Israele

 

 

Un giorno a Qalandia

 

Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo questa testimonianza che ci offre un punto di vista palestinese su una giornata qualunque al varco di Qalandia. L’autrice probabilmente sottovaluta le esigenze di sicurezza israeliane (oggi drammaticamente ancora più evidenti di due mesi fa); ma è importante rilevare che l’obiettivo della sua denuncia non sono tanto le misure di sicurezza in sé quanto la mancanza di rispetto e i comportamenti inutilmente vessatori.

 

29 agosto 2015

Sono appena tornata dopo aver cercato di andare a Gerusalemme Est e ho pensato di dover scrivere prima di dimenticare tutti i particolari. Non ho potuto attraversare il varco al checkpoint dell’esercito israeliano a Qalandia da Ramallah a Gerusalemme Est. Questa esperienza mi ha spinto a raccontare alla mia famiglia e agli amici che cosa è mi successo oggi. Forse raccontare mi aiuterà a ricordare i fatti di questa giornata nel caso un giorno, in futuro, io decidessi di scrivere qualche cosa su quello che ogni giorno dobbiamo sopportare sotto l’occupazione israeliana.

Pochi mesi fa l’esercito israeliano aveva deciso di “ridurre” la restrizione per l’ingresso a Gerusalemme Est da parte dei palestinesi con documenti della West Bank. Avevano stabilito che le donne di 60 anni o più potessero ora entrare senza dover chiedere un permesso (che è difficile da avere). In ogni caso io avevo deciso già molto tempo fa di non tentare più di ottenerlo. Poi, durante l’ultimo Ramadan, in luglio, avevano cominciato a lasciare passare senza il permesso perfino le donne di 50 anni o più.

Avevo tentato di passare qualche mese fa soprattutto per incontrare Judy Blanc, un’israeliana che era stata una mia carissima amica, quasi una seconda madre sia per me che per alcuni palestinesi sin dal 1978, e che non ha mai smesso di battersi per i diritti dei palestinesi e mi (ci) ha dato la speranza che le due parti possano un giorno essere schierate soltanto per ottenere giustizia e non come si pensa sempre: palestinese da una parte e israeliano dall’altra. Non si fosse trattato di vedere Judy non avrei neppure preso in considerazione il fatto di voler andare a Gerusalemme Est, a meno di avere seri motivi medici.

Il passaggio ha funzionato anche se abbiamo prima dovuto salire e poi scendere da un autobus speciale che trasporta la gente dal checkpoint di Qalandia, poi attraversare quello che gli abitanti dei villaggi qui chiamano il Ma’aata (il trinciatore delle penne di galline) o porte girevoli, stare in coda, mostrare il permesso e i documenti, passare attraverso la sicurezza e poi prendere un altro autobus per Gerusalemme. Come era stato meraviglioso l’incontro precedente all’American Colony Hotel a Gerusalemme Est, in cui si era parlato di noi, ci eravamo scambiate notizie anche sulle nostre famiglie e notizie politiche, parlando della profonda frustrazione che ognuno di noi prova di fronte a una situazione che peggiora sempre.

Perciò era ora di incontrare di nuovo Judy. Ho preso l’autobus come al solito, sono passata attraverso il Ma’aata ma, come c’era da aspettarsi, una giovane soldatessa mi ha detto: torna indietro. Le ho chiesto educatamente perché, lei ha cominciato a gridare contro di me: torna indietro, torna indietro, torna indietro. Allora le ho risposto quasi urlando: guardai miei documenti di identità, ho più di 60 anni. Intanto era arrivata un’altra soldatessa che mi ha detto in inglese: oggi no, domenica, lunedì, martedì ok. Le ho chiesto da quando era entrata in vigore questa regola. La risposta è stata un urlo, perciò ho dovuto tornare indietro. Vedete, non siamo solo governati brutalmente ma anche con ambiguità, con senso di incertezza e quindi di insicurezza, siamo lasciati soli, esposti a continue umiliazioni.

