Prima pagina

 

 

Sulle unioni omosessuali

Intervista a Rav Haim Fabrizio Cipriani

 

Il testo della Torah preso alla lettera pare esprimere un divieto assoluto per l'omosessualità maschile. C'è una tradizione alakhica che consente interpretazioni diverse?

Intanto va detto che, come spesso avviene nella Torah, è già abbastanza complesso comprendere il significato strettamente letterale del verso “E con un maschio non giacerai giacimenti di donna, è improprio” (Lev.18:22). Cos’è un “giacimento di donna”? Una lettura assolutamente letterale, adottata da alcuni, potrebbe essere quella di proibire il giacere con un uomo faccia a faccia, che è considerata la posizione classica del rapporto eterosessuale. Oppure si potrebbe trattare della proibizione di penetrazione, che però non escluderebbe nessun altro tipo di affettività o di espressione sessuale fra uomini. Questa lettura mi pare coerente con il fatto che la Torà non parla di omosessualità femminile, probabilmente perché solo l’atto penetrativo fra uomini era visto come problematico. O ancora, sarebbe possibile tradurre letteralmente la parola mishcav come “giaciglio” (tale termine è usato regolarmente nella Torah con questo significato), con il risultato di leggere “con un maschio non giacerai [su] giacigli di donna”, nel senso che un uomo non dovrebbe unirsi con un altro uomo sullo stesso giaciglio ove giace con la sua compagna, perché era considerata cosa sconveniente. Queste possibilità di lettura sono tutte basate su un’interpretazione letterale del passo biblico, che è piuttosto ambiguo nella sua formulazione. Vero è che tradizionalmente si è preferito leggere il passo come una proibizione assoluta. Ma qualsiasi lettura, anche letterale, deve prendere in considerazione anche il contesto. Levitico 18 si apre con un divieto generale di riprodurre gli usi pagani egiziani e cananei. Siccome relazioni omosessuali di tipo cultuale erano presenti in tali culture, ha senso pensare che il divieto si riferisca solo alla sfera rituale, in quanto espressione tipicamente pagana. Questa contestualizzazione acquisisce ancora più senso quando si nota che il verso precedente a quello sul rapporto omosessuale (Lev. 18:21) proibisce il sacrificio di bambini alla divinità cananea Molech. Il contesto del passo è quindi orientato verso la sfera rituale, che mi pare un dettaglio non banale.

 

C'è una tradizione alakhica o basi alakhiche che consentono o potrebbero consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso o una qualche forma di legittimazione delle loro unioni?

È una domanda complessa, che in questa sede è impossibile sviscerare in modo soddisfacente. Ma vorrei ricordare in modo conciso e schematico alcuni elementi di base che potrebbero avere una certa importanza nello sviluppo di una visione normativa differente.

-  In un passo talmudico [Nedarim 51a], l’espressione toevà, speso tradotta come “abominio”, che per svariate ragioni io considero più corretto tradurre come “improprietà”, viene letta come contrazione di toè attà va, “Erri in essa”. Alcuni commentatori ritengono che l’erranza è quella di uomini eterosessuali che tralasciano le loro mogli per cercare rapporti omosessuali. Basandosi su questo, alcuni rabbini oggi considerano che il divieto valga quindi solo per uomini eterosessuali, il cui dovere sarebbe quello di procreare con delle donne. Secondo tale lettura, la proibizione non sarebbe relativa a un certo tipo di sessualità in quanto tale, ma semplicemente in relazione al pericolo che essa potrebbe rappresentare per la stabilità familiare. Peraltro questa lettura contiene in filigrana un elemento a mio avviso importante. La constatazione che uomini sposati possano essere attratti da altri uomini è un riconoscimento implicito di una certa “fluidità” dell’identità sessuale, che chiaramente viene guardata con sospetto perché, per quanto scomoda e inquietante per alcuni essa sia, è un dato di fatto.

 

-   La Torà non chiede di stare immobili nelle vie di YHVH, ma di procedere in esse: “Camminerai nelle vie di YHVH” è un’espressione che ritroviamo a più riprese nella Torà, che ci ricorda come le vie di YHVH prevedono un divieto di sosta costante. In esse si scorre, non si sta. Per rimanervi è quindi necessaria una certa capacità di movimento, e una velocità minima.

