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Raccontare per la storia

 di Emilio Jona

 

Ogni anno il centro internazionale di studi Primo Levi propone una lezione per "alimentare il dibattito sui temi più cari allo scrittore torinese".

Quest’anno il compito è toccato ad Anna Bravo che ha dato alla sua lezione il titolo Raccontare per la storia, che Einaudi ha recentemente pubblicato.

La Bravo lo ha fatto in modo denso e articolato, accompagnando il suo discorso, ora che è diventato libro, con una ricca e utile bibliografia a piè di pagina e un’appendice di testi. Essa ha scelto tre temi: la deportazione per motivi razziali, la zona grigia nel suo articolarsi tra privilegio memoria e sopravvivenza e il dolore che accompagna la violenza dei giusti.

È noto che solo nel corso di molti anni è andata faticosamente emergendo la consapevolezza della centralità del genocidio del popolo ebraico nell’ideologia nazista. Parte per viltà, parte per calcolo politico o per nascondere la vergogna della connivenza e dei silenzi dell’occidente si è sminuita la specificità della Shoah unificando i deportati in un’unica categoria, quella dell’antifascismo e della Resistenza.

Quando Levi scrive Se questo è un uomo la voce degli ebrei è ancora confusa con quella degli altri prigionieri, dice Anna Bravo, ma Levi si distanzia nettamente da un modello narrativo resistenziale e pone in primo piano non la sua breve avventura di partigiano, ma quella del suo essere ebreo.

Così Levi "mette a fuoco e divulga l’immagine del deportato ebreo, il colpevole di essere nato, l’ultimo degli ultimi nella gerarchia interna dei prigionieri, fratello dei politici ma distinto da loro."

Ed è questa " la prima delle lezioni di Levi alla storia"; è il 1947, ma ci vorranno anni prima che si realizzi la scoperta storiografica della Shoah, ci vorrà il processo Eichmann, La banalità del male di Hannah Arendt e tanta memorialistica pubblicata da piccoli editori. Sono anni in cui l’esperienza della Shoah ricade sulla memoria, sul racconto orale che sarà, come dice Anna Bravo, il destinatario di uno degli insegnamenti centrali di Levi.

La zona grigia che Levi analizza diffusamente in I sommersi e i salvati è una realtà ambigua "dai contorni mal definiti che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi", la abita "la classe ibrida dei prigionieri funzionari".

Una delle perversioni più allucinanti del nazismo è stata quella di destinare gli stessi deportati ad organizzare la propria agonia e la propria morte, e lo ha fatto già prima, nei ghetti polacchi attraverso la creazione dei Judenrat, che gestivano i ghetti e organizzavano la deportazione verso i campi di sterminio.

Le pagine di Levi sulla zona grigia sono tra le sue più lucide, amare e coraggiose.

Egli mostra come il nazionalsocialismo degradasse e assimilasse a se le sue vittime più deboli e indifese attraverso l’esercizio del potere e del dominio più totalitario e particolarmente attraverso la creazione e la distinzione tra privilegiati e non privilegiati; e i privilegiati si articolavano in una minuziosa gerarchia di poteri sostanzialmente illimitata sugli altri prigionieri. Non era raro, ricorda Levi "che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo senza che questi avesse da temere alcuna sanzione".

Resistere in un sistema fondato sul meccanismo punizione/privilegio era difficilissimo, e i prigionieri privilegiati, dice ancora, erano una minoranza, ma sono stati una forte maggioranza tra i sopravvissuti, e aggiunge, con inflessibile dolore, che " a sopravvivere non sono stati i migliori".

"È una supposizione, anzi un sospetto, conclude, che ognuno di noi sia il Caino di suo fratello… abbia soppiantato il suo prossimo e viva in vece sua."

E questo è il "simbolo dell’odio fratricida, commenta Anna Bravo, verso il quale i nazisti spingono i prigionieri e resta il fulcro della sua interpretazione della prigionia. Il lager di Caino è il luogo della guerra di tutti contro tutti".

Ma tutto ciò non giustifica affatto confondere o scambiare i ruoli tra vittima e carnefici (come hanno fatto la Cavani in un film assai noto e Agamben in un suo pur pregevole libro). "Le vittime restano vittime e i carnefici carnefici", e confonderli, secondo Levi, "è una malattia morale o un vezzo estetico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto è un prezioso servizio reso (volenti o no) ai negatori della verità".

L’ultimo tema che sceglie l’autrice è quello della violenza dei giusti, che sviluppa considerando quella vicenda di giustizia partigiana che visse dolorosamente Levi nella sua breve guerra per bande ed è stato oggetto di un interessante e discusso libro (Partigia. Una storia della resistenza) di Sergio Luzzatto in cui, come scrive Anna Bravo, contrariamente a quanto hanno sostenuto molti la figura di Levi non risulta affatto "diminuita" ma al contrario "accresciuta".

La sua partecipazione al processo e alla fucilazione di due giovani partigiani è ricordata da Levi in poche righe drammatiche e amare, di straordinaria lucidità e onestà intellettuale nel capitolo "Oro" in Il sistema periodico" e, già prima, indirettamente, nel 1952, in una poesia, "Epigrafe".

Il racconto è del 1975 e bisognerà attendere il grande libro di Pavone perché il tema della giustizia partigiana entri nella storiografia più accreditata.

A rendere nuove e dissonanti le parole di Primo Levi, secondo Anna Bravo, è " aver nominato il dolore che la violenza agìta dai ‘giusti’ provoca non solo a chi ne è colpito, ma anche a chi la esercita" e che non tutto è riscattabile dalla bontà degli obbiettivi, dalle intenzioni migliori, dallo stato di eccezione imposto da fascisti e nazisti; e che non si passa indenni attraverso il male altrui. E la sua lezione è pienamente condivisibile.

Emilio Jona

     

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