Quando sono tornata indietro un uomo mi ha seguito e mi ha chiesto qual era il problema. Si chiamava Abu al-Abed. Gli ho spiegato che cosa stava capitando. Mi ha detto che c’era un altro modo per passare. Non mi ha detto quale ma ho pensato che valesse la pena tentare. Ho chiesto quanto costasse: 100 shekel israeliani, cioè circa 30 dollari. Valeva la pena. Durante il viaggio l’autista si è fermato per aspettare altre persone, quando sono arrivate sono salite con noi. In quel momento ho capito che qualcosa non andava. Un tale parlava come l’abitante di un villaggio, diceva “il-Kudes” invece di “al-Quds” per dire Gerusalemme in arabo, ecc. Aveva una specie di tracheotomia perciò riusciva soltanto a sibilare. Era evidentemente molto malato, aveva anche una grossa benda al braccio sinistro. L’altro era un giovane alto e muscoloso, probabilmente cercava di passare per andare a lavorare in Israele illegalmente Prima che mi rendessi conto del guaio in cui ci trovavamo eravamo ormai arrivati in un posto chiamato Z’ayyim. Z’ayyim è nella West Bank, proprio vicino al Muro, quello che i Palestinesi chiamano anche il Muro dell’apartheid. L’autista all’improvviso ci ha detto di scendere subito, ci ha spiegato che avremmo dovuto salire su una ripida collina alla nostra sinistra (quando ce l’ha indicata e l’ho vista ho capito che non ci sarei mai riuscita), che avremmo trovato un varco nel Muro dell’Apartheid attraverso il quale avremmo potuto passare, quindi dovevamo seguire un sentiero in terra battuta e poi prendere l’autobus dall’altra parte per Gerusalemme Est. Non c’era modo di tornare indietro. Non ci potevo credere. Siamo stati quasi spinti fuori dalla macchina e l’autista è ripartito in tutta fretta e all’improvviso è comparsa una jeep dell’esercito israeliano a gran velocità e si è fermata davanti a noi. Mio Dio, era evidente che c’erano problemi, che cosa potevamo fare? Ero preoccupata per il malato e gli ho detto di stare vicino a me. Sono scesi dei giovani soldati e uno di loro ha cominciato a urlare in ebraico. Ho fatto un gesto per dire che non capivo, facendo stare il giovane e il malato dietro di me (coraggiosa? No, avrebbero potuto picchiare loro ma forse non una donna). Il soldato si è reso conto che non capivo l’ebraico e ha chiesto se parlavo francese, pensando di no. Io ho immediatamente cominciato a parlare in francese e gli ho chiesto come mai lui lo sapesse. Penso che fosse sorpreso e non sapesse che cosa fare. Avrebbe voluto continuare a urlare che stavamo cercando di andare illegalmente a Gerusalemme ma io ero lì, con l’aria di una signora da salotto che parlava francese, insieme a due miserabili della terra e che parlava per conto loro. Mi ha chiesto che cosa ci facessi in quel posto. Ho dovuto mentire. Gli ho detto che stavo accompagnando quell’uomo molto malato a Ayzarieh (un luogo nella West Bank) Mi ha risposto che non mi credeva perché quella non era la strada per Ayzaeieh e che noi stavamo cercando di andare a Gerusalemme. Ho insistito spiegando che il taxi ci aveva fatto scendere e ci aveva detto che eravamo a Ayzarieh. Mi ha chiesto perché io mi trovassi lì e quale rapporto avessi con il malato. Ho risposto che faccio parte di un gruppo di volontari che aiutano i malati a andare dove desiderano, ho ripetuto che lui era con me, che era molto malato e che doveva lasciarci andare. Era perplesso, ha preso i nostri documenti ed è andato dal suo superiore che era rimasto sulla jeep. Ho visto che il superiore sorrideva, non so perché. È sembrato che in effetti avesse creduto che facevo parte di un gruppo di volontari. Abbiamo aspettato e aspettato sotto il sole cocente. Il soldato che parlava francese è di nuovo venuto da noi e ha cominciato a perquisire le nostre cose. Era chiaro che il giovane, che aveva nella borsa un cambio di biancheria, della calze e un po’ di cibo, stava andando in qualche posto per un po’. Il poveretto malato aveva un pigiama e un pacchetto vuoto di salame! Io non avevo niente che dimostrasse che avrei passato la notte fuori, né cibo, né biancheria, solo cose per la giornata, il telefono, fazzoletti di carta, portamonete, ecc. Il soldato allora mi ha chiesto come facevo a sapere il francese, gli ho risposto che avevo studiato presso il convento di San Giuseppe dell’Apparizione a Betlemme. Poi ha cominciato a urlare: stai mentendo, stavi andando a Gerusalemme, guarda la roba di quest’uomo, è evidente che ci sta andando illegalmente. Allora ho detto in francese che io dovevo accompagnare il malato a Ayzarieh, che doveva lasciarci andare perché l’uomo era molto malato. Mi ha guardato e ha risposto: “me ne infischio”. A quel punto gli ho chiesto come mai lui sapeva il francese ma è ritornato alla jeep a discutere con il suo capo che stava sempre sorridendo. Il soldato allora è tornato, ci ha dato i nostri documenti e semplicemente, a bassa voce, ha detto: “Marocco”… Quindi era un ebreo marocchino che parlava francese! Siamo rimasti lì senza sapere che cosa sarebbe capitato. Il ragazzo ha capito che cosa stava succedendo e che era una fortuna che io fossi lì con loro perché pensava di evitare l’arresto e di salire sulla montagna non appena la jeep fosse ripartita. Io ho detto che sarei tornata a Ramallah ma non c’erano né taxi né altri mezzi di trasporto. Allora sono andata alla jeep e ho detto al marocchino che avevo molto caldo e ho chiesto se potevano portarci con la jeep al posto più vicino dove prendere un taxi per raggiungere il checkpoint al varco di Qalandia. Lui ha tradotto al suo capo e il capo ha cominciato a ridere forte spiegando in inglese che non potevano per motivi di sicurezza. Penso che mi abbia creduto pazza. Io ho continuato a dire che l’uomo era molto malato e lui ha continuato a ridere e poi se ne sono andati.