In conformità a quest’ultimo principio, quando alcune leggi bibliche sono state considerate inaccettabili, esse sono state reinterpretate dai rabbini. Per fare qualche brevissimo esempio, la Torah richiede di mettere a morte un figlio che si ribelli ai genitori, ma il Talmud spiega che tale legge è solo teorica. La Torah spiega che l’anno sabbatico annulla i debiti, ma i rabbini constatarono che le persone non prestavano più soldi all’avvicinarsi dell’anno sabbatico, temendo di perderli. Quindi il saggio Hillel ideò il Prosbul, documento che trasferisce al rabbinato la possibilità di riscuotere i debiti che il privato cittadino non poteva recuperare. Esempi di questo genere sono numerosi. Come dice la scrittrice femminista ortodossa Blu Greemberg “Quando vi è una volontà rabbinica, c’è una via halakhica”. Nel mondo antico l’omosessualità era spesso vista come una forma di promiscuità spesso praticata da eterosessuali che usavano altri uomini come sostituti della donna abusando di una posizione di superiorità. Un classico esempio era la pederastia nel mondo greco-romano, vera e propria istituzione culturale che vedeva l’adulto approfittare della propria posizione sociale dominante per richiedere favori sessuali a giovani di status sociale inferiore. Tale visione ha impregnato tutta la società moderna, Ma questo tipo di relazione in realtà ha poco a che vedere con quella che noi oggi chiamiamo omosessualità, ossia la volontà di due persone adulte di condividere una vita comune costruendo un futuro insieme. Oggi si conosce un tipo di omoaffettività che, andando ben oltre la semplice sfera sessuale, anela a stabilità, fedeltà e monogamia. Quindi il cuore del problema è quello di capire se, con una visione diversa dell’omosessualità, visione che oggi è condivisa da (quasi) tutti, non sia il caso di leggere il passo biblico come in alcuni esempi succitati, in modo tale da allontanarsi definitivamente dall’omofobia che ha caratterizzato e ancora caratterizza la nostra cultura. I Maestri hanno insegnato che, al di là delle leggi, vi sono i principi verso i quali le leggi devono tendere, e uno dei più tradizionali è “E farai quel che è retto e che è efficace agli occhi di YHVH” [Deut. 6:18], che è solitamente letto [cfr Rashi ad.loc.] come un’esigenza meta-legale di rigore etico che va al di là delle singole leggi, il cui spirito può facilmente essere aggirato e pervertito anche osservandole, come Nachmanide fa notare. Oggigiorno quello che è retto è il fatto di riparare i secoli di soprusi che le società, solitamente impregnate di pregiudizi derivanti dalle élites religiose, hanno imposto agli omosessuali, e nello stesso tempo di ispirare uno sguardo nuovo su di essi.

 

Quali correnti o denominazioni ebraiche nel mondo e in particolare in Europa celebrano matrimoni ebraici tra persone dello stesso sesso?

Spesso in questo campo si tende a fare generalizzazioni che sono però inaccurate. In generale esiste nei movimenti progressisti dell’ebraismo mondiale (Liberal/Reform e Massorti/Conservative) una volontà di celebrare cerimonie di un qualche tipo per coppie dello stesso sesso. Ma sono i singoli rabbini a scegliere come comportarsi, e gli atteggiamenti rabbinici sono assolutamente trasversali. Negli USA, dove tutte le correnti ebraiche sono generalmente più aperte al cambiamento, all’interno del movimento Reform quasi tutti i rabbini celebrano matrimoni omosessuali, mentre nel movimento Conservative/Massorti alcuni celebrano matrimoni, altri celebrano una cerimonia alternativa, e altri ancora nulla. In Europa solo una minoranza dei rabbini Reform celebra unioni omosessuali, mentre praticamente nessun rabbino Massorti/Conservative lo fa.

Il paradosso è che in Europa, sia in ambito Reform che Conservative/Massorti, molti rabbini che non celebrano tali cerimonie desidererebbero farlo, ma sono dissuasi (talvolta in modi energici) dalle autorità laiche dei movimenti, che tendono a essere teoricamente progressiste ma in pratica temono l’incomprensione del loro pubblico, che si tradurrebbe in un calo di membri all’interno delle comunità. Sottolineo che quando parlo di autorità laiche non mi riferisco alle organizzazioni internazionali, che generalmente incoraggiano atteggiamenti molto progressisti, ma alle autorità delle singole comunità, che chiaramente hanno più da perdere qualora operino scelte che rischierebbero di essere incomprese da molti dei loro membri.

È importante anche ricordare che alcuni rabbini ortodossi, come Steven Greemberg, ritengono che sia possibile celebrare matrimoni omosessuali rimanendo all’interno dell’ortodossia, cosa che lui ha fatto.

 

Ci sono comunità ebraiche che offrono qualche forma di pubblico riconoscimento alle coppie omossessuali pur non definendola matrimonio?

