prima ancora che una piccola comunità di ebrei si creasse in città, quando il monaco Pietro di Alessandria, volse in latino ad Avignone negli anni Trenta e Quaranta del Trecento testi scientifici dell’insigne filosofo e astronomo ebreo Gersonide per conto di papa Clemente VI.

Sono stati poi dipanati i fatti relativi agli ebrei di Alessandria da quando vi arrivarono, inizialmente nella prima metà del Quattrocento per riscuotere qualche pegno o aprire botteghe poi nel 1490 con un diritto di residenza rinnovato di decennio in decennio: è l’epoca della famiglia Kohen con a capo quell’Avraham che si fece realizzare un Salterio da due dei maggiori copisti e miniatori contemporanei suoi correligionari e del quale la figlia sposò Moise dal Castellazzo, rampollo di un rabbino tedesco e futuro pittore e incisore apprezzato dalle corti del nord Italia. Al proposito segnalo che non soltanto ho rivisto la questione delle origini geografiche dei primi ebrei giunti in Alessandria ma corretto l’attribuzione del cognome Vitale al suddetto Avraham, che nelle fonti cristiane ed ebraiche coeve non è mai definito Abramo Vitale.

Il capostipite dei Vitale in Alessandria fu lo spagnolo Vitale Sacerdote che insieme al figlio Simone, grazie a ricchezza e capacità, sebbene portasse lo stigma dell’esclusione che alla fine l’avrebbe inghiottito, seppe proporsi alla più alta nobiltà tardo cinquecentesca (incluso il re di Spagna Filippo II) non solo come sostenitore delle finanze altrui ma come ideatore d’inauditi progetti politici; i due diventarono all’occorrenza agenti segreti in pericolose trasferte oltralpe e parallelamente mediatori d’arte, astuti alchimisti quanto suggeritori di scavi minerari e fornitori d’armi. Tutto ciò difendendo i loro interessi e quelli della minoranza ebraica del Ducato di Milano di cui Alessandria fece parte.

Mi sono soffermato ugualmente a ricostruire la nascita della sinagoga e del cimitero e ho riservato spazio a epitalami ed elegie che ebbero come protagonisti ebrei alessandrini e alla descrizione di addobbi liturgici e di pregevoli ketubbot. Ho accennato inoltre a confraternite laiche istituite durante il Settecento, alcune dedite ad attività variamente assistenziali, altre riservate alla meditazione ascetica e alla preghiera di gruppo.

Ho potuto analizzare i rapporti che la comunità alessandrina ebbe nel tempo con confratelli italiani e forestieri in un suggestivo incrocio di accenti e riti fra chi, a rischio di arresto se non della vita, giungeva dall’assolato Levante via mare e chi da qualche innevato shetl del Centro ed Est Europa attraversando a piedi catene montuose. Lettere e diari di viaggio hanno fatto emergere figure interessanti che hanno soggiornato in città, quali un antenato del poeta Heine e il grande rabbino Azulai o sfortunati rinnegati, possibili avventurieri e falsi profeti, così come coloro, talvolta d’umile censo, che da Alessandria si spostarono altrove. Mentre certi scritti rabbinici mi hanno mostrato l’appartenenza di Alessandria al circuito intellettuale ebraico, un fatto non sempre rilevato.

Ho terminato il mio percorso con quei rabbini nati ad Alessandria che proseguirono o intrapresero la loro carriera fuori città. Spicca tra loro Biniamin Vitale, per il quale la prolungata permanenza a Reggio significò sviluppare le sue ricerche cabalistiche e le sue aspettative messianiche; Salomone Michele Della Torre e Lazzaro Levi si trovarono invece alle prese con momenti tragici della vita delle loro adottate congregazioni (Cuneo e Pitigliano), nel confuso periodo che concluse il Settecento tra moti rivoluzionari e reazioni antisemite.

Mi premeva soprattutto legare i casi finanziari ai fogli lasciati dai dotti, i mestieri più umili alle missioni diplomatiche all’estero, le ferite dell’odio ai momenti di felicità, non tralasciando talune scabrosità, in maniera da restituire, dove possibile, un’identità al singolo ebreo. Pur con le cautele suesposte, cui vanno aggiunte la parzialità delle testimonianze esterne e la pochezza dei resoconti diretti, dall’eterogeneo raccolto emergono tratti poco noti di un’"altra" Alessandria, in cui dimorarono pochi ricchi mercanti e tanti miseri paria, ricamatrici di preziosi arredi sinagogali e neofite in attesa di una dote, e in cui si vissero momenti di gioia e accese dispute interne, gesti d’intolleranza e slanci mistici.

Dal mutevole fluire dei secoli ho tratto alcune costanti. Da una parte, una "nazione" conservatrice dal punto di vista religioso (non si conoscono scomuniche intestine o espulsioni dovute ad atteggiamenti eterodossi), gelosa delle sue prerogative amministrative e giuridiche (come il secolare divieto d’ingresso a ulteriori banchieri e una relativa autonomia dalle autorità civili), sorta e sviluppatasi dal coacervo di ebrei autoctoni, sefarditi e ashkenaziti e forse anche per questo, soprattutto nei primi tempi, portata a una forte litigiosità, quasi sempre guidata da personalità che, sebbene non siano stati pensatori o poeti geniali, occupano un posto dignitoso nel patrimonio colto ebraico italiano (come gli emiliani Gedalyah Ibn Yahia ed Elia Levi; altra scoperta, furono i discendenti di quest’ultimo a firmarsi con il suffisso De Veali e non lui, come si crede). Dall’altra, il modo in cui la popolazione alessandrina maggioritaria si relazionò con questa civiltà conformemente all’appartenenza sociale dei suoi componenti. Le autorità governative e l’esercito, in specie i suoi gradi inferiori, avevano bisogno degli ebrei per le proprie necessità: i primi, per ripianare debiti contratti per affermare il proprio ruolo in società, i secondi, per avere vestiti nuovi o da rattoppare e anticipi sulle paghe. I normali cittadini (per tacere degli indigenti) che, ancor più esposti dei sopraccitati ai capricci della Storia, erano sovente obbligati a ricorrere al prestito su pegno, formavano la base di uno scontento che poteva essere scagliato contro i "perfidi giudei" da parte di chi sembra averli continuamente avversati: i commercianti, per ragioni di concorrenza, e il clero, per un pregiudizio ideologico in linea con le più o meno severe direttive papali, entrambi chiedendone ripetutamente l’espulsione o quantomeno la segregazione. Ciò consentì agli ebrei di Alessandria rispetto a quelli di altre zone, talora contigue geograficamente, di avere una sorte diversa: qui l’episodio d’intolleranza non trascese in persecuzione sanguinosa, oltre che per una volontà politica locale dovuta ai motivi menzionati, perché il potere centrale (di volta in volta sforzesco, spagnolo o sabaudo) non si dimostrò sempre acquiescente con Roma e perché era anch’esso indebitato, talvolta pesantemente, con gli ebrei alessandrini che oltretutto in certe epoche furono una sorgente finanziaria cui attingere copiosamente.

Alla fine, spero, con quanto sono riuscito a scrivere, di essere sfuggito alla sconfortante impressione di una sfilata di polverosi fantasmi, simulacri di un feticcio asseverativo tramandato da generazioni di studiosi e dagli stessi protagonisti, descritti come un gruppo di vittime prive di sogni e ideali che superassero la mera sopravvivenza terrena.

 

Fabrizio Quaglia

    

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