Siamo stati lasciati lì al caldo, assetati, senza sapere che cosa fare. Penso sia stato un miracolo che a un certo punto, dopo un’eternità, sia apparso un taxi con la targa gialla (israeliano perché nella West Bank i taxi sono bianchi con i numeri verdi). L’abbiamo fermato e quando l’autista ha saputo che avevamo solo documenti di identità palestinesi abbiamo dovuto negoziare un prezzo molto alto per ritornare a Qalandia con il pretesto che per lui era illegale caricare nella sua macchina con licenza israeliana passeggeri con documenti palestinesi, anche se provenienti da Gerusalemme Est. Non avevamo scelta. Il malato ha dichiarato di non avere soldi, gli ho detto di non preoccuparsi. Così siamo arrivati al varco di Qalandia, ci siamo detti arrivederci e ciascuno è andato per la sua strada.

Finalmente sono arrivata a casa senza sapere che cosa pensare della mia esperienza. Sembra che sia così che i disperati palestinesi vivono ogni giorno. Alcuni vengono catturati e imprigionati o multati, altri riescono ad attraversare, altri, come noi, sono lasciati andare. Forse la nostra storia era così strana che ha fatto ridere il capo. Penso sia anche tristemente una questione di classe: la povera gente sembra ricevere sempre i colpi peggiori.

E io continuo a pensare a quell’uomo malato che prima che ci separassimo, arrivati al varco di Qalandia, mi ha detto che lui avrebbe di nuovo tentato di attraversare.

Un’amica palestinese di Judy Blanc
(trad. dall’inglese di Anna Maria Fubini)

 

Il check-point di Qalandia

 

    

 

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