In generale nel movimento Massorti/Conservative, una buona parte dei rabbini che acconsentono a celebrare un’unione omosessuale non lo fanno sotto forma di matrimonio, ma preferiscono un altro tipo di cerimonia, una sorta di patto di alleanza, che è un rito specificamente creato per queste occasioni, chiaramente differenziato da un matrimonio. La Halakhà non vieta di creare espressioni rituali nuove, specie se esse non si sostituiscono a quelle tradizionali, ma vanno solo a colmare dei vuoti esistenti. Per esempio in tutto il mondo ebraico vengono regolarmente elaborate preghiere per rispondere a situazioni particolari, come preghiere per persone tenute in ostaggio, o in risposta a catastrofi naturali. Preghiere di questo genere sono sempre esistite. È possibile ritenere che nel nostro caso la creazione di una cerimonia diversa corrisponda anche a una volontà di non imitare il modello eterosessuale a tutti i costi. Questa può essere peraltro anche una lettura alternativa pertinente del passo biblico, giacché evita di celebrare l’unione fra due persone dello stesso sesso nello stesso modo usato per una coppia eterosessuale.

 

 

Qual è la tua posizione personale? Come ti sei regolato nel corso della tua carriera rabbinica e come ti regoli oggi?

Io ho sempre fatto parte dei rabbini che sarebbero stati d’accordo con la celebrazione di queste unioni. Ciò detto, non mi è stato mai chiesto direttamente di farlo, altrimenti probabilmente avrei acconsentito, malgrado la chiara disapprovazione delle autorità laiche dei movimenti per i quali lavoro in Francia.

In linea generale, basandomi su quanto esposto, sarei per una cerimonia non matrimoniale, che corrisponde anche a un non voler imitare il modello eterosessuale a tutti i costi. Come detto sopra, questa può essere anche una lettura pertinente del passo biblico, perché si eviterebbe di celebrare l’unione fra due persone dello stesso sesso nello stesso modo usato per una coppia eterosessuale. Ritengo importante il fatto di riconoscere e celebrare positivamente le differenze, che la legge ebraica tende a non negare, ma anzi ad affermare e regolare di conseguenza. La normativa prevede, per esempio, che mentre nella posa quotidiana dei Tefillin, la Tefillà del braccio si porta normalmente sul sinistro, una persona mancina la leghi sul destro. Mi pare anche che il fatto di voler imitare modelli eterosessuali sia meno rispettoso per l’identità omosessuale, e ritengo che l’ebraismo dovrebbe incoraggiare l’elaborazione di modelli alternativi.

 

 

Sei stato rabbino in Italia e oggi in Francia, due Paesi molto diversi tra loro nella pubblica legittimazione di unioni tra persone dello stesso sesso. Queste differenze influenzano le comunità ebraiche? Hai notato rilevanti differenze di mentalità tra gli ebrei italiani e francesi?

Le generalizzazioni sono pericolose, ma paradossalmente ho l’impressione che i francesi siano più a disagio con queste cose, perlomeno al di fuori di certi ambiti, come quello artistico. In particolare poi, a partire dagli anni ’60 l’ebraismo francese è in massima parte animato da ebrei di origine nordafricana, che hanno rivitalizzato la Francia ebraica, ma che generalmente per ragioni di radici culturali hanno posizioni estremamente conservatrici su argomenti legati alla famiglia, come la parità dei sessi o l’omosessualità. In Italia la popolazione ebraica mi pare culturalmente più aperta su questo tipo di argomenti.

In guisa di conclusione, mi si permetta di aggiungere che la ragione per cui il popolo ebraico nasce in Egitto è quella di conoscere da vicino l’abuso e il sopruso, in modo tale da evitare di perpetrarlo e di essere dalla parte di coloro che rischiano di subirne. Gli omosessuali, uomini e donne, ne hanno subito abbondantemente e continuano a subirne regolarmente ovunque. Ritengo sia un dovere religioso contribuire alla riparazione di questo fatto gravissimo, e operare realmente attraverso l’azione sociale, politica ed educativa, per orientare le nostra società verso una comprensione diversa di queste persone e di queste unioni. Questa secondo me è una vera e propria mitzvà, una responsabilità religiosa obbligatoria. Vero è che questo non passa necessariamente attraverso un’espressione cerimoniale o rituale. Ma nell’ebraismo in generale ogni concetto o idea trova espressione in tale sfera, altrimenti rischia di perdere di forza e pertinenza. Solo un qualche tipo di cerimonia pubblica veicola in maniera profonda e non ambigua l’ideale che ho appena esposto. In tal modo, la ritualità acquista il suo senso, che è quello di essere mezzo di espressione di ideali, e non un fine in sé, che la trasforma in ritualismo.

 

Intervista di Anna Segre

 

 

Haim Fabrizio Cipriani è rabbino dei movimenti ebraici Conservative/Massorti e Reform nelle comunità ebraiche francesi di Marsiglia e Montpellier. È autore di diversi libri fra cui: "Ascolta la sua voce" (ed. la Giuntina,), "Voce di silenzio sottile" (ed. la Giuntina), "Cammina davanti a me " (ed. L'Epos)

 

   

Share |